«Le ultime lune»: Haber e i sogni di chi invecchia

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Sulle pareti della camera resistono le copertine di Topolino: Zio Paperone, Pluto, una partita a ping-pong di Qui, Quo e Qua. Le hanno lasciate i nipoti, anni prima. Il professore ha provato a staccarle, poi ci ha rinunciato, e adesso, dice, non le toglierebbe per niente al mondo, perché quando la paura di morire lo sveglia nel cuore della notte gli basta accendere la luce e vedere Pluto lì, sul muro, al suo posto, per ritrovare la serenità.

Comincia da questa stanza Le ultime lune di Furio Bordon, lo spettacolo con cui il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia ha inaugurato in prima nazionale la stagione 2026-2027 del Politeama Rossetti, con la regia di Paolo Valerio e con Alessandro Haber nei panni del protagonista. Dopo le repliche triestine, fino al 18 ottobre, lo spettacolo partirà in tournée: tra le tappe Torino, Bolzano, Firenze e Roma, dove sarà all’Ambra Jovinelli dal 25 novembre al 6 dicembre.

Una stanza in prestito

Le valigie sono quasi pronte. Il professore ha deciso di lasciare l’appartamento che divide con il figlio e di trasferirsi in una casa di riposo, convinto che i nipoti abbiano bisogno di spazio più di lui. Lo spettacolo si apre sull’attesa del figlio, che passerà a prenderlo: per ingannare il tempo battibecca con la moglie, morta da anni eppure presentissima, che conosce ogni sua debolezza e non gliene perdona una. Quando il figlio arriva, tra i due si alternano tenerezza e astio, e sullo sfondo resta una consapevolezza che nessuno pronuncia fino in fondo: sarebbe potuta andare diversamente, ma da entrambe le parti è mancata la volontà.

Bordon scrisse il testo nei primi anni Novanta. All’incontro con il pubblico del giorno dopo la prima, l’autore ha raccontato di non essere mai entrato in una casa di riposo prima di scriverlo, e di averlo steso in un mese perché il testo, ha detto, «si scriveva da solo». Nel 1995 il primo a vestire i panni del professore fu Marcello Mastroianni, e da allora il copione è stato tradotto e rappresentato in più di venti paesi. Trent’anni dopo, il dialogo conserva intatta la sua grazia, con battute asciutte e tempi da commedia, e con una malinconia che si insinua appena la risata si spegne. E c’è un passaggio che da solo rende pienamente l’atmosfera: i veri sognatori, sostiene il professore, sono i vecchi. I giovani il futuro lo seminano, contano di vederlo crescere, mentre un vecchio sa che non sarà lui a raccoglierlo, e allora può soltanto sognarlo.

Il corpo di Haber

Haber tiene in mano lo spettacolo dal primo all’ultimo minuto, un’ora e mezza senza intervallo, e costruisce un vecchio fatto di carne e di nervi, che passa dal sarcasmo allo sgomento senza mai cercare l’effetto. Alla prima, quando sono partiti gli applausi, si è commosso, e per un istante il confine tra l’uomo e il personaggio si è fatto sottilissimo. Il giorno dopo, davanti al pubblico, ha ammesso scherzandoci sopra di avere paura della morte: non tanto di quello che viene dopo, quanto del dispiacere di lasciare le cose belle di qua.

Accanto a lui, Silvia Siravo sceglie per la moglie una recitazione trattenuta, che si addice a un personaggio sospeso tra il ricordo e la presenza. Francesco Godina dà invece al figlio un’energia vivace e pungente, quella di un uomo che si difende attaccando, e che nel confronto con il padre lascia intravedere il senso di colpa dietro la fretta di chiudere la questione.

Un velo sulla memoria

Per lunghi tratti la regia di Valerio sceglie l’impianto di una commedia da camera, solido e misurato, nella stanza realistica disegnata da Francesca Tunno, con le luci di Gigi Saccomandi che cambiano temperatura a ogni svolta d’umore.

Nello stesso incontro Bordon, che è stato anche regista, ha spiegato di aver accettato di buon grado di restare lontano dalle prove: un testo, ha detto, resta dell’autore finché sta sulla carta, poi diventa del regista e infine degli attori. Il segno più personale di Valerio arriva quando, davanti alla camera, scende un pannello semitrasparente che la sfoca. Il professore, rimasto in proscenio, è già altrove, e la stanza in cui ha vissuto si allontana come una fotografia mossa. È l’idea più felice della regia, la più vicina a quel «confine impalpabile fra presenza e assenza» annunciato nelle note. Accanto al pannello, però, dall’alto calano un vaso di basilico, un annaffiatoio, l’album di famiglia, il ritratto della direttrice della casa di riposo e il fumetto spedito dai nipoti, e ogni oggetto sospeso riporta un ricordo alla sua nitidezza, sottraendo alla scena il suo mistero.

Sul finale nevica. Il resto è meglio scoprirlo in sala.

Trieste, città delle ultime lune

Che il testo porti la firma di un triestino, per di più già direttore del Rossetti, rende naturale la scelta di aprire con lui la stagione. Ma qui il testo pesa anche per un’altra ragione. Trieste è tra le città più vecchie d’Italia, con un’età media arrivata a 49 anni, e secondo l’ultima indagine del Sole 24 Ore è anche la provincia dove gli over 65 vivono meglio. Vista da qui, la storia di un uomo che sceglie da sé la propria casa di riposo esce dalla finzione e si siede in platea, accanto a chiunque.

Nelle note di regia Valerio scrive di voler raccontare «la sacralità della vecchiaia». Lo spettacolo ci arriva per la strada più umile, attraverso una lampada accesa nel cuore della notte e la copertina con Pluto sul muro, sempre al suo posto.

Le ultime lune di Furio Bordon
regia Paolo Valerio
con Alessandro Haber, Silvia Siravo, Francesco Godina
scene e costumi Francesca Tunno
luci Gigi Saccomandi
musiche Umberto Iervolino, Federica Luna Vincenti
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production
Politeama Rossetti, Trieste, si è svolto dal 14 al 18 ottobre 2026

Immagine in evidenza: foto di Simone Di Luca

Filippo Carpenedo

Classe 2001, laureando in Filosofia tra Trieste e Udine. Scrive poesia e la porta sul palco nei poetry slam, convinto che un testo si capisca davvero solo quando lo si sente ad alta voce. Da un anno scrive anche per il teatro, cercando di far stare un'idea dentro un dialogo.

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