Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
“Ritratto di Girolamo Pompei”
di Giovanni Benini

G. Benini, Ritratto di Girolamo Pompei, 1790, olio su tela, 85x63

G. Benini, Ritratto di Girolamo Pompei, 1790, olio su tela, 85×63

Nel ricco bottino trafugato dal Museo di Castelvecchio di Verona non figurano solo capolavori inestimabili di artisti come Pieter Paul Rubens, Andrea Mantegna, Pisanello o Tintoretto, ma anche opere minori quali Ritratto di Girolamo Pompei, dipinto dal veronese Giovanni Benini nel 1790.

L’olio su tela (85 x 63) era destinata all’Accademia di Pittura e Scultura di Verona, oggi Accademia di Belle Arti Cignaroli, ma alla fine del 1800 venne smarrita probabilmente nel corso di un trasloco. Tornò a Verona oltre un secolo dopo, grazie all’Associazione Amici del Museo che, dopo averla acquistata a Mantova, nel 2012 la donarono al Museo di Castelvecchio in occasione del bicentenario della fondazione della Pinacoteca Civica.

Pur non avendo un grande valore economico, si parla di poche migliaia di euro, il quadro ha un significato affettivo e storico per la comunità veronese, visto che furono proprio le principali istituzioni cittadine a commissionarlo al Benini il 1° agosto del 1790, in occasione della scomparsa di Girolamo Pompei, uno dei massimi intellettuali a tutto tondo del Settecento veronese. Tragediografo (Ipermestra del 1766, Calliroe del 1769 e Tamira del 1773-1779), poeta (Canzoni pastorali, del 1764 e del 1799), traduttore, la sua opera più significativa è senza dubbio la volgarizzazione delle Vite di Plutarco, pubblicata nel 1772: il Pompei fu anche insigne cattedratico, tra i suoi allievi Ippolito Pindemonte e Segretario perpetuo dell’Accademia di cui lo stesso Benini era allievo.

Il ritratto, di gusto neoclassico, è di chiaro stampo celebrativo: il profilo del nobile veronese è decontestualizzato dall’ambiente circostante, privo di riferimenti all’abbigliamento e all’acconciatura dell’epoca. La rappresentazione realizzata da Benini celebra lo spessore culturale e la grande cultura di Pompei, ritraendolo di profilo su fondale blu con incise in oro le iniziali del suo nome (H. P.) circondato da una ghirlanda di alloro. Nella parte sottostante una penna d’oca, un volume color porpora e alcune carte scritte a mano conferiscono ancora maggiore “aulicità” alla personalità di Girolamo Pompei, che nell’iscrizione viene ricordato come «Hyeronimus Pompeius Graecis Italis literis clarus / Academiae a commentariis».

Nelle sale del Museo di Castelvecchio, a colmare gli spazi vuoti lasciati dai 17 dipinti che hanno preso il volo, restano per ora solo le loro immagini fotografiche appese alle pareti. Saranno a breve sostituite con opere che in segno di solidarietà stanno giungendo da altri musei, nella speranza che vengano prima o poi recuperati e riportati “a casa”.

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Valentina Cognini
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