La letizia del cuore: perché leggere «L’apprendista» di Villalta

Ci sono momenti nella nostra vita in cui siamo portati a fare dei bilanci: si riflette sulle decisioni prese, su ciò che resta da vivere, sui propri sbagli. Ci si deve anche confrontare con una società in continuo cambiamento, una società che il più delle volte rinnega i propri valori, in particolare quelli fondati sulla compassione e la fratellanza, portandoci, così, a mettere in discussione ciò che si è costruito in passato. Si arriva, dunque, a fare i conti con la propria vita, alle volte aprendosi agli altri, condividendo per l’ultima volta se stessi, ascoltando e accogliendo il dolore altrui. 

Un’occasione, questa, per ritrovare l’empatia e la compassione di un tempo, ma anche di mostrare gratitudine per ciò che si ha. È su questo che verte L’apprendista di Gian Mario Villalta (acquista), edito lo scorso febbraio dalla casa milanese SEM Libri, romanzo che è valso allo scrittore e poeta friulano e direttore artistico di Pordenonelegge la candidatura all’edizione di quest’anno del Premio Strega da parte di Franco Buffoni.

«L’apprendista» di Villalta: trama

La storia de L’apprendista si svolge prevalentemente in una piccola chiesa nel Nord-Est e nella sacrestia di questa, tra maggio e settembre. I protagonisti sono il sacrestano ottantenne Fredi e il suo apprendista settantaduenne Tilio. Due persone con un vissuto completamente diverso: il primo è stato nell’esercito, ma lascerà la sua carriera e la sua futura moglie Simona per partire missionario in Giappone e diventare successivamente sacrestano; il secondo è sempre rimasto in paese, è un ex operaio di fabbrica, vedovo con un figlio, Paolo, con cui rapporto si è incrinato nel momento in cui Tilio si è innamorato di Veronika, la badante ucraina di sua moglie Irma, che successivamente lascerà l’anziano apprendista. I due protagonisti si incontrano in un pomeriggio afoso di giugno, quando il primo passa per caso nella chiesa dove Fredi fa da sacrestano. Quello che sembrava un incontro casuale avrà ben presto le sue motivazioni:

«A Fredi manca la letizia del cuore, adesso Tilio sa come si chiama quella cosa che lui conosce bene, quella cosa che lo ha fatto tornare. Non è soltanto il fatto che sono soli. E che non sono disperati. Ci sono molte persone sole e disperate perché sono sole. Lui e Fredi, questo aveva capito subito, erano soli ma non erano disperati, sapevano dare ordine alla giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto la letizia del cuore. Non potevano fare nulla l’uno per l’altro, se è per questo, non c’erano dubbi ma si erano incontrati.»

Tra un caffè corretto con tre parti di vodka, un pranzo condiviso assieme e le faccende da sbrigare in chiesa per le varie funzioni della giornata, Fredi e Tilio cominciano a conoscersi, ad aprirsi l’un l’altro, a condividere e ad ascoltarsi. Entrambi riflettono sulle proprie vite, sui dubbi attorno alla religione, sui cambiamenti della propria realtà, abbandonandosi ai propri pensieri e ai propri ricordi.

Spiegazione del titolo e analisi testuale

Come mai l’autore ha intitolato il romanzo L’apprendista? Se il titolo sembra alludere solamente a Tilio, che nel romanzo si definisce davanti al consuocero Raffaele «apprendista nònsol» (apprendista sacrestano), in realtà quella dell’apprendista è una condizione più universale, appartenente anche a Fredi e a noi lettori. Come spiega Tilio:

«Quando impari un mestiere capisci ancora dov’è il tuo posto e dove devi arrivare. Te lo fa capire quello che ti sta davanti e dà ordini, prende in giro, rimprovera, però lui sa fare. Non è per il lavoro, avrebbe detto a Raffaele, ma per capire che non sono arrivato, che so stare al mio posto e non è un posto assegnato per sempre. L’apprendista sacrista è perfetto per me, senti come suona bene, apprendista. Sto all’ultimo posto, nessuno mi manda via, dormo bene e saluto per strada. “Vuoi saperlo, Raffaele,” gli avrebbe chiesto “la vuoi sapere la verità? Siamo noi che crediamo migliori i posti davanti, e poi viviamo con la paura che arrivi qualcuno a mandarti via.»

Un modo d’essere, quello dell’apprendista, che consiste in una continua ricerca di se stessi e del senso della vita attraverso l’incontro con l’altro.

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Per Tilio essere l’apprendista è «un modo per mettersi all’ultimo posto senza falsa umiltà». La sua posizione di apprendista è sempre ribadita dall’autore: Don Livio lo chiama “figliolo”; a Fredi «piace trattarlo come un ragazzo», e lo definisce anche “Sognarello”. I due diminuitivi rendono bene l’idea di quanto Tilio sia ancora impreparato nei confronti della vita e del rapporto con gli altri. Inoltre, mentre pensa al figlio Paolo, lo stesso apprendista sacrestano sostiene che questi «a volte lo metteva a disagio, pareva che il figlio fosse l’adulto e lui l’adolescente». La sua è la posizione, dunque, di un uomo che ha ancora da imparare, nonostante la sua età, e lo fa mettendo in discussione ciò che apprende, ad esempio, dalla lettura del Vangelo in chiesa oppure il comportamento degli altri.

Paradossalmente, nonostante sia il sacrestano, anche Fredi a modo suo diventerà apprendista. Quest’ultimo ci viene presentato sin da subito come un uomo che non lascia spazio ai pensieri, ai ricordi, e non vuole condividere con Tilio nient’altro che il pranzo e il caffè corretto. Tuttavia, comprende che deve riconoscere anch’egli i propri sbagli e i propri sentimenti, accettando così l’amicizia di Tilio e il suo bisogno di letizia del cuore, ovvero «condividere dei pensieri, parlare della vita, dei ricordi belli», anche se, come ammette Tilio, i ricordi belli possono far male. Fredi impara, dunque, non solo a non aver paura di accogliere i propri sentimenti e quelli altrui, ma anche ad accettare le scelte compiute nella propria vita.

Infine, anche noi lettori siamo alla fine degli apprendisti, e ciò è dimostrato da come è scritto e strutturato il romanzo. Il ritmo del romanzo risulta pacato, lento, scandito dalle attività dei due protagonisti in chiesa e dai loro pensieri, quest’ultimi spesso introdotti con il discorso indiretto libero. Un ritmo che invita noi lettori ad ascoltare i pensieri degli altri, a imparare l’importanza dell’empatia, della compassione e della condivisione, valori che nel corso del romanzo la società di oggi sembra avere dimenticato:

«È una bella parola, compassione, nessuno ci pensa: vuol dire che a uno che patisce tu gli stai vicino. Per qualcuno è ancora così, non siamo tutti uguali, per fortuna. Ma di compassione, in generale, poca ce n’è. Anzi, c’è la soddisfazione, come se tutti gli altri credessero di essere migliori di noi, allora se gli va male è come avere le prove che non è così. Gli sbagli degli altri sembra che facciano contenti i vicini, gli amici, i fratelli. […] Anche quando gli va male a un amico, a un fratello, se non è troppo il male, se non ti viene danno, c’è qualcosa dentro di te che non è tutto dispiacere. Ma poi ci si vergogna, subito, ci vuole il coraggio di vergognarsi. Quella vergogna è buona, è la nostra strada giusta, è su questa via che si trova la vera amicizia, il bene necessario.»

Confronto tra passato e presente

Il contesto in cui noi, assieme a Tilio e Fredi, impariamo la compassione e la letizia del cuore è quello di una società profondamente cambiata. Il paesino è un luogo una volta scandito dal tempo della lentezza, quello della vita contadina, ma ora stravolto dalla velocità dell’odierna società industriale. Una realtà in cui l’uso di internet oggi è fondamentale, come dimostra lo stesso Tilio, che con il suo cellulare va su Google «per vedere se il mondo è ancora al suo posto», e che addirittura afferma in tono scherzoso che «se viene il clima globale che tutti dicono […] le messe le fanno via internet, così ognuno sta a casa sua, sui ventun gradi fissi». 

Nel paese dei due protagonisti de L’apprendista, uno dei tanti paesi «pieni di vecchi, di cani e di palazzi che si disfano», le vecchie botteghe e il vecchio cinema hanno lasciato spazio agli ipermercati, le famiglie di oggi pensano più ad avere cani invece di figli, mentre sono in pochi quelli che vanno a messa, e se lo fanno lasciano poche monete per l’offerta e hanno la mano impegnata a tastare le tasche con i cellulari nuovi. Un paese abitato ormai da persone sempre impegnate, che poco sembrano conoscere del proprio ambiente, al punto che «non si sa più chi sono i vicini di casa, buongiorno e buonasera, se va bene, che trovi quello educato», e che l’unica cosa che vogliono è che «fosse tutto come i canali tivù, le bibite all’ipermercato, mille offerte, così crede di essere lui che decide».

Assenza di compassione e dubbi sulla religione

È proprio in questo nuovo contesto di modernità che le persone sembrano aver perso i valori della compassione e dell’amore verso il prossimo. I più sembrano non provare dispiacere nei confronti delle disgrazie altrui, anzi, sembra proprio che la disgrazia altrui sia ciò che la gente vuole vedere per sentirsi migliore degli altri, poiché «scemenze, sfighe, disgrazie, sappiamo soltanto questo, questo vogliamo sentire, per il resto degli altri non ci importa niente». 

Tilio nota, inoltre, che vi è molta ipocrisia tra i fedeli, che vanno a messa ma che in realtà pensano solo a se stessi invece che aiutare il prossimo. Esempi di ciò sono la scena con il mendicante, il Sigàgno, dove Tilio nota un certo sollievo da parte dei fedeli una volta che Fredi lo ha allontanato dalla chiesa, giungendo all’amara riflessione «Beati i poveri, sì, se mi stanno lontani», oppure il ricordo di una commerciante, presidente della Caritas, che caccia una mendicante dal suo negozio perché la sua presenza avrebbe guastato l’immagine della sua attività. Episodi che dimostrano che fare il bene sia diventato mera manifestazione di facciata, e non un’azione spontanea proveniente dal nostro cuore.

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Da notare come Tilio usi la metafora dei cassetti a doppio fondo per descrivere quest’ultimo episodio. Una metafora che mostra la doppia natura della nostra personalità e della nostra realtà, che per questo motivo risultano difficili da interpretare:

«[…] si vede proprio che siamo fatti a cassetti. E c’è sempre un doppio fondo, credi di vedere tutto quello che c’è dentro, ma non è così, tiri fuori il cassetto e capisci che è molto più grande di quello che ci hai trovato.»

Non solo la natura dei fedeli, ma anche la religione stessa appare a Tilio una realtà a doppio fondo. Questi apprende, quindi, la complessità della realtà che vive e l’impossibilità di coglierla nella sua interezza. Sono molti, infatti, i passaggi in cui mette in dubbio le prediche dei preti della chiesa del paese, poiché la loro lettura del Vangelo è una lettura superficiale, che non corrisponde alla complessa realtà dell’essere umano.

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Tilio, dunque, comincia a mettere in dubbio il ruolo della preghiera e il suo rapporto con la giustizia di Dio, arriva a pensare che nessuno davvero ascolta la voce di Dio, poiché quest’ultimo ha abbandonato gli uomini come fossero giocattoli rotti per un mondo migliore, e che la generosità nella vita vera è praticabile solo se ci si sente superiore agli altri. Non è, quindi, una manifestazione d’amore spontanea, visto che «è come se il Vangelo volesse a tutti i costi non credere alla generosità e al voler bene spontanei»

Letizia del cuore: nuova religione dell’essere umano

Consideriamo le seguenti parole che Don Lorenzo rivolge a Tilio a proposito dell’interpretazione del Vangelo:

«Preferirei dire che siamo noi che dobbiamo cambiare il senso delle parole, per come le usiamo di solito, per trovare il loro significato più pieno nei Vangeli. […] hai bisogno della fede per capire il Vangelo e la fede te la può dare solo il Vangelo.»

Tilio, dunque, farà uso di questo insegnamento per interpretare in maniera nuova ciò che la chiesa vuole insegnare. La sua fede è da interpretarsi come fede nell’essere umano, nel suo dovere verso gli altri. L’imperativo di Tilio è «voglio servire. Non si può vivere senza servire a niente».

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Tilio decide di mettersi a disposizione di un altro essere umano, un’altra persona a cui donare se stesso, la sua disposizione ad ascoltare e a sollevarlo dai propri dolori per i rimorsi dovuti alle scelte della propria vita, facendogli capire che anche gli sbagli sono parte di essa. Tilio metterà a nudo i suoi sbagli, come il fatto, ad esempio, di esser stato troppo attaccato alle maldicenze del paese, portandolo a rompere la sua breve relazione con Veronika, la badante di sua moglie. Sceglie di esporsi con Fredi, una persona che ha fatto chiusura totale verso la vita e i suoi ricordi per non riconoscere i propri erroriAlla sua età e a causa dei suoi problemi di cuore, però, quest’ultimo ha compreso che:

«[…] quel vuoto, quella debolezza nel petto, è che non ha potuto ferire, rinfacciare tutto, sfogare il rancore. Non ha potuto perdonare. Niente ha potuto, è finito in ospedale, gli hanno chiesto se voleva essere operato e lui ha saputo che quello era il prezzo per sentirsi libero»

Il prezzo di sentirsi libero è quello di aprirsi, di ammettere liberamente i propri errori: di non essere stato in grado di perdonare gli sbagli altrui, come quello di suo padre, che molto probabilmente ha disertato l’esercito sul finire della Seconda Guerra Mondiale e per parte della sua vita non è stato presente, e anche quello di non esser stato in grado di amare, come dimostra il fatto di aver abbandonato Simona, ragazza che doveva sposare, per partire missionario in Giappone. Nel momento in cui si apre a TilioFredi si apre anche ai tanti pensieri che ha cercato di cancellare, ai tanti rimorsi riguardo le decisioni prese in passato, passando lui per essere quello che si perde nei pensieri al posto del suo apprendista:

«È incredibile» insiste Fredi «che io non abbia fatto altro per tutta la vita che voler cancellare le immagini della mia infanzia, e adesso invece mi arrivano da lontano come se venissero su dall’acqua. Mi fanno chiudere gli occhi, restare sospeso.»

Oltre a quelle dell’infanzia, L’apprendista riporta diverse immagini dell’età adulta, quelle con Simona, che mai più tornerà, ma anche un insieme di gesti e pensieri con i quali «si è convinti di poter tornare indietro, quelli di prima, e invece senza saperlo si continua a essere chi si è diventati». A Fredi resta dunque l’accettazione del suo destino, dei suoi difetti e occasioni mancate, e a Tilio il compito di donargli la letizia del cuore, ovvero la compassione, l’accoglienza del dolore altrui, una presenza amica che gli fa comprendere come non ci sia niente di male ad accettare le proprie debolezze e a mettersi al fianco di chi ha bisogno.

Perché leggere «L’apprendista» di Villalta

L’apprendista di Gian Mario Villalta non narra semplicemente la storia di due uomini anziani che fanno un bilancio delle proprie vite, con le proprie occasioni mancate, i propri rimorsi e sensi di colpa, ma una storia più universale su chi non smette mai di imparare ad amare gli altri, a condividere il proprio dolore e a dare compassione. In un mondo pieno di cambiamenti profondi, dove la religione e la fede cristiana sembrano vacillare, è tuttavia possibile concedersi all’altro, accettare la sua miseria alleviandola con il nostro amore.

Con un linguaggio poetico che lascia spazio ai ricordi e alle riflessioni filosofiche, e la cui pacatezza invita l’altro all’ascolto e all’empatia, il romanzo di Villalta ci mostra che anche noi siamo degli apprendisti nei confronti della complessità della vita, che ultimamente pensiamo sempre a noi stessi, ma in realtà dobbiamo imparare ad ascoltare e a donarci agli altri.

Immagine in evidenza: Dettaglio della copertina


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Alberto Paolo Palumbo
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