«Afghanistan. Il Grande Gioco»: affresco teatrale e commedia umana

Introduzione

Una terra dalle mille sfumature

Afghanistan. Uno Stato grande quasi come la Francia, metà della superficie situata a più di duemila metri. Altopiani aridi insanguinati da una guerra interminabile. Quali immagini vi vengono in mente?

Figure avvolte in burqa blu, il bellissimo volto della ragazza per la fotografia-icona di Steve Mc Curry (National Geographic), le gare di aquiloni nel romanzo di Khaled Hosseini, le tane fra le rocce di Osama Bin Laden, le bombe a Kabul. Echi confusi di un conflitto infinito da una terra martoriata.

Il grande gioco
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Un bestseller non basta per capire, e neppure le informazioni che viaggiano sul filo dell’immediatezza e ci restituiscono tasselli sparsi e disordinati.

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In scena per non dimenticare

Contro l’assuefazione e l’indifferenza, il Tricycle Theatre di Londra nel 2009 ha avviato un progetto kolossal, e il Teatro dell’Elfo ha assorbito e selezionato la partitura originale.

La prima parte (Afghanistan. Il grande gioco) ha debuttato lo scorso 2017; la seconda (Enduring Freedom) è più recente (luglio 2018). Fino al 25 novembre è possibile vedere il progetto nella sua interezza (opzione maratona o in due serate), per l’accurata regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani.

Il grande gioco
Foto di Laila Pozzo

Dieci testi e dieci attori: una grande avventura teatrale, impegnativa ma non didascalica, che dà vita e voce a più di quaranta personaggi. Non c’è spazio per la noia o il disorientamento ne Il Grande Gioco. L’accurata ricerca storica infatti si riversa nelle pièce per fissare alcuni momenti cruciali e affronta personalità, dubbi, desideri, egoismi.

Nel flusso irruente della grande Storia sono ricavate delle finestre immersive, degli interstizi che permettono al pubblico di affacciarsi e partecipare emozionalmente, perché il teatro riesce a farsi lente di ingrandimento della varia umanità che punteggia questo grande racconto con le sue glorie e miserie.

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Uno sguardo sulla bestialità umana

«Un grande affresco, un polittico, un grande gioco, per sapere, per capire, per poter leggere la disperazione e la speranza negli occhi di chi è partito dalla valle del Panjshir per sedersi al nostro fianco in metropolitana», si legge nelle Note di regia.

La giostra dei personaggi, che attraversano due secoli di storia, è assai variegata: cinici diplomatici, soldati, spie, emiri, sovrani, guerriglieri, volti diversi di una commedia umana. Protagonista de Il Grande Gioco è infatti l’umanità, fragile e fiera, malata di pregiudizi ed egoismi, imbevuta di ideologia o prona al dio denaro.

L’Afghanistan diventa allora un non-luogo paradigmatico e tragicamente teatrale che mostra la bestialità dell’umano e la facilità della metamorfosi, perché la vittima si fa carnefice, la lotta per la libertà scivola nell’oscurantismo, un territorio vischioso del caos dove anche la spinta positiva della volontà si ritorce nel suo contrario.

Dettagli scenici

Questa è una percezione che affiora gradualmente nello spettatore, soprattutto alla fine del percorso. Non è facile infatti bilanciare l’aderenza alla verità storica con le esigenze della fiction teatrale e non tutti i testi sono parimenti efficaci.

Talvolta i dettagli sono troppo fitti, le prospettive scontate o monolitiche. In generale le sezioni meno convincenti sono quelle che strizzano l’occhio al cinema (storie di spie, battute da sitcom, punte melodrammatiche) e rischiano di appiattire lo spessore dei personaggi.

Il grande gioco
Foto di Laila Pozzo

Spesso i testi presentano confronti dialogici statici, che partono da un evento finale per srotolare la complessa storia a ritroso; più riuscite invece sono le finestre che scelgono l’ambiguità dell’istante, il grumo della decisione di svolta, il bivio fra interesse egoistico e giustizia del cuore.

Interessante la resa scenica: il palco de Il Grande Gioco è spoglio, soltanto le pareti sono rivestite di proiezioni video suggestive (notti trapunte di stelle, neve, tramonti, scenari per lo più notturni), che accolgono in un abbraccio sempre vario la folla di storie, in un sottofondo sonoro adeguato (squilli di trombe, musiche orientali, scoppi di bombe, ruggiti di leoni allo zoo).

Il grande gioco
Foto di Laila Pozzo

E sono sempre video e fotografie a riempire gli intermezzi, che illustrano in breve il contesto e i mutamenti storici di rilievo, come lampi orientativi.

«Il Grande Gioco»

Secondo un’antica leggenda afghana, quando Dio creò il mondo, si divertì a sistemare tutti i Paesi come in un puzzle: gli avanzi furono gettati in uno spazio vuoto nel cuore dell’Asia centrale. Quello è l’Afghanistan, ponte naturale fra Medio Oriente e sub-continente indiano e per secoli terreno di conquista e di competizione politica.

Il Grande Gioco è il periodo dal XIX secolo ai primi del Novecento che vede affrontarsi, nell’ombra di azioni diplomatiche e di spionaggio, britannici e russi: i primi interessati a difendere il gioiello della Corona, cioè l’India; gli altri, in espansione verso Sud; entrambi, allettati dall’ambizione di arrivare prima dell’avversario a controllare i traffici di oppio e a consolidare il proprio impero.

Cominciano così le intrusioni degli Occidentali in un Paese estremamente difficile da capire, diviso in clan tribali lacerati da secolari faide intestine, esperti nella guerriglia e nemici di ogni straniero.

Occidente civilizzato / Oriente selvaggio?

I primi due episodi de Il Grande Gioco illustrano l’impossibilità del dialogo con l’Altro, viziato dai pregiudizi che Edward Said ha descritto nel suo famoso saggio Orientalismo (acquista).

Da un lato gli inglesi, convinti della giustizia della guerra per imporre ordine: una guerra civilizzata, si intende, da gentlemen, con cannoni, incendi di villaggi, il doppio gioco a sostegno dei rivali. Dall’altra parte invece ci sono i selvaggi con i temibili lunghi coltelli, pronti al tradimento, alle torture e alle atrocità sui corpi (Stephen Jeffreys, Trombe alle porte di Jalalabad).

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Foto di Laila Pozzo

La guerra fomenta crudeltà e orrore. Molto riuscita è la scena immaginata da Ron Hutchinson (La linea di Durand): mentre alle pareti si disegnano ricami geometrici di tappeti orientali, al centro c’è un divano, dove il rappresentante inglese siede impacciato, al contrario dell’emiro, affondato trai cuscini a gambe incrociate.

È il 1893: sir Durand presenta a Abdhur Raham la carta geografica che sancisce i confini dello stato Afghano, stretto fra il braccio dell’Orso (impero zarista) e l’artiglio del leone (impero britannico). «Non permetteremo che una nazione senza leggi e selvaggia sia alle porte del nostro impero civile», sono le parole dell’inglese. L’intelligente emiro prende allora la mappa della Gran Bretagna e divide arbitrariamente le sue tribù (Scozia, Galles e Inghilterra), rovesciando specularmente l’operazione dell’inglese.

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Foto di Laila Pozzo

L’occidentale appare un ridicolo burattino malato di pregiudizi contro la «profumata indolenza orientale» e facilmente scivola in deliri demiurgici (creare una mappa e dare forma al mondo). L’orientale invece è posato, cauto e avverte: in una terra che non ha mai avuto confini, l’ambizione all’ordine che si poggia su linee immaginarie potrebbe rivelarsi una catastrofe.

Sogni infranti

Più deboli gli episodi successivi: Joy Wilkinson (Questo è il momento) immagina un momento cruciale del 1929, durante la fuga del Amannullah Khan, con la moglie Soraya e il suocero: un’auto in panne sotto la neve, il timore di imboscate, la tensione e il sospetto reciproco, in un bilancio dei sogni infranti di un sovrano riformatore. 

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Foto di Laila Pozzo

Lee Blessing (Legna per il fuoco) presenta un nuovo ambiguo personaggio sullo scacchiere degli interessi, gli Stati Uniti, durante la guerra fredda. Poiché l’URSS ha invaso il Paese (contro la repubblica democratica di ispirazione comunista ma sgradita a Mosca), gli Usa appoggiano con armi e tecnologie le fazioni conservatrici e islamiste, capeggiate dai guerriglieri mujaheddin in funzione anti-russa, con l’ambigua mediazione del Pakistan. Le intrusioni degli stranieri e gli interessi incrociati non fanno che fomentare gli estremismi. Sulla scena buia si illumina una scritta: «Temi il peggio. Proverbio afghano», avvertimento profetico sulla pagina insanguinata successiva al ritiro dei russi: la guerra civile.

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Foto di Laila Pozzo

David Greig (Minigonne a Kabul) sceglie lo stilema dell’intervista impossibile: una scrittrice immagina di incontrare il presidente Najibullah, asserragliato in un palazzo dell’ONU, poco prima della caduta di Kabul sotto l’avanzata dei Talebani nel 1992 (egli stesso sarà catturato e ucciso): rievocazioni nostalgiche del periodo d’oro degli anni Ottanta, quando Najibullah e i suoi cercarono di «inventare un nuovo modo di essere afghani», e cioè più libertà, modernità e apertura verso l’Occidente (però anche a prezzo dell’oppressione violenta degli oppositori). Un sogno presto infranto dalla forza dei fondamentalisti e dal beneplacito degli Stati Uniti.

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Foto di Laila Pozzo

Afghanistan. Il Grande Gioco
di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson
regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
Teatro Elfo Puccini, Milano
fino al 25 novembre 2018

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.