Antonio Ligabue: la tigre fragile

L’arte vive di figure dannate. Artisti le cui opere non possono scostarsi da una vita di eccessi e incomprensioni, spesso accompagnate da una personalità fuori dagli schemi dell’epoca vissuta. Figure come Caravaggio, assiduo frequentatore di bettole e omicida in fuga; come Modigliani, morto in assoluta povertà durante l’epoca d’oro della Parigi dei bohémien; o ancora Vincent Van Gogh, figura simbolo per eccellenza dell’artista dannato. Povero, incompreso e deriso, Van Gogh morì suicida senza aver mai raggiunto il riconoscimento artistico tanto anelato. Un uomo difficile, con una personalità inquieta che spesso gli fece guadagnare le porte dei manicomi francesi. Esiste in Italia una figura molto simile a Van Gogh, ma non altrettanto conosciuta. Un pittore dilaniato dalla sua stessa mente, deriso e ammirato allo stesso tempo; un uomo che come Vincent ha scelto di esprimere la moltitudine di sentimenti che provava attraverso l’arte. Parliamo di Antonio Ligabue.

Il nome fino a poco tempo fa sarebbe suonato sconosciuto ai più, ma grazie a Volevo nascondermi, film di Giorgio Diritti con Elio Germano, vincitore per questo ruolo dell’Orso d’Argento a Berlino, il nome di Ligabue sta lentamente ritornando alla ribalta che merita.

Antonio Ligabue
Elio Germano come Antonio Ligabue
Fonte: Rolling Stone

Fragilità e forza

Antonio Ligabue nasce a Zurigo nel 1899, figlio di Elisabetta Costa, ragazza madre di origini bellunesi. Il bambino viene dato molto piccolo in affidamento alla famiglia Göbel, svizzeri tedeschi residenti a Tablat. Il rapporto di amore conflittuale con la matrigna sarà una delle caratteristiche che lo accompagnerà per tutta la giovinezza. Subito ci si accorge che, seppur molto portato per il disegno, Antonio ha dei disturbi psichiatrici che lo portano a crisi di violenza e a fughe improvvise. Il suo primo internamento in manicomio avviene a soli 16 anni. Nel corso della sua vita entrerà e uscirà dall’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia altre tre volte, tutte motivate dagli imprevedibili scatti d’ira classificati come «psicosi maniaco-depressive».

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Nel 1919 viene espulso dalla Svizzera a causa di una denuncia della matrigna e accompagnato dai Carabinieri a Gualiteri, il paese di origine del padre naturale, in provincia di Reggio Emilia. Nel paesino emiliano Antonio sopravvive di elemosina e di una piccola somma elargita dalla famiglia adottiva, vivendo come un vagabondo e dormendo spesso nei fienili e nei boschi intorno agli argini del Po.

Il fatto di conoscere solo il tedesco comporta un’emarginazione ancora più grande, che lentamente lo spinge alla solitudine più estrema. Nonostante le grandi difficoltà Antonio trova il modo di dedicarsi alla cosa che più ama: l’arte. Scolpisce con l’argilla ritratti dei suoi pochi amici e di animali, incredibili per il loro dinamismo e per le capacità espressive. Avvicinato da artisti che capiscono il suo potenziale, tra cui lo scultore Marino Mazzacurati, Antonio Ligabue comprende che la sua vera vocazione è la pittura.

Dipinge tele a olio di incredibile vivacità: i colori accesi si accompagnano a linee vorticose tipiche della pittura fauves ed espressionista, che probabilmente l’artista conosce tramite libri e stampe presenti a casa degli amici che lo ospitano.

Ligabue immagazzina con avidità tutto ciò che vede, compresi film, cartoline o ricordi dell’infanzia in Svizzera, impressi sulla tela in scene di vita contadina. Dipinge ciò che conosce, tra cui un numero cospicuo di autoritratti. Ognuno di essi trasmette, attraverso uno sguardo che sembra vagare oltre l’osservatore, la fragilità e la delicatezza dell’anima del pittore.

Antonio Ligabue, Autoritratto

Gli abitanti di Gualtieri diffidano di quest’uomo scontroso e vagabondo, che ama la compagnia degli animali più di quella umana. Nelle sue opere questa vicinanza al mondo animale si riscontra nella scelta dei soggetti: cani, cavalli, galline, volpi e uccelli notturni sono tra i protagonisti delle sue tele, animali che può incontrare nelle cascine del paese e nei boschi agli argini del Po.

Non mancano però anche creature esotiche, come le amate tigri, che l’artista ritrae con le fauci spalancate verso lo spettatore, pronte a balzare sopra la preda, o leopardi, serpenti e leoni, visti probabilmente nelle illustrazioni dei libri della biblioteca di Andrea Mozzali o Marino Mazzacurati, i suoi amici scultori.

Anche il cinema ebbe un forte impatto sulla sensibilità dell’artista; possiamo vederlo nelle furibonde lotte tra animali e uomini, o nella scena tratta da King Kong del potente gorilla che tiene una giovane svenuta tra le zampe.

Antonio Ligabue
Antonio Ligabue, Tigre assalita da un serpente

Si è cercato di far rientrare l’opera di Antonio Ligabue nella corrente dei naïf, cioè di quegli artisti privi di una vera e propria preparazione accademica, che affidavano alla sensibilità personale i soggetti e le scelte tecniche dei propri dipinti. Un’arte ingenua, come coloro che la praticavano. Autodidatti spinti dall’amore per la bellezza. Come Henri Rousseau, detto Il Doganiere, artista francese che colpì cubisti, fauves ed espressionisti con la spontaneità delle sue opere, slegate da ogni ingerenza esterna.

Probabilmente fu proprio grazie a questa sconcertante spontaneità che Ligabue ottenne ciò che Vincent Van Gogh, così vicino al pittore di Gualtieri per la sua vita tormentata, non riuscì mai a guadagnare in vita: il riconoscimento.

L’Italia scopre Antonio Ligabue

Negli anni Cinquanta la voce del talento artistico di questo eccentrico abitante di Gualtieri si diffonde in tutto il paese, anche grazie a servizi giornalistici e a documentari Rai dedicati all’arte e soprattutto allo stile di vita sopra le righe del pittore, la cui consacrazione artistica avviene con la mostra allestita presso la galleria La Barcaccia a Roma nel 1962. Da quel momento il nome di Antonio Ligabue viene ufficialmente riconosciuto da critici e collezionisti, che iniziano ad acquistare le sue opere, rendendolo finalmente benestante.

Lo stile di vita errabondo di Ligabue però non cambia, nonostante l’acquisto di una motocicletta rossa con cui sfreccia pericolosamente per il paese, restando coinvolto in un incidente che lo bloccherà per un mese in ospedale. Da quel momento inizierà a preferire le auto, pretendendo che l’autista da lui assunto si tolga il cappello e gli apra la portiera ogni volta che sale in macchina.

Antonio Ligabue
Fonte: Fondazione Federico II

Negli anni Sessanta il suo prestigio come pittore è sempre maggiore, ma l’artista non riuscirà mai a goderne appieno. Nel 1962 viene colpito da paralisi e morirà nel 1965 al ricovero per mendicanti di Gualtieri.

La figura di Antonio Ligabue ci colpisce con durezza, perché ci ricorda cosa può nascondersi dietro il barbone che vediamo dormire per strada, perché ci colpisce con l’immagine di un uomo che tentava disperato di vendere alla cameriera dell’osteria il disegno di una tigre fatto sul tovagliolo in cambio di un bacio. La semplicità di una persona che ha dimostrato al mondo come il talento possa farsi strada dentro chiunque abbia la sensibilità di ascoltarlo.

Le opere di Antonio Ligabue sono state esposte in tutto il mondo, acquistate da collezionisti di fama internazionale e apprezzate all’unanimità dalla comunità artistica; ma, come recita l’epitaffio posto sulla tomba del pittore a Gualtieri, egli «che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore» desiderava «solamente libertà e amore».

Beatrice Curti
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