fbpx
Placeholder Photo

Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
“Madonna della quaglia”, Pisanello

5 minuti di lettura
untitled
Antonio Pisano, Madonna della quaglia, 1420, tempera ed oro su tavola, 50 x 33 cm

Provetto disegnatore, medaglista, abile ritrattista e pittore colto e raffinato, vicino allo stile internazionale francese e boemo, Antonio Pisano, detto Pisanello, noto dal 1395 al 1455, ha lasciato opere di estrema eleganza e poesia, in cui la realtà e i temi sacri sono trasfigurati in chiave di fiabesco romanzo cavalleresco.

Originario probabilmente della zona del veronese, sin dagli anni giovanili venne fortemente influenzato nel suo stile dalla pittura di tradizione fiorentina, portata in Veneto prima da Giotto e poi dai suoi allievi più noti, come Stefano da Verona. Collaboratore di Gentile da Fabriano, marchigiano tra i più importanti pittori del periodo del Gotico italiano, lavorò a Roma, nel Veneto, a Mantova, Ferrara e Napoli, presso alcune delle corti più famose dell’epoca: quella dei Gonzaga, dei Visconti e degli Estensi.

La produzione di Pisanello si inserisce nel periodo artistico detto “Gotico cortese” o “Gotico internazionale”, ossia negli anni che intercorrono tra il 1350 e i 1450 e che la critica definisce spesso come momento di decadenza, mentre in realtà furono estremamente ricchi di fermenti artistici. Si tratta di una fase che diede alla luce opere simbolo del gusto comune delle corti europee che avevano fra loro strette relazioni economiche e culturali: un gusto prezioso ed elegante, in cui l’arte è concepita come evasione dalla realtà verso un mondo fiabesco e ideale, dove linea e colore tendono a prevalere sulla resa della profondità e l’espressività delle figure. Un vivo realismo è però riscontrabile nella rappresentazione del mondo naturale, basata sull’osservazione diretta e l’esecuzione di modelli e repertori di immagini. Manifesto di questo stile sono la miniatura e l’oreficeria.

La Madonna della Quaglia è un’opera giovanile di Pisanello, che data intorno al 1420. Si tratta di una tavola dipinta con tecnica a tempera e oro, che ha fatto parte della collezione Bernasconi di Verona fino al 1862 per poi passare al Museo di Castelvecchio, da cui è stata trafugata pochi giorni fa insieme ad altri capolavori. La tavola rappresenta una Madonna col Bambino che viene incoronata da due angeli in volo, seduta in un roseto, all’interno del quale figurano alcune specie vegetali e volatili, tra cui una quaglia in primo piano, che dà il titolo all’opera. La Vergine ha un incarnato a tinte morbide e delicate, che ricorda quello delle principesse cortesi; il panneggio ha i colori tradizionali dell’iconografia mariana: veste rossa con manto blu, l’umano che si copre del divino. La veste è impreziosita da alcuni dettagli dorati, che si affiancano alle elaborate aureole-corone indossate da entrambe le figure, richiamando fortemente le opere dell’oreficeria, arte cardine del periodo gotico. Madre e bambino creano tra loro una struttura compositiva circolare, che ne avvicina i volti e le mani in una sorta di intreccio dalle linee curve, a cui si uniscono anche quelle create dalle ali degli angeli nel piano superiore della tavola. Le due figure sono calate all’interno di una ambientazione paradisiaca, fortemente accentuata dal fondo in lamina dorata: la nobiltà del soggetto e la profusione dell’oro fornivano infatti al committente la possibilità di mostrare il proprio prestigio. Si tratta in questo caso di un roseto, un giardino conclusus (recintato), simbolo della verginità di Maria. Altro simbolo della Vergine è proprio la rosa, tipica peraltro dello stile tardogotico, mentre la quaglia potrebbe rimandare all’immortalità dell’anima, in quanto metafora di Cristo, o all’umiltà, virtù con cui la Madonna si appresta a ricevere dagli angeli l’incoronazione. Particolare attenzione è data alla resa degli elementi della flora e della fauna, ritratti con il gusto erudito tipico dei pittori del “gotico fiorito”: sono presenti diverse specie floreali, e uccelli simili a tortore o colombe.

La tavola ricorda quelle del maestro di Pisanello, Gentile da Fabriano, e si affianca alla Madonna del Roseto di Michelino da Besozzo, coetaneo della zona milanese, anch’essa conservata nella stessa sala del museo di Castelvecchio. In definitiva, l’opera è un perfetto esempio dello stile “gotico cortese”, in cui il mondo cavalleresco si mischia con i temi e le iconografie sacre, con il preziosismo dell’oreficeria e l’attenzione per i dettagli decorativi.

Alessia Carsana

Sono nata ad agosto nel 1992. Vivo tra le montagne in provincia di Lecco, ma scappo spesso in città. Ho studiato Lettere Moderne all'Università Statale di Milano e mi incuriosisce la Linguistica. Cerco di scrivere, di leggere e di vedere quante più cose possibili. Cerco storie. Amo i racconti, la scultura, la poesia, la fotografia. Mi piacciono i dettagli, le simmetrie, i momenti di passaggio.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.