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Antonio Pallante | Uomini in rivolta

14 Luglio 1948, ore 11:30, Via della Missione, Roma. 4 spari. Palmiro Togliatti cade a terra. L’Italia si trova all’improvviso sull’orlo di una guerra civile. A sparare è stato uno studente fuoricorso siciliano, Antonio Pallante.

L’Italia del 1948

Il Fronte democratico popolare, formato da comunisti, socialisti e altre formazioni minori, aveva perso le prime elezioni politiche dell’Italia Repubblicana. La dura campagna elettorale aveva visto un aspro scontro con la Democrazia Cristiana, terminato con la vittoria della DC sul fronte popolare con una differenza di 4 milioni di voti. I democristiani vinsero perché godevano anzitutto dell’appoggio del Vaticano e perché la loro vittoria avrebbe concesso l’attuazione del piano Marshall, fondamentale per la ricostruzione economica del Paese. I comunisti, inoltre, spaventavano i moderati: il segretario Palmiro Togliatti infatti aveva trascorso, mentre in Italia imperversava il fascismo, un periodo controverso in Russia. Lì non si oppose mai ai dettami di Stalin e anzi ne seguì gli ordini, ottenendo da Guareschi il soprannome di “trinariciuto” (un’ipotesi storicamente dibattuta racconta addirittura che, durante le grandi purghe, denunciò i suoi compagni di partito anti-stalinisti). La vittoria di Togliatti, per alcuni, avrebbe significato l’invasione sovietica dell’Italia e la dittatura stalinista.

Chi era Palmiro Togliatti?

Palmiro Togliatti (soprannominato da tutti “Il migliore”) era un genovese, classe 1893 e con una laurea in giurisprudenza. Segretario del PCI dal 1926 al 1934 e dal 1938 al 1964, si trovava nel 1948 nei banchi dell’opposizione insieme a Pietro Nenni. Era dotato di una grande intelligenza, cinismo e carisma politico. Non sappiamo se la sua vittoria – e di conseguenza quella del Partito Comunista Italiano – sarebbe davvero stata sinonimo di invasione dell’Armata rossa o Cominform, ma sicuramente non avrebbe significato Patto Atlantico e Piano Marshall. Ciò che è certo è che Togliatti aveva perso le elezioni e sembrava quasi esserne felice (disse che era il miglior risultato possibile), poiché sarebbe stato in grado di avere un certo potere senza però avere la responsabilità del governo né il fiato sul collo di Stalin.

Antonio Pallante prima dell’attentato

Antonio Pallante, l’altro protagonista di questa storia, nacque il 3 agosto 1923 in provincia di Avellino, ma passò la sua infanzia a Randazzo, in provincia di Catania. Il padre, appuntato della forestale, si trovava di servizio lì. Dopo le elementari frequentò il seminario in provincia di Cosenza nel quale rimase diversi anni, prima di venir espulso per aver tirato un calcio al rettore. Poche cose si sanno del Pallante privato. Anzitutto è stato un uomo confuso: dall’infanzia nella gioventù italiana del littorio passò, nel 1944, al PLI, in seguito reputato troppo reazionario e lasciato per l’MSI e “il fronte dell’Uomo qualunque”. Un’altra cosa che si può dire di lui è che sfiorava la mitomania. Dichiarò ad esempio, nel libro-intervista Quattro colpi per Togliatti (acquistalo qui), di aver interrotto nella Seconda guerra mondiale le comunicazioni tra Mussolini e Graziani e, nel parlare del gesto del 14 luglio, amava paragonarsi agli eroi risorgimentali e della Rivoluzione francese.

L’attentato

Pallante partì il 10 luglio da Randazzo dicendo alla famiglia di dover sostenere un esame universitario. Doveva essere contenta, la madre: il figlio dopotutto era un fuoricorso 24enne e pure un po’ imprevedibile. Molto imprevedibile. Perché a Catania aveva acquistato al mercato nero, grazie a mesi di economie, un revolver in buono stato del 1908. Aveva anche acquistato in armeria 5 pallottole decisamente scadenti e incapaci di perforare a fondo. La direzione non era l’ateneo, ma Roma.

Grazie a un pass per Montecitorio ottenuto dall’onorevole democristiano Francesco Turnaturi, Antonio Pallante può adesso osservare dalla tribuna la sua futura vittima. Chiede poi un appuntamento con il leader comunista, ma non ottiene risposta. Il 14 luglio si apposta quindi in Via della Missione, dove Togliatti è solito passare uscendo dal Parlamento. La seduta ha reso Togliatti nervoso e, accaldato, esce dall’aula con la compagna Nilde Iotti. Sono le 11:30. Pallante lo vede. Spara 4 colpi. Uno di questi lo colpisce alla nuca. Togliatti si accascia a terra tra le grida di Nilde Iotti. Pallante scappa confuso nei vicoli vicino Montecitorio. Una fuga che dura poco, quei viali sono pieni di poliziotti. Ad arrestarlo è Antonio Perenze, colui che in seguito annuncerà anche l’uccisione di Salvatore Giuliano. Togliatti viene portato all’ospedale, dove il chirurgo Pietro Valdoni lo opera per lunghe ore. Nel frattempo le voci dell’attentato a Togliatti si diffondono in tutta Italia: il Paese è nel caos.

Le rivolte dopo l’attentato

A Genova, Roma, Napoli, Livorno e Taranto si scende in Piazza. Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL, proclama lo sciopero generale. Si contano in quei giorni 16 morti (7 manifestanti e 9 poliziotti). È passato alla storia il più drammatico di questi episodi. A Gravina gli operai scioperano. Il padrone chiama i Carabinieri. Un operaio rimane ucciso. I manifestanti prendono un carabiniere, lo portano alla camera del lavoro, lo spogliano, lo derubano e lo uccidono a suon di botte. Mario Scelba, allora ministro degli interni, proibisce le manifestazioni e si hanno tensioni con i militari americani ancora presenti sul territorio. A Torino l’a.d. della Fiat Valletta viene preso in ostaggio dagli operai. Molti tirano fuori il fucile che avevano nascosto dopo la guerra. Telefoni, treni, mezzi di trasporto non funzionano. C’è chi dice che, se Palmiro Togliatti fosse morto, in Italia sarebbe scoppiata una guerra civile simile a quella greca. Qui un cinegiornale dell’epoca.

La fine delle rivolte

I proiettili di Antonio Pallante erano scadenti e per questa ragione il colpo sparato alla nuca non riuscì a sfondare la calotta cranica. Togliatti riuscì quindi dopo poco a riprendere conoscenza e a rivolgere a Pietro Longo il famoso appello «State calmi, non fate follie» da diramare alle sezioni locali del partito. Dopo qualche giorno registrò addirittura un videomessaggio. Complice anche l’inaspettata vittoria di Bartali nella tappa del Tour de France, il Paese tornò pian piano alla calma. Pallante fu condannato a 13 anni, poi ridotti a 10, poi, in Cassazione a 6 per un effettivo periodo di detenzione di 5 anni e 5 mesi, al termine dei quali uscì grazie all’amnistia per i reati politici. Togliatti morì serenamente a 71 anni.

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Gino Bartali e l’attentato a Togliatti: storia mito e leggenda

Antonio Pallante dopo l’attentato e le polemiche

Antonio Pallante è l’unico personaggio di questa rubrica ancora vivo, alla veneranda età di 96 anni. Abbiamo provato più volte a contattarlo, ma ci ha chiaramente detto di essere stanco e di non voler più parlare di quell’episodio. Dopo l’attentato infatti lavorò, come suo padre, nella Forestale, senza dimostrare mai simpatie politiche di alcun genere, cercando di essere dimenticato. Molti hanno pensato, per via di un incontro che Pallante ebbe su un treno con un uomo legato a gruppi di estrema destra, a una regia occulta americana nascosta dietro il gesto. Chi scrive, però, ritiene la cosa decisamente improbabile. Questo perché, al momento dell’attentato, dato il largo consenso della DC, era abbastanza improbabile un’imminente invasione russa o un’ascesa comunista al potere (anche se non dobbiamo dimenticare le tensioni geopolitiche della guerra fredda). Non avrebbe quindi avuto senso uccidere Togliatti, a rischio di scatenare una rivolta. Una rivoluzione infatti avrebbe provocato uno scontro tra le forze russe e quelle americane sul suolo italiano. E fu forse anche per questo che Togliatti, con grande intelligenza politica, invitò alla calma.

Un giudizio su Antonio Pallante

Pallante, quindi, altro non è che un uomo che pensò di vendicare i morti delle purghe, dei gulag e del triangolo della morte con l’uccisione del segretario del Partito Comunista. Eppure la sua storia è in grado di parlarci di Togliatti, delle elezioni del 1948, dell’infiammabilità del nostro Paese, della presenza dei militari USA e delle tensioni geopolitiche di quegli anni. E per questo, ancora oggi, merita di essere raccontata.


Con Uomini in Rivolta raccontiamo i gesti che hanno cambiato il corso della storia. Perché dietro quei gesti ci sono quasi sempre delle ragioni, dei fatti e delle vite. Questo vogliamo raccontare: personaggi, contraddizioni, fatti e vite di epoche più o meno lontane partendo da un punto di vista insolito.


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Andrea Potossi
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