Ha debuttato lo scorso 27 febbraio a Bologna uno spettacolo inaspettato. Della compagnia Kepler-452, A place of safety si inserisce nel filone del teatro documentario per prendere a schiaffi gli spettatori.
L’idea e i protagonisti
Una compagnia di teatro, Kepler-452, si imbarca su una nave che fa ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, la Sea-Watch 5. Non sanno bene che cosa stanno cercando, sanno soltanto che è molto tempo che sentono parlare di ciò che accade a pochi chilometri dalle coste italiane e forse è arrivato il momento di andare, di persona, a vedere cosa sta succedendo lungo la rotta migratoria più letale al mondo.
kepler452.it
Da anni, a ondate, quella dei migranti del Mediterraneo è una delle principali notizie ai telegiornali. Naufragi, detenzioni, rimpatri, processi agli operatori umanitari. Quello che manca sempre è il fattore umano. Ed è a questa mancanza che cerca di rimediare A place of safety. Lo spettacolo porta infatti sul palco non attori professionisti, o non solo, ma persone che in prima linea si impegnano, con ruoli diversi, nel soccorso in mare. Incontriamo allora Flavio Catalano, ex ufficiale di Marina che ora è volontario sulla nave Life Support di Emergency; Miguel Duarte, membro dell’equipaggio di Iuventa e Sea-Watch e attivista di HuBB – Humans Before Borders, interpretato nella replica all’Auditorium Melotti di Rovereto da un attore in quanto impegnato altrove; Giorgia Linardi, portavoce in Italia di Sea-Watch, anche lei assente fisicamente e le cui parole sono state riportate da un’attrice; Floriana Pati, infermiera che dopo una prima esperienza in ospedale ha deciso di portare la propria professionalità sulla nave Life Support; José Ricardo Peña, elettricista texano di origini messicane che lavora sulla Sea-Watch. C’è anche Nicola Borghesi, regista, attore e fondatore insieme a Enrico Baraldi della compagnia Kepler-452, che interviene in scena e risulta quasi un intruso nel caleidoscopio di umanità e professioni che si intrecciano.
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Borghesi a volte si mischia con l’equipaggio, raccontando la propria esperienza e le sensazioni provate, altre invece agisce da regista, creando momenti meta-teatrali stranianti e stridenti rispetto alla durezza delicata della messa in scena generale. Ma questa presenza estranea serve proprio a ricordare questo: si tratta di una messa in scena. Certo, ci sono persone che hanno vissuto e vivono tutt’ora il dramma delle rotte mediterranee sulla propria pelle. Certo, le storie riportate sono storie vere. Ma il tutto è inserito in una cornice narrativa teatrale, costruita, ed è fondamentale ricordarlo. Non è una conferenza, non è una chiacchierata con i protagonisti di queste storie, ma è il ritorno al teatro, all’arte nella sua forma primordiale: il racconto della realtà.
«Perché tutto questo bisogno di piangere?»
I grandi assenti, per uno spettacolo che tratta questo tema in maniera così diretta e reale, sembrano essere i protagonisti delle storie che sentiamo in televisione e leggiamo sui giornali, che vengono poi dagli stessi disumanizzati e ridotti a numeri, statistiche, quando non addirittura problemi: i migranti. Lo spettacolo non tace questa assenza, al contrario la spiega teatralizzandola: in un momento di racconto sulla nascita e la costruzione dello spettacolo, di esposizione delle scelte fatte, Nicola Borghesi ammette la sconfitta di non essere riuscito a trovare un modo di portare sul palco le persone che attraversano il Mediterraneo rischiando la vita per un futuro migliore. Afferma che «passare il microfono è il gesto più paternalista e colonialista che possa esserci» e che anche la scelta delle storie da portare sui palchi europei sarebbe stata complessa e insidiosa, per cui ha preferito, alla fine, abbandonare.
Le storie raccolte nelle cinque settimane di navigazione e poi nel tempo trascorso a Lampedusa sono centinaia, 156 le persone salvate in quella missione. Non sono tutti “poverini” come vuole certa cronaca pietistica europea; non sono tutti criminali o nullafacenti, come invece vorrebbe far credere una certa narrazione politica. C’è chi scappa da guerra, povertà e persecuzioni, chi invece ha un lavoro e una casa ma vuole dare di più alla sua famiglia, chi semplicemente sogna un futuro lontano e non ha altri mezzi per raggiungerlo se non rischiare la vita. E la vita la perdono in tanti, troppi, ma spesso non fa nemmeno più notizia o ce ne dimentichiamo in fretta. A place of safety non vuole fare la morale e non cerca la lacrima a tutti i costi, anche se forse è inevitabile. Il senso di impotenza di fronte a situazioni tanto tragiche colpisce presto e senza cuscinetti, forse proprio perché non è raccontata dalle persone che vivono in prima persona queste tragedie quotidiane, bensì da coloro che, pur essendo nati con tutti i privilegi del mondo occidentale, cercano di affrontare l’impotenza agendo.
Ma il vecchio continente è davvero un porto sicuro per queste persone? La risposta non sembra arrivare. Forse, l’unico modo per cercare di capirlo è andare là, verso il mare, perché «l’unica verità dell’Europa è quella ai suoi confini».
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