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Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
“Giudizio di Salomone” e “Trasporto
dell’arca dell’alleanza” di Tintoretto

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Jacopo Tintoretto, Giudizio di Salomone, olio su tavola, 28x80 cm
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Giudizio di Salomone, olio su tavola, 28×80 cm

Nel furto di giovedì 19 novembre, fra i dipinti derubati cinque sono di Tintoretto (Venezia, 1519 – Venezia, 1594), il “furioso” del manierismo italiano. La drammaticità delle sue linee, conciliata ad un uso vivace del colore, ha ispirato i grandi dell’arte moderna – primo fra tutti El Greco. Inoltre, accogliendo l’eredità del tardo Tiziano, suo maestro, Jacopo Tintoretto ha ritratto la luce di Venezia in tutte le sue sfumature attraverso la reinterpretazione del gusto tosco-romano secondo l’aria bizantina della Serenissima.

La produzione artistica del pittore veneziano, vivace come i suoi tratti, si è spesa anche nel decoro di mobilio. Fra le opere trafugate, infatti, vi sono due dipinti con dimensioni e tecnica pittorica uguali: entrambi sono oli su tavola e misurano 28×80 cm. Il Giudizio di Salomone rievoca l’episodio biblico in cui il terzo re d’Israele – Salomone, appunto – dimostra la sua saggezza, così profondamente ispirata da Dio; accogliendo due donne, che hanno da pochi giorni partorito, viene a conoscenza della tragica morte di uno dei due figli. L’una accusa l’altra di averle rubato, nel silenzio della notte, il figlio, per sopperire al vuoto lasciato dalla recente scomparsa. Il sovrano, dovendo giudicare l’appartenenza del bambino, ordina di dividere fisicamente il corpo del piccolo, cosicché le due pretendenti se lo spartissero: chiaramente, solo una di loro, la madre autentica, avrebbe rifiutato la violenza. Il centro dell’opera è occupato da Salomone, che si oppone con la sua veste dorata alla furia materna della donna prostata ai suoi piedi. Il resto della scena rimanda ai tratti fondamentali del Tintoretto, quali le figure allungate e il movimento dinamico dei corpi, avviluppati nelle loro emozione; tuttavia, le scarse condizioni con cui si è conservato questo dorsale non restituiscono la vivacità dei colori che ha reso tanto apprezzabile l’arte del pittore veneziano.

Lo stesso difetto è riscontrabile nel Trasporto dell’arca dell’alleanza, il secondo dei dorsali trafugati. Come narrato nella Bibbia, Davide trasportò a Gerusalemme la cassa di legno – dono di Dio a Mosè – accompagnandone il cammino con canti e balli. Tintoretto ripropone in quest’opera il momento della morte di Uzzà, contro il quale «si accese l’ira del Signore»: l’uomo, per equilibrare il carro trascinato con foga dai buoi, toccò la divina cassa dorata, intoccabile al di fuori della tribù israelitica dei leviti. Sotto il grigio e il giallo di un cielo insolitamente spento – per lo stile del Tintoretto – s’interrompe bruscamente l’accompagnamento festoso, mentre i buoi frenano a fatica il loro impeto. Il Trasporto si trasforma così in un momento tragico, di attonita contemplazione della morte. A fianco dell’arca, ora, c’è solo il corpo esangue di Uzzà, non più la musica.

Andrea Piasentini

Trasporto dell'arca dell'alleanza tintoretto
Jacopo Tintoretto, Trasporto dell’arca dell’alleanza, olio su tavola, 28 x 80 cm

 

Redazione

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