Breve metafisica della vendetta: da Elettra a «Old Boy», passando per «Le braci»

Sembra che il mondo antico non abbia fatto altro che riflettere sulla vendetta, sul suo significato, sull’ira che genera e le fosse che scava. Ma questa cosa indefinibile – sentimento?, forza?, pulsione? – ha trovato in ogni tempo, come un basso continuo, chi abbia tentato di afferrarla nel concetto. Forse che dietro di essa si nasconda una verità più profonda di quella che pare connotarla? Forse che vi sia del metafisico nella vendetta?

Elettra

Agamennone parte per Troia e Clitennestra, sua moglie, s’innamora di Egisto, futuro assassino del re assente per la guerra: quando quest’ultimo ritornerà, Egisto, insieme all’amante Clitennestra, uccide Agamennone e ne occupa il trono. È il dolore di Elettra, ormai orfana di padre, che suscita in lei il disperato bisogno di vendetta: si deve pagare per il sangue versato, insegnano i greci, e finché il ciclo di morte e ripetizione del danno non avrà trovato il suo equilibrio, la ruota della giustizia continuerà a girare. Sofocle, primo fra i tragici, fa di Elettra l’artefice del matricidio: si isola nel silenzio, sopporta il dolore, fra le mura della reggia accresce il rancore, l’odio e trama la vendetta per riscattare suo padre. Invano la sorella Crisotemide la esorta alla prudenza.

vendetta

Vendicarsi diviene la trama della sua esistenza, la sua consapevolezza ultima e Oreste, il fratello, che rientra a Micene dopo essersi finto morto, può ora assolvere il compito che Elettra ha tanto bramato si realizzasse, l’uccisione della madre. «Colpisci due volte», gli urla Elettra. La vendetta, consumata, si ripiega su se stessa, rendendo folle – come folle è stata Elettra nel suo rancore così risoluto – il giovane Oreste, che ora dovrà cercare l’espiazione. 

La vendetta di Heinrich

Così ne Le braci di Sándòr Márai. La vendetta si rivela essere il centro attorno al quale gravita tutto il romanzo, la forza che tiene in vita i protagonisti ormai anziani. Si consuma nel rumore sordo dell’attesa e trova soluzione in un gesto di fatale annullamento. Heinrich, uno dei due protagonisti, cerca nei ricordi la conferma di un dubbio che è diventato una ragione di vita: il suo amico, la colonna della sua giovinezza, ha puntato quella volta in mezzo il bosco il fucile contro la sua testa mirando ad un cervo che passava di là? Era sua volontà uccidere l’amico? Lui, Heinrich, sa che è così – e non ha bisogno di alcun assenso, di alcuna certezza. Ciò che vuole è conoscere se dietro al gesto presentito, Konrad, l’amico, ci fosse una trama più grande, che vi fosse coinvolta anche la sua donna, che la confabulazione più che un incidente rappresentasse l’inizio di un progetto.

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Konrad scappa, lasciando dietro di sé le tracce mute del suo crimine. Ma Heinrich è consapevole che, come l’asticella di mercurio, il peso delle azioni commesse e di quelle subite tende all’equilibrio e che quel passato che ora vive nella memoria ricostruendo passo passo le mosse dell’amico serba il futuro già nel suo grembo: Konrad tornerà, portando con sé la verità che la sua fuga ha confermato. Ecco Konrad, più di quarant’anni dopo, tornare. E allora può consumarsi la vendetta di Heinrich, che si presenta nella forma più violenta possibile: quella del discorso. La ricostruzione dei fatti, parte centrale del romanzo attraverso la quale veniamo a sapere dell’accaduto, va fatta faccia a faccia. Due domande da porre all’amico, due domande meditate lungamente alle quali Konrad rifiuterà la risposta. L’attesa è sprecata o il margine d’indeterminatezza che rende equivoci gli eventi rende impossibile riparare i dolori per un torto subito?

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Oh Dae-su

Old Boy, capolavoro del regista sudcoreano Park Chan-wook, è il grande ritratto, metafisico, della vendetta che s’identifica con se stessa, che finalmente scopre il suo volto e rivela la sua essenza. Oh Dae-su si risveglia nella stessa stanza, senza finestre né luci provenienti dall’esterno, per 15 anni. Non sa chi l’abbia rinchiuso lì dentro, non sa se abbia peccato, chi abbia ferito: lui è un uomo normale, ha un lavoro, una figlia e una moglie. Viene liberato, anche stavolta inspiegabilmente, nel sonno. Cerca vendetta: ogni minuto passato lì dentro, in quell’inferno dove ciò che gli rimane attaccato alla memoria è la sola immagine del suo volto, si è coagulato della rabbia che ora lo spinge alla ricerca dell’artefice della tortura maledetta. L’ira si scontra con un mondo che l’ha lasciato solo, ma una donna sembra poterlo aiutare.

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 Se ne innamora. Segue il filo degli indizi predisposti dal suo rapitore, che si mostra ma non si lascia uccidere, giacché il segreto che detiene – «Se vuoi sapere perché l’ho fatto, dovrai continuare la ricerca, e uccidermi ora non ti basterà» – ha più forza dell’immagine del suo corpo esangue. Oh Dae-su scoprirà che è lui stesso il creatore di quella grande macchinazione che, come Edipo, si rivelerà impossibile da evitare. Chi l’ha rinchiuso lì dentro cercava anch’egli vendetta, e nella vendetta di Oh Dae-su – condotta come un marionettista sin dall’inizio – ha trovato la sua soddisfazione: la donna che ama è sua figlia; non resta che mantenere il segreto privandosi di ciò che lo rivelerebbe: la sua lingua. 

vendetta

Cosa vuol dire tutto ciò? Cosa lasciano trasparire il sangue, reale o immaginario, delle vittime mietute in nome della vendetta? Che quando si cerca vendetta, da soggetti si diviene oggetti, che è la vendetta stessa a vendicarsi e che la forza – come voleva Simone Weil – che si pensa provenga da noi, in realtà si è resa padrona delle nostre azioni. Questo sembrano suggerirci Elettra, Heinrich e Oh Dae-su, che l’essenza della vendetta è il rovesciamento tragico: la forza prodotta dagli effetti nelle gesta dell’uomo, diviene essa stessa il motore della vendetta, e spazza via tutto ciò che incontra – anche chi, cercando vendetta, crede di disporne.

 


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Giovanni Fava

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