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A Pesaro va in scena un Rof di transizione

12 minuti di lettura

Ad agosto, Pesaro, grazie al Rossini Opera Festival, si trasforma da città di provincia a capitale italiana della lirica: oltre a turisti più o meno ignari, è possibile, passeggiando per le vie del centro, incontrare cantanti e direttori: può capitare di pranzare a due tavoli di distanza da Jessica Pratt o Alex Esposito. Tutto concorre a creare un’atmosfera di irrinunciabile piacevolezza e i melomani si danno appuntamento “a frotte”. Il ROF di quest’anno si presentava fin dall’inizio come un’edizione di transizione, in attesa di futuri (beckettiani?) fasti.

A inaugurare il Festival è stata Armida, capolavoro di bellezza incomparabile che avrebbe necessitato, però, di un cast di livello superiore. La giovane Carmen Romeu è una fanciulla di piacevole aspetto, simpatica, ed è persino intonata. Ma il problema non è tanto la giovinezza,quanto ciò che essa porta con sé, ovvero l’inesperienza: non si può far debuttare Armida al ROF, dove l’ultimo precedente risale al 1993, con una Fleming in stato di grazia, essendo semplicemente carine, simpatiche ed intonate. La Romeu affronta la mostruosa parte con le armi di cui dispone, ma se le note gravi non sono pervenute, purtroppo anche quasi ogni acuto risulta tirato per i capelli, spesso stridulo, sbiancato, e non vanno meglio le agilità, che certo non entusiasmano per spericolatezza né fluiscono veloci a manifestare quell’incanto multicolore che è la vera magia di Armida. «D’amore al dolce impero» viene fuori scarnificata, non ipnotizza, e la conclusione la coglie stanchissima. Lo charme è poi quello di una ragazza: la maga è una mangiauomini demoniaca, bastarda, mentre la cantante appare fin troppo gentile anche nell’aspetto per risultare credibile. Ad affiancarla il Rinaldo di Antonino Siragusa: il registro acuto è potente, buona la proiezione, ma lo stile è da canzonettaro. Siragusa è comunque il migliore fra i tre tenori dell’opera: gli altri due rispondono al nome di Dmitry Korchak (Gernando e Carlo) e Randal Bylls (Goffredo e Ubaldo). Korchak è sempre al limite delle proprie possibilità, l’emissione è mossa fino alla nausea, il fraseggio faticosissimo, tanto che nell’aria di Gernando rischia più volte l‘incidente tentando sfumature proibitive. Randal Bylls indispone con un timbro di rara sgradevolezza, non compensato da volume. Le agilità mettono in gran periglio la stabilità dell’emissione. Meglio Carlo Lepore (Idraote eAstarotte), che ben si immedesima nei ferali panni dei suoi personaggi. La bacchetta di Carlo Rizzi alzava un po’ troppo il volume e non andava oltre ad un routine che per Armida è dannosissima, vista la partitura arcobaleno dalle mille e una sfumature. E una certa dose di routine la iniettava anche la regia di Luca Ronconi, priva di idee forti e ferma ad un ottimo impatto visivo, anche grazie alle scenografie di Margherita Palli e ai costumi di Giovanna Buzzi. Lo spunto dei pupi siciliani non è sfruttato in tutte le sue potenzialità,e sono ridotti a curioso arredo, testimoni immobili di cantanti anch’essi prossimi all’immobilità, lasciati a loro stessi da un Ronconi che ha fatto il suo tempo.

La regia di Ronconi era però un capolavoro di teatralità e vivacità se paragonata a quella approntata da Mario Martone per Aureliano in Palmira. Martone ha ricevuto molti preziosi elogi dalla critica, ma il suo spettacolo è vecchio, polveroso, del tutto privo di trovate, sino alla stupidaggine finale della didascalia che spiega come andarono realmente le cose in Palmira, in uno stile cinematografico indisponente nel suo paternalismo. L’Aureliano è un’opera lunga, passaggio di un giovane Rossini verso la maturità nel genere serio, e la regia di Martone è nociva nel presentare un titolo così interessante in maniera talmente anonima. Ad aumentare il tasso soporifero era la direzione di Will Crutchfield: ottimo musicista, a lui si deve l’edizione critica dell’opera, ma alla guida di una insufficiente Orchestra Rossini sceglie tempi forse troppo larghi, maestosi. L’ouverture, che è la stessa del Barbiere di Siviglia, è scolpita in maniera irriconoscibile. Una lettura che può piacere o meno, assolutamente non sbagliata, anzi personale e più apprezzabile di una scelta incolore, ma francamente spossante vista la mole dell’opera, che dura tre ore e mezza. A portare un po’ di fuochi d’artificio in questo Aureliano era la splendida Jessica Pratt: anche se ormai la sua bravura è riconosciuta, ci si stupisce sempre della facilità con cui affronta ruoli di grande virtuosismo, regalando acuti cristallini e destreggiandosi fra le montagne russe di scale, picchettati e altri virtuosismi tecnici e stilistici. Altra qualità importantissima: la dizione è perfetta e di conseguenza grande la consapevolezza nei recitativi. Al suo fianco Michaels Spyres nel ruolo di Aureliano. La vocalità di Spyres è particolarissima: autentico baritenore, là in basso arriva a profondità sorprendenti, mentre purtroppo in alto la voce sembra un po’ più usurata rispetto a qualche tempo fa. La speranza è che si tratti di un periodo di stanchezza. Naturalmente la stoffa del grande cantante è sempre intatta, e l’americano ha regalato momenti fulminanti, con la consueta abilità nel fraseggio e precisione nella coloratura. Il trio di protagonisti era completato non altrettanto adeguatamente da Lena Belkina, soprano corto (ribattezzato contralto) che interpretava Arsace, parte scritta per il castrato Velluti. La Belkina non va oltre alla correttezza, quasi solfeggiando la parte, e così la sua grande ed attesa scena si risolve in maniera sostanzialmente deludente, senza picchi particolari. Menzione d’onore per Raffaella Lupinacci, ottima nel ruolo secondario di Publia.

Terzo titolo in programma era l’asso pigliatutto, il Barbiere di Siviglia, affidato per la parte (semi)scenica all’Accademia di Belle Arti di Urbino. I ragazzi hanno creato uno spettacolo godibile, con alcuni pregi ma tanti difetti: il far muovere i cantanti fra le poltrone di platea non è un’idea geniale ed innovativa, è anzi un capriccio, un’inutile precauzione, se vi si ricorre così maniacalmente per gran parte dello spettacolo. A rendere più frizzante questo Barbiere ci ha pensato la compagnia di canto, formata da artisti che sanno come tenere banco. Si cominci dal Figaro del quasi debuttante Florian Sempey: giovanissimo, il baritono francese ha conquistato il pubblico con la sua esuberanza, e, nonostante il registro acuto sia ancora da perfezionare così come quello grave, dimostra già una soddisfacente padronanza dei proprio mezzi vocali. Bravissima Chiara Amarù, vispa Rosina dalle agilità perfette e senza inciampi. Se le si devono trovare difetti dirò che ogni tanto ha la tendenza a “parlare” e che le noti gravi sono quasi vuote, ma la schietta freschezza della voce compensa del tutto tali mancanze. Mattatori veri anche Alex Esposito, don Basilio senza pari nel panorama attuale, e Paolo Bordogna, il cui Don Bartolo corre a una velocità forsennata in «A un dottor della mia sorte» e ha la capacità di divertire con il semplice modo di pronunciare le parole. Come già detto in altre occasioni, ribadisco: il miglior buffo in circolazione. L’Almaviva di Juan Francisco Gatell era il punto debole del cast. La voce in altro trema un po’, la coloratura non è di quelle al cardiopalma e il timbro vagamente nasale non aiuta. Si parla comunque di difetti non gravi: Gatell è un buonissimo cantante, ma l’impressione è che Almaviva (specie se viene reintrodotta «Cessa di più resistere») non sia un ruolo a lui congeniale.Il personaggio di Berta era affidato a Felicia Bongiovanni, che ha eseguite le puntature durante il finale del primo atto.

Ma il vero evento del ROF 2014 era forse il concerto della straordinaria Ewa Podles, che ha fatto esplodere il teatro in ovazioni interminabili. La voce è smaltata, indistruttibile, l’estensione pare irreale per la sua vastità. Il grande contralto polacco ha eseguito brani di Gluck (recitativo e aria di Orphée), Rossini (la grande scena dal Ciro in Babilonia, al termine della quale il teatro è letteralmente andato in visibilio, e recitativo e aria di Isabella dall’Italiana in Algeri), Donizetti (il brindisi di Maffio dalla Lucrezia Borgia), Prokofiev (il sesto movimento della meravigliosa cantata Alexander Nevsky, cesellato con intensità da brividi) e Ponchielli (l’aria della Cieca dalla Gioconda), concedendo come bis l’aria di Madame de la Haltière dalla Cendrillon di Massenet. Il lunghissimo applauso che ha accolto la conclusione del concerto era una preghiera ben precisa del pubblico: tornare anno prossimo per la ripresa del bellissimo Ciro in Babilonia che due anni fa incantò Pesaro. Assieme al Ciro, nel 2015 si vedranno Donna del lago e La Gazzetta. E il toto-cantanti è già aperto.

 

Michele Donati

Redazione

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