Su «Non siamo mai stati moderni» di Bruno Latour

Michel Foucault ha insegnato che la domanda sulla filosofia – la domanda che ne giustifica, rintraccia, circoscrive il significato – conserva essa stessa il senso autentico del filosofare.

L’impresa filosofica, in altri termini, comincia quando, come un circolo che ritorna su di sé, è la filosofia stessa a tentare di definirsi, a produrre un sapere che ne tratteggi, o ne scalzi, i confini disciplinari. Ma ciò è vero solo per la filosofia? O esistono dei concetti che richiedono, volta a volta che decidiamo di impiegarli, di essere risemantizzati, che rispondo cioè ad un’essenza storica?

Modernità

Prendiamo ad esempio la nozione, così importante per noi occidentali, di modernità. Cos’è la modernità? Gran parte della filosofia (moderna) ha tentato di definirsi a partire da questo concetto, un concetto oppositivo, che funge cioè da specchio attraverso cui, per contrasto, cercare una definizione di ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo, una sorta di limite oltre il quale s’inaugura una nuova concezione dell’uomo, della natura, della storia: prima di esso, come una luce proiettata all’indietro, dimora il regno dell’Antico. 

«Non siamo mai stati moderni» di Bruno Latour

Esattamente 30 anni fa, il filosofo francese Bruno Latour pubblicava un saggio importante, poi diventato un punto di riferimento per tanta antropologia, sociologia e filosofia future, aprendo il campo per quell’ambito di studi poi definito Science and technology studies. Il titolo del libro di Latour, edito in Italia per Elèuthera, è eloquente, e recita così: Non siamo mai stati moderni (LINK ACQUISTO).

non si è mai stati moderni di bruno latour

Il centro del saggio è proprio la questione della modernità, cardine teorico (riconcettualizzato da Bruno Latour) a partire dal quale vengono discussi in controluce gli sviluppi più recenti del pensiero occidentale, ma anche e soprattutto che permette di identificare il modo, lo strumento con cui, dall’epoca che per l’appunto definiamo modernità in poi, l’Occidente ha inteso separare, come due campi distinti del reale, il regno della natura e quello della cultura – ha inteso, tentato, ma ha anche, senza accorgersene, fallito. 

Bruno Latour e la Costituzione moderna

La modernità rappresenta secondo Bruno Latour il momento in cui si è dato il via a quella, come la chiama lui, Costituzione – il testo normativo (implicito) che rappresenta il substrato fondativo delle posizioni intellettuali e non di un’epoca – che, operando una Grande Divisione, tra natura e società ha distinto questi due ambiti, proiettandoli ai due lati di un’opposizione che, oggi, sostiene Latour, è entrata in crisi. Ecco il nodo: ciò che l’Occidente ha considerato tanto a lungo l’indice della propria superiorità, il marchio della sua posizione gerarchica nella scala delle civiltà, è frutto di una costruzione talmente raffinata da nascondersi dietro il suo carattere artificiale. 

La separazione moderna tra il mondo naturale e quello sociale ha lo stesso carattere costituzionale, al punto che quasi nessuno finora si è messo nella situazione di studiare in modo simmetrico politica e scienza, perché non sembrerebbe esistere un luogo centrale. In un certo senso, gli articoli della legge fondamentale sulla duplice separazione sono stati redatti talmente bene da essere presi per una duplice distinzione ontologica[1]

Natura e società

Ciò che è frutto di un’istituzione è in realtà passato come regno del reale: i due poli di natura e società distinti minuziosamente nell’ora in cui è scoccata la modernità occidentale, si sono oggi rivelati indistinguibili, anzi, d’intrigo per qualsiasi analisi di valore del mondo contemporaneo. Si prendano fenomeni come il buco dell’ozono, il surriscaldamento climatico, le nanotecnologie: sono natura o società?

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Né l’uno né l’altro, sostiene Latour, o meglio, entrambi assiemesono ibridiÈ questo il paradosso. Pretendendo separare i due ambiti del reale, quello degli umani (società) da un lato, e quello dei non-umani (natura) dall’altro, la modernità ha voluto depurare i confini, soprapposti, di natura e società, traducendosi concretamente nella produzione di forme mischiati dei due regimi distinti.  

L’ipotesi di questo saggio […] è che la parola “moderno” definisca due gruppi di pratiche completamente diverse che, per conservare efficacia, devono restare distinte, mentre da qualche tempo non sono più tali. Il primo insieme crea, per “traduzione”, un miscuglio tra tipi di esseri affatto nuovi, ibridi di natura e di cultura. Il secondo, per “depurazione”, produce due aree ontologiche completamente distinte: quella degli umani da un lato e quella dei nonumani dall’altro. Senza il primo insieme, le pratiche di depurazione sarebbero vuote e oziose. Senza il secondo il lavoro di traduzione risulterebbe rallentato, limitato o addirittura bloccato[2].

Quando parliamo di leggi di natura, stiamo descrivendo un fenomeno, sostiene Bruno Latour, ottenuto mediante depurazione di esperienze che si producono in laboratorio. Ecco il fatto, il nonumano, ecco isolato il primo polo del dualismo, la natura, che volta a volta ci si dona nell’esperimento scientifico assurto a verità: il vuoto prodotto dalla pompa ad aria, l’isolamento del vaccino, la legge di gravità.

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Ma – la traduzione – sono sempre uomini, umani, a rappresentare le cose – i fatti, suggerisce il latino, sono fatti, costruiti: essi non parlano, quando pretendiamo essi lo facciano in nome della natura che, si dice, come un’assemblea (ecco il sociale che si ibrida col naturale), essi rappresentano.

Metafisica sperimentale

Depurazione e traduzione, il doppio intrico, l’allaccio che oggi, sostiene Latour, non regge, e che mostra come sia necessaria una riorganizzazione disciplinare, ontologica, costituzionale per capire qualcosa di più di ciò che accade fuori. Il virus investa le nostre vite da un anno a questa parte è un esempio lampante dell’inefficacia categoriale della griglia di lettura moderna, che separa umani e non umani, società e natura (i cinesi? I wetmarket? I laboratori? I pipistrelli? Gli americani?).

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Tutti questi sono quasi-oggetti, scrive Latour, che domandano una riforma delle categorie filosofiche adottate sinora, o, come ha scritto Timothy Morton, iper-oggetti, che trascendono la distinzione stessa tra oggetto e soggetto alla quale siamo abituati: bisogna, in altri termini, smettere di essere moderni. Non è il canto del cigno della filosofia occidentale, ma il primo passo in direzione della costruzione di una nuova Costituzione, di una nuova metafisica che Latour ha chiamato metafisica sperimentale. La filosofia, in altri termini, non è morta; va soltanto rifatta.


Note:

[1] B. Latour, Non siamo mai stati moderni, trad. it. G. Lagomarsino, C. Milani, Milano, Eléuthera, 2018, p. 28. 
[2] Ivi, p. 58. 

 


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Giovanni Fava

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