Apre a Bologna la IV Biennale di Foto/Industria: «Tecnosfera, l’uomo e il costruire»

Il 24 ottobre 2019 si è aperta a Bologna la quarta Biennale di Foto/Industria dedicata alla fotografia industriale, ossia quel mondo di suggestioni, oggetti e paesaggi nati dalla precisa volontà dell’uomo, un animale che più di ogni altro ha lasciato traccia del proprio passaggio sulla terra. Un percorso diviso in 11 tappe, ognuna delle quali racchiusa all’interno dei magnifici palazzi nobiliari bolognesi, delle sue chiese e dei luoghi più significativi della ricca storia artistica del capoluogo emiliano. Un filo composto di pellicola fotografica che per un mese, fino al 24 novembre, attraverserà idealmente Bologna.

Undici mostre per altrettanti artisti italiani e internazionali, tutti legati dal comune tema della costruzione, azione radicata nell’attività umana da millenni, qui analizzata nei suoi aspetti più intimi e vicini alla quotidianità. Un’esplorazione all’interno dell’artificiale e del meccanico per conoscere meglio la natura umana. Il termine “Tecnosfera” è stato teorizzato nel 2013 dal geologo Peter Haff, che ne ha delineato i contorni nell’insieme di tutte le costruzioni effettuate dall’uomo lungo la sua presenza sul pianeta, pesando sulla crosta terrestre decine di miliardi di miliardi di tonnellate.

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Bologna si fa interprete di una presa di coscienza sempre più necessaria, selezionando una tematica forte, mai abbastanza ridondante in una società che si divide tra chi prende fortemente a cuore le necessità di un pianeta sempre più soffocato dall’uomo, e chi minimizza il problema, favorendone l’inevitabile deriva. Bologna però non dimentica anche di come il costruire non sia solo sinonimo di inquinamento, deturpazione del paesaggio e fabbriche fumose; per questo ogni mostra trova come location ideale i luoghi simbolici della città, visti con un occhio differente: sotterranei, sale nascoste, oratori e locali di servizio, di questo si serve Foto/Industria, grazie anche alla preziosa collaborazione con Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia), nei cui spazi si conclude idealmente il percorso con l’undicesima mostra: Anthropocene.

Foto/Industria
Edward Burtynsky,
Oil Bunkering #1, Niger Delta, Nigeria 2016
Foto © Edward Burtynsky, cortesia Admira Photography, Milano
/ Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Un percorso che illustra con forza gli effetti devastanti della specie umana sul territorio, attraverso le suggestive fotografie di Edward Burtynsky e i video di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, in cui vengono mostrati gli interventi umani sul paesaggio, fotografando le cave di Carrara, la Grande Barriera Corallina australiana e le piantagioni di palme da olio nel Borneo con un occhio diretto, impenetrabile e privo di giudizio, permettendo al pubblico una riflessione privata su ciò che viene loro presentato. Una mostra in cantiere sin dal 2017, nata con lo scopo divenuto sempre più attuale di quantificare l’entità del danno che l’uomo sta compiendo nei confronti dell’ambiente naturale. Il titolo della mostra riassume efficacemente il grado di ingerenza dell’essere umano nel mondo naturale: Antropocene è un termine coniato nel 2000 dal chimico olandese Paul J. Crutzen e dal biologo americano Eugene Stoermer, che indica l’epoca geologica caratterizzata dal pesante intervento umano sul territorio, suggerendo che esso non sia più parte della natura, ma ne rappresenti un evento esogeno capace di distruggerla.

Le 10 mostre di Foto/Industria

Olympia, David Claerburt, Palazzo Zambeccari, Spazio Carbonesi

Werner March, architetto del Terzo Reich, disse che l’Olympiastadion di Berlino sarebbe sopravvissuto mille anni. A questa sfida risponde l’artista David Claerburt con la sua opera: un video che riprende l’esterno dello stadio in tempo reale, simulando attraverso un software grafico il progressivo abbandono dell’edificio, con la crescita delle piante impostata sul mutamento reale del clima di Berlino. Una puntuale analisi delle dinamiche di creazione, abbandono e distruzione che incontrano i manufatti umani.

Porto di Genova, Lisetta Carmi, Oratorio di Santa Maria della Vita

Nel 1964 la fotografa Lisetta Carmi realizza uno dei più toccanti lavori della sua carriera, incentrato sul lavoro dei cosiddetti “camalli” del porto di Genova, una realtà che all’epoca stava crescendo esponenzialmente sull’onda del boom economico del Dopoguerra. Inserita nella splendida cornice dell’Oratorio di Santa Maria della Vita, i volti stanchi, le tute sporche e le condizioni durissime dei lavoratori portuali guadagnano bellezza e dignità, restituiti dall’occhio rispettoso e privo di giudizio della fotografa genovese.

H+, Matthieu Gafsou, Palazzo Pepoli Campogrande

Matthieu Gafsou, giovane artista svizzero, presenta sotto la volta del Trionfo di Ercole di Ludovico Carracci il trionfo del transumanesimo, una corrente sociale e filosofica che vede nella macchina il prossimo passo della condizione umana, un rapporto di simbiosi e parassitismo tra naturale e artificiale. Il reportage realizzato nel 2014 mostra come la scienza e la tecnologia stiano diventando la nuova religione del III millennio, mostrando immagini che evidenziano la relazione sacra che l’uomo ha con le proprie creazioni scientifiche e tecnologiche.

Tires/Viscose, André Kertész, Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, Casa Saraceni

Nel 1936 André Kertész, fotografo ungherese cresciuto artisticamente a Parigi, lascia l’Europa per gli Stati Uniti, dove realizza importanti reportage delle industrie americane impegnate nella realizzazione di ricambi per uso militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante siano immagini di propaganda, le fotografie di operai e meccanici al lavoro nelle manifatture di viscosa della Pennsylvania riflettono la sensibilità profonda dell’artista, che riprende dettagli ricchi di poesia, come le mani delle giovani operaie addette alla filatura. Un lavoro importante, che porta a riflettere su come si possa ritrovare armonia estetica anche nel lavoro destinato all’industria bellica.

Foto/Industria
André Kertész,
American Viscose Corporation, Marcus Hook, Pennsylvania, 1944
Donation André Kertész, Ministère de la Culture (France), Médiathèque
de l’architecture et du patrimoine, diffusion RMN-GP

A certain collector B, Yosuke Bandai, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica

Le opere di Yosuke Bandai sembrano dei macro-ingrandimenti di insetti, minerali e piante. In realtà si tratta di rifiuti gettati per le strade di Tokyo e raccolti dal fotografo nel 2016, immortalati come oggetti di provenienza aliena, forme multicolori proiettate su di uno sfondo nero. L’artista si è ispirato al periodo particolare che la sua famiglia stava attraversando quell’anno: la morte dell’amata nonna e la gravidanza della sorella, alle cui ecografie si è ispirato per la realizzazione delle opere. Abbandono, perdita e rinascita sono dunque le chiavi per comprendere il lavoro di Yosuke Bandai, allestito all’interno di un cerchio di metallo bianco che risalta perfettamente le piccole fotografie e riprende il tema a finto porticato degli affreschi della sala ospitante.

Arquivo Urbano, Delio Jasse, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Palazzo Paltroni

L’Angola è un paese eternamente in guerra, contro i colonizzatori, contro sé stessa e contro la storia di occidentalizzazione forzata che ha subito. Da qui prende vita il suggestivo lavoro di Delio Jasse, una raccolta di fotografie proposte con tecniche diverse, ma sempre legate al tema della reliquia urbana. Sem Valor è una raccolta fatta tra il 2013 e il 2018; sono stampe su tela degli edifici abbandonati e mai completati costruiti dai colonizzatori portoghesi. Ognuna di queste tele porta una parola timbrata con foglia d’oro, creando un forte contrasto tra le parole scelte, le immagini di degrado e la preziosità del materiale. Arquivo Urbano e Darkroom sono invece suggestioni inquietanti di fotografie sovrapposte, immagini stridenti che si amalgamano sulla superficie trasparente. Sono il retaggio della recente nuova colonizzazione cinese, un ennesimo tassello aggiunto ad un paese ricco di petrolio e miniere, ma schiacciato dal pesante fardello di un’indipendenza mai realmente raggiunta.

Foto/Industria
Delio Jasse,
Algures, 2019
Courtesy of the artist and Tiwani Contemporary

Prospettive industriali, Luigi Ghirri, Palazzo Bentivoglio, Sotterranei

La raccolta di fotografie industriali di Luigi Ghirri testimonia la sua lunga collaborazione con le maggiori aziende italiane fondatrici del marchio Made in Italy, analizzandole nell’animo più industriale, fatto di manodopera, laboratori e fabbriche fino al raggiungimento del prodotto finale. Tra gli anni Ottanta e Novanta l’obiettivo di Ghirri si è concentrato su importanti brand come Ferrari, Costa Crociere, Bulgari e Marazzi, donandoci un punto di vista differente dei grandi nomi dell’industria italiana.

Paesaggi della Ruhr, Albert Renger-Patzsch, Pinacoteca Nazionale

La Ruhr è la zona mineraria più contesa d’Europa. Un piccolo mondo al confine tra Germania, Francia e Belgio, dove baracche, fabbriche e villaggi si ammassano lungo il corso del fiume che da il nome alla regione. Dal 1927 al 1935 Albert Renger-Patzsch fotografò il rapporto tra uomo e paesaggio, definendo una branca della fotografia ancora in divenire. La serie non vide però la luce fino al 1974, grazie ai coniugi Wilde, che compresero la fondamentale importanza di una raccolta dedicata a una delle zone più socialmente e politicamente difficili della Germania.

Prospecting Ocean, Armin Linke, Biblioteca Universitaria di Bologna

All’interno della splendida sala di lettura della Biblioteca delle Scienze di Bologna il fotografo Armin Linke porta tutta la violenza dello sfruttamento degli oceani, attraverso foto, videoinstallazioni e materiale scientifico. La Biblioteca in questo caso dialoga profondamente con la mostra, offrendo volumi e documenti relativi alla ricerca sugli oceani e il loro delicato ecosistema. Un legame che attraversa centinaia di anni di ricerche sulla topografia sottomarina.

Foto/Industria
Armin Linke,
Università del Texas, Austin, sala di modellizzazione delle correnti
oceaniche, Institute for Computational Engineering and Sciences
(ICES) Computational Research in Ice and Oceans Group (CRIOS),
Austin, Texas, USA, 2018
© Armin Linke 2018

Spectral City, Stephanie Syjuco, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

Il 18 aprile 1906 un devastante terremoto colpisce la città di San Francisco, radendo al suolo interi quartieri, grazie anche al terribile incendio divampato sulle rovine di edifici e monumenti. Solamente quattro giorni prima i cineasti conosciuti come Miles Brothers girarono A Trip Down Market Street, un viaggio lungo le strade di San Francisco seguendo il percorso di un cable car, i caratteristici tram che attraversano le ripide strade della città. Stephanie Syjuco rivive questo percorso nella San Francisco del 2019, mappando con la tecnologia di Google Street View il percorso compiuto dai Miles Brothers, prima che la città californiana mutasse irrimediabilmente il suo aspetto. Il titolo della mostra rimanda alla totale assenza di figure umane lungo il percorso, creando così una città fantasma, fatta di luoghi abbandonati e strade deserte. Costruzioni effimere, distorte dai difetti del software; una città sull’orlo della catastrofe.

Beatrice Curti

Laureata in Beni Culturali, ama l'arte sin da quando ne ha ricordo. Ha bisogno come l'aria di viaggiare, leggere e guardare film. Mai darle da mangiare dopo mezzanotte.
Beatrice Curti
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