A Mendrisio i capolavori dell’India antica

Fino al 26 gennaio 2020 nel Museo d’arte di Mendrisio sarà possibile immergersi nelle suggestioni mistiche del subcontinente indiano, un luogo dove la quotidianità è da millenni permeata dal legame con le forze sovrannaturali che governano l’universo. Il progetto espositivo si concentra su quattordici secoli, dal II secolo a. C. al XII d. C., fondamentali per comprendere l’evoluzione dei tre maggiori culti dell’area indiana: induismo, buddhismo e gianismo. Circa ottanta reperti archeologici di altissimo pregio, donati da collezionisti provenienti da tutta la Svizzera, si snodano lungo un percorso formato da nove capitoli, ognuno legato a un aspetto delle affascinanti quanto complesse dottrine spirituali dell’India antica.

Lontani legami

Il rapporto tra India e Occidente esiste da tempi non sospetti: risalgono infatti al I secolo a. C. i reperti di fattura indiana ritrovati a Pompei, dimostrazione di come le relazioni tra il lontano Oriente e Roma fossero già affermate da commerci e scambi diplomatici, iniziati già in epoca ellenistica con l’arrivo di Alessandro Magno e del suo esercito alle rive dell’Indo. Tali rapporti sono testimoniati anche dalle influenze artistiche mediterranee riscontrabili in molte opere indiane del periodo.

India antica
Bodhisattva Maitreya,
Ghandara
I-II secolo d. C.
Scisto grigio, 88 cm

Fu però nel 1870, con l’inaugurazione dell’Indian Museum di Londra che le suggestioni mistiche di quel mondo lontano colpirono l’immaginario europeo. L’arte indiana, la sensualità delle sue pregevoli sculture in arenaria e la delicatezza dei bronzetti antichi ispirò moltissimi artisti del Novecento, come Gustave Moreau, Ernst Ludwig Kirchner e André Derain, che non di rado possedevano pregevoli collezioni. All’interno della mostra questo forte legame artistico è rappresentato dal disegno realizzato dall’artista svizzero Alberto Giacometti tra il 1955 e il 1960; una copia di una statua del Buddha di epoca Gupta. Un’opera che sintetizza l’amore dell’artista per l’arte antica, specialmente quella orientale, della quale sin da giovane realizzava copie all’interno degli spazi del Louvre.

Leggi anche:
«Guggenheim. La collezione Thannhauser» a Palazzo Reale

Negli anni della Controcultura hippie l’India esercitò un enorme fascino legato proprio al culto religioso, basato sui concetti di pace, serenità e raggiungimento dell’equilibrio interiore. Tale movimento contribuì a creare l’immaginario collettivo che l’Occidente ancora oggi possiede del subcontinente indiano, analizzato attraverso la sensualità delle raffigurazioni e gli stilemi artistici affrontati in mostra, tra cui la rappresentazione della natura, della donna, delle relazioni amorose e del legame cosmico tra le divinità.

India antica
Parvati,
Tamil Nadu,
XI secolo d. C.
Bronzo (lega di rame), 37,5 cm

Un angolo di Oriente sulle Alpi

Una scelta coraggiosa per uno spazio espositivo conosciuto principalmente per esporre arte contemporanea e rassegne legate alla produzione artistica locale. Il curatore Christian Luczanits, tra i massimi esperti europei di archeologia indiana, ha dato vita a un piccolo ma efficace approfondimento su un angolo di mondo estremamente distante e allo stesso tempo estremamente vicino alla sensibilità occidentale. Una raccolta minuziosa, ottenuta grazie ai prestiti di anonimi collezionisti svizzeri, che permette di illustrare puntualmente la sensibilità artistica di scultori e cesellatori vissuti migliaia di anni e migliaia di chilometri distanti dall’osservatore.

Beatrice Curti

Laureata in Beni Culturali, ama l'arte sin da quando ne ha ricordo. Ha bisogno come l'aria di viaggiare, leggere e guardare film. Mai darle da mangiare dopo mezzanotte.
Beatrice Curti
Condividi: