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Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
“Madonna allattante”, Tintoretto

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J. Tintoretto - Madonna allattante Fonte: www.uninfonews.it
J. Tintoretto – Madonna allattante
Fonte: www.uninfonews.it

Il Tintoretto (1519-1594), soprannome derivato dal mestiere paterno (tintore di stoffe) di Jacopo Robusti, fu uno dei più grandi esponenti della scuola veneziana, nonché artista di transizione: considerato come l’ultimo grande pittore del Rinascimento italiano, per l’uso dinamico della prospettiva e della luce è anche ritenuto, da alcuni studiosi, un precursore del Barocco.

La critica ottocentesca, attraverso storpiature ed esagerazioni, giunse a presentare Tintoretto sotto un alone terribile, descrivendolo come un folle invasato dal demonio. In realtà, essi non ne compresero mai a fondo l’eccezionalità e l’indipendenza creativa, travisando la sua tecnica pittorica caratterizzata da un’inquietudine e un rifiuto dei codici tradizionali che si esprimeva attraverso la rapidità esecutiva. Una delle opere più criticate fu Miracolo dello schiavo (1548), che fu accusata di eccessiva novità e trascuratezza di esecuzione. Scrive di lui Giorgio Vasari: «stravagante, capriccioso, presto e risoluto e il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura». Inoltre, dà ragione del giudizio negativo dato alle opere di Jacopo dicendo che esse erano: «fatte da lui diversamente e fuori l’uso degli altri pittori». Tuttavia, a fronte dell’ostilità del Vasari nei confronti del Tintoretto, appare chiaro che lo storico aveva saputo anche cogliere l’immensa novità della sua arte.

Accanto al mito (falso) della personalità stravagante, scorbutica e irosa di Jacopo Tintoretto, Carlo Ridolfi, storico seicentesco, crea anche quello della sua bottega d’artista. Narro lo storico che il pittore era solito approntare dei piccoli “teatrini” per studiare la composizione delle opere e l’effetto delle luci: panneggiava le vesti su modellini di cera, che poi disponeva in “stanze” costruite con cartoni, illuminate da candele. Probabilmente  questa era, in realtà, prassi di molti pittori dell’epoca, accentuata dal Ridolfi per la suggestione creata dall’abilità nell’uso della luce da parte del pittore veneziano. In effetti la luce nei quadri del Tintoretto gioca un ruolo fondamentale: a tratti violenta, è in grado di vivificare la scultorea fisicità dei corpi e sottolineare l’intensità delle emozioni che il pittore intende rappresentare.

Un’altra caratteristica dell’arte del Tintoretto, per la quale forse egli fu tacciato di invasamento, è la gestualità marcata, assieme all’impeto mistico e alla religiosità profondamente laica di cui sono intrise le sue opere, sopratutto quelle a tema religioso. Grazie a questi mezzi egli riesce a far uscire dalla ripetitività l’episodio evangelico o biblico rappresentato e a rendere chiaro e integro il messaggio umano che tali temi religiosi racchiuderebbero in nuce.

La Madonna allattante ben rappresenta questo tipo di poetica. Si notano subito i forti contrasti chiaroscurali: l’artista sceglie uno sfondo nero, non paesaggistico, perché l’attenzione verta solo sui protagonisti del dipinto, messi in risalto da improvvisi guizzi luminosi e coloristici, che coinvolgono lo spettatore sul piano emozionale. Le pennellate non sono fini e precise, ma lasciano trapelare nel turbinio di luce l’irrequietezza tipica dei periodi di transizione e dello sperimentalismo di chi non accetta più di stare nei canoni. Maria è raffigurata in un atto di estrema dolcezza: guarda il suo Bambino con amore e tenerezza, mentre questi appoggia delicatamente le mani sul seno della madre per nutrirsi. Emerge certamente in questa opere quell’ispirazione a una forma popolare e umana di fede, capace di dare voce a un sentimento religioso corale, che sale da una folla di uomini, fragili, poveri, semplici. Quella dipinta è, infatti, una Madonna completamente donna e completamente umana: colta in un atto di estrema quotidianità e corporeità, con il seno scoperto a mostrare tutta la sua femminilità materna. Il gesto fissato eternamente sulla tela non è un gesto eroico o santo: è il gesto di tutte le madri, è lo svelamento del vero miracolo della vita.

 Costanza Motta

Costanza Motta

Laureata triennale in Lettere (classiche), ora frequento un corso di laurea magistrale dal nome lungo e pretenzioso, riassumibile nel vecchio (e molto più fascinoso) "Lettere antiche".
Amo profondamente i libri, le storie, le favole e i miti. La mia più grande passione è il teatro ed infatti nella mia prossima vita sono sicura che mi dedicherò alla carriera da attrice. Per ora mi accontento di scrivere e comunicare in questo modo il mio desiderio di fare della fantasia e della bellezza da un lato, della cultura e della critica dall'altro, gli strumenti per cercare di costruire un'idea di mondo sempre migliore.

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