Anno al giro di boa: un carnevale per ricominciare

Una strada dritta deve curvare, e una vita retta prima o poi cade nella devianza. Per incanalare il bisogno di trasgressione, le dionisiache greche e i saturnali romani concedevano nell’anno un periodo sospeso: si smettevano le vesti dei ruoli sociali e delle gerarchie, e si lasciava spazio alla dissolutezza, allo scherzo e al rovesciamento dell’ordine. L’interruzione permetteva di riprendere il ciclo, e il carnevale presto si costituì come snodo essenziale dell’anno, sul quale far leva per ripartire poi, sanati.

Carnevale

Carnevale di Venezia. Fonte: www.3bmeteo.com

Gli estremi

Il carnevale è mobile come la celebrazione che ne fissa gli estremi. Tradizione vuole che nei paesi cattolici la festa si inaugurasse la prima domenica di Settuagesima (la prima delle nove che precedevano la settimana santa, secondo il calendario gregoriano), ma la Pasqua cattolica può cadere dal 22 marzo al 25 aprile e tra il mercoledì delle ceneri (primo giorno di Quaresima) e la Pasqua devono contarsi quarantasei giorni, quindi il martedì grasso, ultimo giorno di festa carnascialesca, in anni non bisestili si colloca tra il 3 febbraio e il 9 marzo.

Il giovedì e il martedì precedenti l’inizio della Quaresima, il tempo di magra, sono detti grassi: si mangia e si beve a volontà, per far fronte al lungo periodo che verrà, di astinenza. È un climax ascendente di lascivia quello che cresce tra questi due giorni e che, in alcuni paesi, si chiude con un falò che decreta la morte di carnevale. Ma l’Italia è un arlecchino di tradizioni, e non tutti i carnevali terminano lo stesso giorno. Fanno eccezione Viareggio, Ovodda, Poggio Mirteto, Bientina, Borgosesia, Chivasso e Foiano della Chiana.

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Carnevale di Viareggio. Fonte: www.101giteinliguria.it

Dall’Alpi

Un evento violento anima la storica rievocazione del carnevale di Ivrea, che racconta la rivolta dei contadini contro il tiranno della città, che leggenda e forse storia vogliono che fosse Ranieri di Biandrate. Forte dell’antico spirito, il popolo, a terra, si difende dagli attacchi dell’esercito, su carri, nella celebre battaglia delle arance, che ad archi e frecce sostituisce gli agrumi, comunque da non sottovalutare. Gli animi sono però addolciti dal corteo della mugnaia, che lancia dolci e regali alla popolazione.

Il carnevale sovraccarica Venezia di turisti, ancor più che negli altri periodi dell’anno, già spesso insostenibili. Gli eventi sono diversi, alcuni più ludici altri più culturali, e ruotano solitamente attorno a un tema di fondo. Di contorno, maschere in abiti settecenteschi passeggiano per la città, e oltre ai lucratori che aspirano alle mance dei turisti, ci sono gli appassionati, che dai paesi vicini, con tutta la famiglia, sfoderano l’abito della festa. Cultura, spettacolo e soprattutto politica sono invece i protagonisti, distorti dell’ironia, dei grandi carri di Viareggio, che esibiscono personaggi in cartapesta. Sulla riva del mare, tra musiche forti e formazioni da gran parata, passano carri altissimi, che svettano anche oltre i palazzi.

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Carnevale di Ivrea. Fonte: www.torinotoday.it

Alle Piramidi

A Putignano in Puglia, il carnevale nasce festa agricola. I contadini accompagnavano il passaggio delle reliquie per la città, e si trascinavano in canti e balli una volta chiusa la cerimonia religiosa. Solo l’epoca fascista guiderà la conversione della festa in una parata di carri. È una pietanza della zona a dar nome alla maschera principale, Farinella.

I carri infiorati passano invece per Acireale, poco lontano da Catania, in Sicilia. La festa non si sfiata neppure di notte in quelle terre calde, e il passaggio dei carri prosegue, accompagnato da fonti di luce, sempre trascinato da scenografie e danze spettacolari. Anche molti paesini della Liguria riprendono la tradizione dei carri infiorati.

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Carnevale di Acireale. Fonte: catania.liveuniversity.it

Ancora città dolenti

In un paesino sperduto della provincia di Brescia, si conserva quasi intatta una tradizione che attira turisti, curiosi ed etnologi. Risale al XVI secolo il rituale del Carnevale di Bagolino, che nel 1518 ricompensava con una forma di formaggio la compagnia di Laveno che era intervenuta nella manifestazione. Balarì e Maschèr si fronteggiano per vie e piazze che si fan palchi, in paese. Maschere color avorio senza espressione celano volti su cui pende l’ombra di grandi copricapi in feltro, ornati da lunghi nastri rossi. I Balarì si esibiscono in danze spettacolari, attorcigliate in mosse complesse su musiche originali, solo il lunedì e il martedì di carnevale.

I Maschèr sono invadenti e grossolani, travestiti da vecio e vecia si muovono tra la folla, importunandola con imbarazzanti toccate ai genitali. Caracollano in goffe camminate, apostrofando la gente con una voce in falsetto. La loro vicinanza deve risultare scomoda e imbarazzante, animata da maschere grottesche o paurose o zoccoli animaleschi. Ai Maschèr non si può rispondere a tono, bisogna incassare e proseguire per via.

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Carnevale di Bagolino. Fonte: commons.wikimedia.org

L’ultimo del carro

In quasi tutte le chiese dell’arcidiocesi di Milano e in alcune diocesi vicine, il carnevale si chiude in un giorno anomalo: sabato, con la prima domenica di Quaresima. È un carnevalone, che prolunga la festa, si dice per aspettare il vescovo sant’Ambrogio che aveva annunciato il suo ritorno in città per carnevale, dopo un pellegrinaggio. Più probabilmente la chiesa riporta che i quattro giorni da mercoledì a domenica furono aggiunti successivamente per prolungare il tempo della Quaresima a quaranta giorni effettivi di digiuno, dato che il giorno del Signore non si è soliti digiunare. L’ultimo del carro prende il nome dal vescovo che lo fece tardare: è il carnevale ambrosiano.

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Carnevale ambrosiano. Fonte: www.mymi.it

 

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