Lorenzo Viani, Benedizione dei morti del mare

Lorenzo Viani e il dolore nella
“Benedizione dei morti del mare”

Lorenzo Viani, Benedizione dei morti del mare

Lorenzo Viani, Benedizione dei morti del mare, 1914-1916, Olio su tela, 192×394 cm, GAMC di Viareggio

Figura sconosciuta quella di Lorenzo Viani, sottovalutata nella sua grandezza di artista scomodo e a tutto tondo, capace di portare in Italia quell’espressionismo che aveva rivoluzionato la pittura del primo Novecento e aveva reso la scrittura straniante, stupefacente, decisamente più viva rispetto ai canoni positivisti che avevano dominato il secolo decimonono.

Figlio della Viareggio che oggi ospita nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea alcune delle sue maggiori opere, Viani aveva fatto della sua scrittura e pittura esemplari perfetti di quella fioritura culturale ed intellettuale che caratterizzò Versilia, ponendosi come nome di spicco delle avanguardie post futuriste che animarono il Bel Paese negli anni Trenta del Novecento.

Da sempre attratto dai più poveri e dai derelitti, Lorenzo Viani ha saputo trasferire su tela le vicende umani degli emarginati sociali, lavorando le forti impressioni cromatiche con una pennellata decisa e veloce, in grado di dar vita a una pittura espressiva, malinconica, fortemente espressionista.

Tra le opere più intense dell’artista viareggino troviamo la toccante Benedizione dei morti del mare (1914-1916), descritta con egual vigore ne Il nano e la statua nera, raccolta di inediti scritti vianiani pubblicata dall’editore Vallecchi. Il dipinto è una sintesi cruciale di tutti gli elementi che Viani ha saputo sperimentare, incontrare e comprendere, venendo così a configurarsi come emblema assoluto della capacità dell’artista di fondere linguaggio antico e moderno.

Espressionismo, arte sacra, scultura negra, simbolismo e primitivismo: tutti i linguaggi sembrano venir qui chiamati a raccolta per esprimere un concetto chiaro, vitale nell’arte di Viani, ossia la grande tragedia di esseri umani che, pur afflitti dalla miseria, sanno esprimere sentimenti tanto alti da esser trasfigurati in personaggi sacri.

«Le vecchie donne dei pescatori aspettano da tante ore sui poggi aspri di pagliole recitando il rosario: nere, sul fondo del mare cinereo, sembrano vecchie polene spalmate di pece, relitti di un grande naufragio. Le darsene lontane, squallide come selve brucate nel fogliame, sono folte di alberi su cui si incrociano i pennoni in segno di duolo; sui carabotti, guardinghi come vecchi mastini, sono rimasti soltanto i guardiani intabarrati nei ruvidi cappotti incatramati».
(Lorenzo Viani, La benedizione dei morti del mare in Il nano e la statua nera)

E l’impianto dell’opera richiama proprio, nel suo complesso, una rappresentazione sacra delle più classiche, quella crocifissione di Giovanni Pisano che dal pulpito della Chiesa di Sant’Andrea di Pistoia sembra indicare un modello di distribuzione dello spazio, dei pieni e dei vuoti. I singoli gruppi di derelitti richiamano poi alla mente episodi salienti della vita di Cristo, con le figure nella parte sinistra che rappresentano senza dubbio un’adorazione del bambino al femminile e le due figure di lato, leggermente arretrate, a indicare una chiara citazione della Pietà. E ancora le tre figure centrali a destra sono una Madonna sostenuta dalle pie donne, forse parenti o antenate delle madonne madri che stringono i figli con disperata rassegnazione alla destra del dipinto.

Ma è il dolore, in tutta la sua tremenda sacralità, a essere protagonista assoluto di un’opera scura, in grado di rendere con il colore l’inconsolabile travaglio umano. Viani, da espressionista qual è, sa bene che le emozioni, gli stravolgimenti dell’anima, non possono essere rappresentati in modo limpido e lineare, classico come la tradizione aveva fino a quel momento imposto. Ecco allora che all’impianto sacro, così evidente nei gesti e nella composizione, si aggiungono quasi sovrapponendosi volti deformati, maschere scarne e senza occhi che uniscono la scultura lignea africana alle linee spezzate dei corpi, tipiche espressioniste.

Nel gesto della donna che abbraccia il naufrago − rigido, scioccato, senza parole −  è compresa tutta la passione della sua angoscia, ma è con le tre donne al centro destra del dipinto che Viani esprime il tragico destino delle mogli condannate ad attendere. La figura centrale è una vedova, sorretta da due giovani che con lei condividono il destino, il congiungersi delle mani e il nero piatto della veste, che unisce le figure e le rende quasi un’unica rappresentazione, capace di richiamare alla mente i racconti evangelici della crocifissione, in cui il sostenere le mani alla Madonna significava compassionarne in qualche modo il dolore.

C’è però un volto che non sa di maschera ma reca anzi in sé una vera individualità; è quello della donna frontale posta alla sinistre della tela, dai lineamenti assai simile alla madre di Gesù. Come lei è una madre che porge il figlio all’adorazione, che qui ha però un sapore amaro e dalla sofferenza ineluttabile; le altre donne consolano infatti il bambino dall’essere nato, già destinato per giunta a un’esistenza difficile e tormentata. L’unica eredità che spetta del resto ai disgraziati è, purtroppo, l’amara consapevolezza dei travagli della vita.

 

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