«Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi» di J.D. Salinger: storia di un eroe rifiutato

Nomini J.D. Salinger (1919-2010) e chiunque pensa subito – giustamente – al suo capolavoro indiscusso, The Catcher in the Rye, noto in Italia come Il giovane Holden (acquista). Poco dopo la pubblicazione di questo romanzo, colonna portante della letteratura americana del Dopoguerra, Salinger ha deciso di continuare sì a scrivere, ma di non pubblicare più nulla. Sul piano dei romanzi, dobbiamo rassegnarci al fatto di non poter leggere nient’altro del papà di Holden Caulfield – anche se Matt, il figlio di Salinger, ha dichiarato di recente di voler riordinare gli scritti del padre e pubblicarli. In qualunque libreria si possono invece trovare tre raccolte di racconti, che racchiudono i lavori comparsi alla fine degli anni Quaranta sul New Yorker: Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione e i celebri Nove racconti. Proprio di quest’ultima raccolta fa parte il racconto di cui abbiamo deciso di parlarvi: Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi, uscito per la prima volta sul numero del New Yorker del 5 giugno 1948.

«Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi», il titolo misterioso (al solito)

Partiamo dal titolo. Un po’ misterioso, come tutti i titoli di tutti di lavori di Salinger: Lo zio Wiggily nel Connecticut, Alzate l’architrave, carpentieri, Un giorno ideale per i pescibanana… Pure lo stesso The Catcher in the Rye, che tradotto letteralmente in italiano sarebbe Il ricevitore nella segale. Nessuno di questi titoli dà indizi sulle rispettive storie.

Il marchio di fabbrica di Salinger è infatti scegliere come titoli frammenti di dialoghi – all’apparenza irrilevanti o quasi – che compaiono nel corso della narrazione. Il lettore si avvicina al racconto senza avere la minima idea di ciò a cui andrà incontro. In effetti, funziona così anche con la vita. È forse uno degli aspetti più affascinanti della prosa salingeriana.

Come prevedibile, in Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi non c’è nessun esquimese e non c’è nessuna guerra. Siamo, come al solito, a New York, alla fine degli anni Quaranta.

«Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi»
La prima stampa del racconto, sul New Yorker. Da: newyorker.com

Un incontro casuale

È il caso a far incontrare i protagonisti, Ginnie Mannox e Franklin Graff. Ginnie è una diciassettenne che ogni sabato gioca a tennis con Selena, la sorella di Franklin. Infastidita perché l’amica non paga mai la sua parte quando tornano a casa in taxi, un giorno Ginnie si impunta e pretende i soldi. Selena afferma di non averli con sé e doverli chiedere alla madre, e chiede a Ginnie di salire a casa sua e aspettare lì.

Selena impiega molto più tempo del previsto – forse per il gusto di lasciar aspettare Ginnie – ed è così che la protagonista conosce Franklin. Chiacchierando, Ginnie scopre che Franklin era innamorato proprio di Joan, sua sorella, ma che questa non corrispondeva il suo amore.

L’eroe rifiutato

Salinger mette in scena, con Franklin, un eroe rifiutato – e per questo inatteso. Il rifiuto ha caratterizzato la vita di Franklin, e non solo in amore. Infatti, il ragazzo non ha potuto combattere durante la Seconda Guerra Mondiale per via di un problema di salute, che lo fa sentire rifiutato dalla società. Franklin risponde a sua volta con un rifiuto alla società, decidendo di non riprendere gli studi interrotti tempo prima e disprezzando il conformismo di chi lo circonda. Il suo è un rifiuto di essere incasellato.

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Ma forse, sembra dirci Salinger, una via d’uscita c’è. Franklin racconta con naturalezza la sua storia a Ginnie, con la libertà di chi parla con una perfetta sconosciuta e sa quindi di non avere niente da perdere. La loro conversazione viene interrotta, ma Ginnie ha voglia di riprenderla. Non si sa se per concludere il discorso e basta o, più in generale, per il piacere di rivedere Franklin. Salinger lascia che sia il maggiore o minore ottimismo del lettore a trarre una conclusione: dai rifiuti, anche continui, può comunque nascere una possibilità? Il rejected hero può redimersi o è condannato in eterno? E noi, che siamo stati tutti rifiutati almeno una volta nella vita?

«Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi»: sulle tracce di Holden Caulfield

La tematica trattata non è la sola ragione per cui Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi è un buon consiglio di lettura. I lettori che hanno più dimestichezza con l’inglese apprezzeranno anche lo stile sorprendente, soprattutto nelle battute di dialogo, ma a condizione che leggano il racconto in lingua originale.

Franklin parla come Holden Caulfield (che già era protagonista del racconto Slight Rebellion off Madison, poi confluito, con i dovuti ampliamenti, in The Catcher in the Rye). Alla vigilia della guerra con gli Esquimesi anticipa già il capolavoro salingeriano: l’autore è riuscito, tre anni prima dell’uscita di The Catcher in the Rye, a trovare non solo le caratteristiche, ma anche la voce del suo eroe per eccellenza.

Franklin, come Holden, disprezza gli incasellamenti imposti dalla società, usa gli intercalari goddam e for Chrissake (un po’ gli equivalenti dei nostri cazzo e Cristo, per intenderci) con un’altissima frequenza – facendosi redarguire e infischiandosene –, si esprime con spontaneità in quella che è una fedele e talvolta spiazzante trascrizione dell’American English orale.

A chi consigliamo questo racconto? A chi ha già letto e amato The Catcher in the Rye, si intende. Ma anche a chi Salinger quasi non l’ha mai sentito nominare. Queste poche pagine saranno sufficienti per tastare il terreno e capire se il suo stile rivoluzionario vi piace – ma noi scommettiamo di sì.




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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata a pieni voti assoluti in Scienze Linguistiche e specializzanda in Traduzione. Innamorata della letteratura e dell’arte. Sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate.
Francesca Cerutti
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