«Arrival»: l’anatomia del terzo millennio

Arrival non è quello che vi aspetterete quando da adesso in poi lo troverete, su Netflix, nella categoria “Sci-fi”. Nel film di Denis Villeneuve – candidato a 8 premi Oscar nel 2016 e vincitore della statuetta per il Miglior montaggio sonoro – compaiono, è vero, alieni e navi spaziali… ma.

Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita.

Louise – Arrival

C’è un “ma” grande quanto tutto il film, che sarà incredibilmente difficile da rendere in una recensione in cui si cerca, in ogni modo, di evitare spoiler.

Ma partiamo dalla base. Liberamente tratto da Story of your life di Ted Chiang (1998), interpretato da Amy Adams e Jeremy Renner, riadattato da Eric Heisserer (con un lavoro impeccabile).

Chi sono? Cosa vogliono?

Dodici navi aliene si presentano nel sistema solare dall’oggi al domani e si posizionano in zone diverse della terra. Rimangono lì, senza che nessuno scenda. Nessun ultimatum, nessuna scena d’azione mozzafiato, nessuna esplosione. Semplicemente una presenza, che già di per sé costituisce un evento. E difatti, mentre le navi sostano immobili a pochi metri dal suolo, sulla terra l’opinione pubblica si scatena, la gente dà di matto, le nazioni si preparano all’offesa più che alla difesa. È questa la scena in cui si muovono Louise e Ian, esperta linguista e fisico teorico, che insieme ad una squadra specializzata cercheranno di capire perché i “gusci” (così vengono soprannominate le navi) siano lì e che intenzioni abbiano gli esseri alla guida.

La comunicazione e i limiti della prospettiva

Siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine

-Louise

Louise si ritrova così a dover decifrare in un tempo limitatissimo la Stele di Rosetta degli anni duemila. Quando entra nel guscio insieme a Ian si ritrova faccia a faccia con due esseri che non solo non parlano la sua stessa lingua, ma non hanno nemmeno il suo stesso cervello. E ancora una volta il diverso non è che un pretesto per guardarsi allo specchio, in cui vedere i limiti dei propri assunti. Una lente d’ingrandimento attraverso cui studiare il proprio corpo, la propria mente, il proprio secolo da fuori, per un attimo.

L’ipotesi di Sapir-Whorf

La lingua che usiamo non è solo un insieme di parole. Ha una sua struttura, che è in grado di influire sul nostro pensiero. O per lo meno, questo si sostiene con l’ipotesi di SapirWhorf, conosciuta anche come “ipotesi della relatività linguistica”. In sostanza, lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Questa teoria è sottolineata e quasi esasperata all’interno del film: più Louise riesce ad interpretare e ad apprendere i simboli che Eptapodi (così sono detti gli alieni a sette tentacoli con cui i protagonisti interagiscono) disegnano per comunicare, più il suo modo di pensare si modifica: Louise non cambia opinione o idea, Louise cambia il proprio rapporto con la realtà.

Più la penna che la spada


“Il linguaggio è il fondamento della civiltà. E’ la colla che tiene insieme le persone. E’ la prima arma sfoderata in un conflitto.”

-Louise

Louise e gli Eptapodi comunicano attraverso uno schermo. Da una parte una forma di sicurezza, una tranquillità in più per l’una e per gli altri. Dall’altro, quello stesso schermo diventa la base della loro relazione, un canale indispensabile affinché la comunicazione sia possibile. Uno schermo simile a quello tramite cui i responsabili del progetto nelle varie nazioni si scontrano tra di loro, senza riuscire a collaborare, bloccati in un dilemma del prigioniero. E qui Arrival non è più soltanto un ottimo film ma diventa una riflessione sul nostro tempo, in cui l’informazione non comunica, ma bombarda e incattivisce.

Manifesto del linguaggio

Non c’è pensiero senza espressione, non c’è contenuto senza forma. È come se non esistesse nessuna idea, per quanto profonda, a meno che non si possa scrivere, esprimere, “bloccare” da qualche parte.

Leggi anche:
I migliori film del 2017, secondo noi

Che è forse il motivo per cui gesticoliamo, inventiamo codici linguistici, cerchiamo di tradurre per gli altri il mondo enorme che ci sentiamo dentro.
Che è forse anche il motivo per cui Villeneuve fa cinema, e fa cinema così bene.

Nonostante io conosca il viaggio e dove porterà, lo accetto, dal primo all’ultimo momento.

Louise

Tarkovskij diceva che nessuna forma d’arte ha la stessa capacità del cinema di immortalare e conservare il tempo. All’apparenza è un concetto complesso, ma la visione di Arrival lo rende più che mai fruibile: è raro trovarsi di fronte ad un film in cui non solo la trama è interessante, non solo i personaggi hanno spessore e profondità, ma anche le domande che porta a porsi sono quelle giuste, in un certo senso. Quelle che noi stessi ci poniamo nel nostro tempo.

Guardando Arrival non ci si immedesima tanto nella visione dei protagonisti quanto in quella del film in sè, che trasforma la storia in un pretesto per raccontare non l’essere umano, ma l’essere umano del terzo millennio.

Marta Mantero

Sulla carta c'è una ventitreenne laureata in scienze delle relazioni internazionali.
Sulla pelle ci sono i libri, la musica, il buon cinema e il mare mosso.
Nella pancia c'è il teatro.
Marta Mantero
Condividi:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.