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Perché «Interstellar» ci ricorda «2001: Odissea nello spazio»

8 minuti di lettura

Non è la prima volta che due film di due epoche diverse, di due registi completamente differenti vengono messi a confronto. Si sa, ogniqualvolta si desta un grande personaggio del passato per un paragone c’è da storcere il naso: le parole sono sempre azzardate, il rischio di suscitare sdegno molto alto. A maggior ragione se uno dei due è un nome altisonante come quello di Stanley Kubrick. L’altro è un nome certamente non ancora affermato nella storia del cinema, ma che resta comunque uno dei più conosciuti dagli appassionati del grande schermo e non. Si parla di Christopher Nolan.

Cosa accomuna i due registi?

Entrambi si sono cimentati nel racconto di un viaggio. Non un viaggio su normali strade, di quelli alla Thelma e Louise che attraversano gli sconfinati paesaggi naturali dell’America, ma un viaggio interstellare, tra pianeti e meteoriti. Kubrick l’ha fatto con il suo 2001: Odissea nello spazio, Nolan con Interstellar.

fonte: flickr.com

2001: Odissea nello spazio è del 1968, anno in cui il fermento per la corsa allo spazio è nel pieno del suo clamore e il cosmo appare più vicino, un nuovo paese da colonizzare. Pur essendo normalmente qualificato sotto il genere fantascienza, in realtà il lungometraggio ricade trasversalmente tra più generi, toccando tematiche quasi bibliche inerenti l’origine dell’uomo e il suo ruolo nell’universo. La trama è complessa, le scene surreali, il simbolismo estremizzato: il monolito nero che compare in più scene diventa, più che un simbolo, un monito il cui vero significato resta irrisolto o forse lasciato a una risoluzione individuale. Diviso in più parti, la storia centrale vede un gruppo di astronauti fare i conti con la presa di coscienza del loro computer di bordo che tenta di farli fuori pur di non essere disattivato.

Interstellar è del 2014, quasi cinquant’anni dopo il capolavoro di Kubrick. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso regista e da suo fratello, Jonathan Nolan. Peculiarità del film è l’intenso supporto scientifico fornito al film dal fisico teorico Kip Thorne che ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio in veste di produttore esecutivo e consulente scientifico. Il film, infatti, è stato particolarmente amato dalla critica proprio per la minuzia scientifica di molte scene che, seppur rispondenti anche a esigenze di trama che si allontanano dal rigore della scienza, si sviluppano intorno a teorie fisiche vere e sono ad esse abbastanza fedeli.

Il primo si configura come una sorta di epopea futuristica in cui il protagonista si riaggancia alla tradizione delle più antiche forme letterarie per una ricerca che ha esiti insperati. Si parte per un viaggio, infatti, per la risoluzione di un dilemma, ma l’esito è un dilemma esso stesso. L’andazzo ciclico del film è sottolineato anche dalle note finali del film, Così parlò Zarathustra di Strauss, che sono le stesse che si ascoltano in apertura. Il richiamo a un brano che si ispira all’omonima opera di Nietzsche non è passato inosservato a molti critici cinematografici che hanno individuato in questo riferimento una chiave di lettura del film che pone l’accento sull’avvento dell’Oltreuomo, identificato nel bambino cosmico in cui il protagonista sembra trasformarsi nelle ultime scene.

Interstellar non si pone propriamente come un film di ricerca interiore: la trama, seppur complessa, risulta infatti meno ostica rispetto a quella dell’opera di Kubrick e soprattutto soggetta a interpretazioni più chiare. Non mancano però spunti di interpretazione meno formali che, come in molti film di Nolan, danno allo spettatore la possibilità di entrare nel film per scegliere l’esito più sentito. Anche il finale di Interstellar, infatti, non è tradizionale: il viaggio si conclude con l’inizio di un nuovo viaggio. Forse, seppur illustrato in maniera differente, è proprio la ciclicità a fare da perno a entrambi i film: la fine non è altro che l’inizio di qualcosa di nuovo, un nuovo viaggio, una nuova vita, un nuovo stadio dello sviluppo umano. Con storie e impostazioni differenti, l’una più filosofica l’altra più fisica, entrambe le trame finiscono per raccontarci la medesima storia: il percorso dell’uomo all’interno di se stesso, la sua gestazione nel grembo cosmico.

fonte: deadline.com

La colonna sonora

Ad accomunare i due film è anche l’utilizzo di suggestive colonne sonore. Per il suo film Kubrick scelse i brani altisonanti di Richard Strauss, Johann Strauss Jr., Gyorgy Ligeti e Aram Kachaturian: una scelta che conferì maestosità sin dalla prima scena, facendo sì che lo spettatore provasse una catarsi musicale e potesse sentirsi quasi intimidito di modo da iniziare “il viaggio” con un carico individuale più leggero. Nolan, invece, ha optato per un’impostazione diversa, dando eco alle composizioni quasi ipnotiche di Hans Zimmer.

Si fa un po’ di fatica a mettere sullo stesso piano chi ha cambiato il mondo del cinema con chi ci sta provando, eppure non è scorretto tener conto del passato per cercare di capire meglio il presente: principio che vale nella storia dell’uomo come in quella dell’arte. È indubbio che Nolan si sia ispirato o quanto meno abbia tratto grandi pezzi del lavoro di Kubrick per una rilettura diversa e più attuale di molti nodi che appaiono, in questo come in altri film, con una certa assiduità. Non è mancanza di rispetto affermare che, tuttavia, entrambi sono riusciti allo stesso modo a compiere una scelta artistica molto particolare: quella di capire quali di questi nodi sciogliere e quali lasciar sciogliere allo spettatore. È un modo particolare di affrontare la regia, che non costituisce merito o demerito sulla base di chi ha fatto prima. In fondo entrambi i film ce lo insegnano: la ciclicità è bella perché a ogni giro c’è qualcosa di uguale e qualcosa di nuovo. L’evoluzione, a volte, tocca portarla fuori attraverso un viaggio in se stessi.

 

Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura.
Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.

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