Bon Iver e “22, a Million”:
il loop, il vocoder e l’enigma

Qualcosa di completamente diverso, che forse in pochi si potevano aspettare. È uscito il 30 settembre il nuovo album di Bon Iver, 22, a Million, preannunciato dai due singoli 22 (OVER S∞∞N) e 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄.

Dalla conferenza stampa del 2 settembre, è emerso che il disco ha avuto la sua primordiale origine da un singolo loop percussivo creato dal suo collaboratore BJ Burton su una drum machine della Roland. Decisivi per terminare l’album, che Justin aveva quasi deciso di accantonare nel gennaio 2016, sono stati gli stimoli e le intuizioni trovate nelle collaborazioni ai lavori di Kanye West e dei Gayngs dell’amico Ryan Olson.

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Titoli enigmatici per un album che lo è altrettanto, caratteri alternativi che nessuno è abituato a vedere stampati nella tracklist degli album, una copertina e lyric videos pieni di simboli che scorrono velocissimi, che riempiono lo schermo senza dare la possibilità di osservare veramente cosa stia accadendo.

Così Justin Vernon lascia forse definitivamente la chitarra che ha caratterizzato For Emma ed anche quell’armonia libera e orchestrale che strutturava il suo secondo album, Bon Iver. Tre album e tre mondi, completamente diversi gli uni dagli altri, forse a segnare una mente in cambiamento e in continua rivoluzione.

L’utilizzo pesantissimo del vocoder è una costante in praticamente ogni canzone, che aveva preso piede forse dopo la sperimentazione in Woods dall’EP Blood Bank.

Scendendo la tracklist, una 22 (OVER S∞∞N) segna l’inizio come una Perth in cui ci sono gli ultimi baluardi d’orchestra, come un ponte dall’ultimo album a quello di oggi. 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄ è in piena sonorità degli ultimi Radiohead, quelli di Hail to the Thief e Kings of Limbs, prendendo anche alcuni spunti da Kveikur dei Sigur Ros. Con 715 – CRΣΣKS si ritorna ad un pezzo riuscitissimo composto solo dalla sua voce attraverso il vocoder, che richiama la già citata Woods ma in modo diverso, più completo e strutturato.

Le voci e gli effetti in 33 “GOD” si intersecano in maniera mistica, a creare un ambiente sospeso, alternando beat e organi tagliati, strumenti che vanno dal banjo ai pad più complessi. Un tuffo al passato più remoto invece con 29 #Strafford APTS, suoni e melodie che sembrano prese direttamente da Silent Signs di DeYarmond Edison, la sua prima band, prima che tutto prendesse il nome di Bon Iver o Justin Vernon, prima dei Megafaun e dei Field Report (bands nelle quali si è scomposto il gruppo originario), nell’ormai lontano 2004/2005.

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Copertina dell’album “22 a Million”

Si ritorna all’elettronica con 666 ʇ, pezzo che si basa su una specie di metronomo gocciolante, una crescita all’interno della canzone finendo con dei fragorosi rulli di timpano. Aleatorio, mistico, in pieno stile Sigur Ros, 21 M♢♢N WATER, che rischia di confondere chi lo ascolta a computer perché utilizza in alcuni punti lo stesso suono della notifica di Facebook Messanger.

Dopo un finale teso e confuso, l’album si riapre con 8 (circle), un giro semplice, nulla si sovrasta, uno spazio piano  fino ai lati più estremi in cui ascoltare semplicemente la melodia (con quel suono di Facebook Messanger, anche qui, verso la fine del pezzo). ____45_____ mischia la voce pura e semplice con questo suono che sembra essere un clarinetto fatto passare all’interno di un vocoder, finendo con un banjo che riporta tutto sulla Terra.

00000 Million è la Beth/Rest o la Re:Staks di questo album, un piano natalizio, niente effetti particolari, un buon riverbero che ricorda il freddo e la neve, così l’album finisce tornando nel modo più armonico possibile all’acusticità degli strumenti, alla semplicità delle cose.

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Un disco vario, estremamente diverso dai lavori precedenti, che però, dopo aver fatto qualche ascolto digestivo, entra piacevolmente nel cuore di chi questo artista l’ha sempre seguito e ne riserva un posto speciale nello scaffale dei dischi. Poteva inizialmente spaventare questo cambio musicale, questa elettronica che fa breccia nelle canzoni, i beat pesanti e il vocoder, ma tutto sommato ogni suono ed ogni nota avrà il suo perché. Un cambio di stile anche nell’immagine, dai paesaggi bucolici dipinti in Bon Iver a questi simboli enigmatici stampati su sfondo nero.

Dove potrà arrivare questo disco solo il tempo lo dirà, forse in seguito anche alle interviste che seguiranno per spiegare (e forse svelare) quella matassa di enigmi di cui l’album è composto.

Andrea Brunelli
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