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Tra Caravaggio e Artemisia Gentileschi, il mito di Giuditta

La figura di Giuditta, così pregna di forza e sensualità, pur compiendo un atto di brutale violenza, continua a esercitare il suo fascino. La mostra a Palazzo Barberini, visitabile fino al 27 marzo 2022, propone 31 opere sul tema, tra cui quelle celebri di Caravaggio e di Artemisia Gentileschi.

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Sarà visitabile alle Gallerie Nazionali di Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma, fino al 27 marzo 2022, la mostra Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento. Curata da Maria Cristina Terzaghi, l’esposizione propone 31 opere rappresentanti il tema, alcune prestate da grandi musei come Galleria Corsini e Galleria Palatina a Firenze, Museo del Prado, Galleria Borghese a Roma, Museo di Capodimonte a Napoli, solo per citarne alcuni. Flaminia Gennari Santori spiega infatti che la mostra «corrisponde perfettamente alla mia visione di un museo in continua narrazione polifonica, confronto e scambio fra collezione e mostre temporanee. Un racconto in costante evoluzione con l’obiettivo di offrire chiavi di lettura sempre diverse ai nostri visitatori».

«Giuditta che decapita Oloferne» di Caravaggio

Vera protagonista della mostra Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta, che si snoda in quattro sezioni, ognuna delle quali dedicata a un particolare filone della rappresentazione del tema, è la Giuditta decapita Oloferne di Caravaggio, esposta proprio in occasione dei settant’anni dalla sua riscoperta e cinquanta dall’acquisizione da parte dello Stato italiano. La riscoperta avvenne appunto nel 1951 da parte del restauratore Pico Cellini, grazie a quello che potrebbe essere definito un colpo di genio: dopo aver visitato una mostra allestita da Roberto Longhi dedicata a Caravaggio e ai caravaggeschi a Milano, Cellini si ricordò di una tela che aveva visto da ragazzo in un palazzo romano rappresentante il tema Giuditta e Oloferne e che era stata attribuita a Orazio Gentileschi, ma che a lui sembrava fosse proprio del Merisi. Il restauratore riuscì in seguito a ritrovare il dipinto presso il suo proprietario, Vincenzo Coppi, a fotografarlo e mostrarlo a Longhi, il quale subito confermò l’ipotesi del collega e chiese la proroga della mostra per poterlo includere.

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Eseguita nel 1599 da Caravaggio per il banchiere ligure Ottavio Costa – quest’ultimo così fieramente geloso dell’opera da impedirne qualsiasi riproduzione – la tela Giuditta che decapita Oloferne è ora esposta nella seconda sezione della mostra, dedicata a Caravaggio e i suoi primi interpreti.

Giuditta che decapita Oloferne di Caravaggio
Caravaggio, Giuditta che decapita Oloferne, 1600-1602 circa, olio su tela, Palazzo Barberini, Roma.

Rompendo con la tradizione, il pittore restituisce il ritratto di un vero e proprio omicidio, attraverso la brutale rappresentazione della decapitazione, che stride tuttavia con la lucente sensualità di Giuditta. L’artista, tramite il sapiente e particolare uso di luce-ombra che lo contraddistingue, rende l’atmosfera intorno ai tre personaggi fitta di circospezione. Il ritratto psicologico ed emotivo, la resa realistica del momento, sono davvero impressionanti: Oloferne, dagli occhi vitrei e spalancati, sembra già morto, ma la tensione dei muscoli pare accennare a un ultimo spasmo finale; Giuditta ha le braccia tese, quasi a volersi allontanare dall’uomo e dal crimine che lei stessa sta commettendo, il volto contratto in un’espressione che lascia trapelare orrore e fatica. L’anziana, dai tratti palesemente volutamente sgraziati, sarebbe stata dipinta così proprio per contrastare la bellezza di Giuditta, facendola risaltare ancor di più.

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La Giuditta di Artemisia Gentileschi

Altro gioiello della mostra è la tela rappresentante il tema Giuditta decapita Oloferne dipinto da Artemisia Gentileschi, massima interprete del soggetto. L’artista si dedicò all’opera a ridosso del processo per stupro intentato contro Agostino Tassi, collaboratore del padre; ecco perché alcuni storici sono concordi nel ritenere – considerando la vicinanza cronologica dei fatti – che, in Giuditta, Artemisia abbia voluto rappresentare sé stessa e il suo desiderio di vendetta. La veemenza del delitto accomuna quest’opera a quella del Merisi, motivo per il quale è probabile che la Gentileschi avesse avuto la possibilità di vederla. Al contrario di quella, però, qui si avverte maggiore complicità fra le due donne, sottolineata dal fatto che anche la serva viene rappresentata dall’aspetto giovane. L’attenzione è sulla fatica e la forza necessaria per la decapitazione, il volto dell’eroina concentrato e deciso. Le lenzuola scompigliate, invece, rendono l’idea di una resistenza da parte della vittima.

Giuditta che decapita Oloferne  di Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612-1613,olio su tela, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli.

Al di là dei due quadri più famosi appena descritti, l’esposizione Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta risulta molto interessante proprio perché testimonia quanto il tema biblico abbia interessato artisti anche diversi fra loro, provenienti da luoghi ed epoche differenti. Lo spettatore che visita la mostra a Palazzo Barberini non potrà far altro che sentirsi sopraffatto nell’osservare tutte le decapitazioni che lo circondano, restando però ammaliato dalla figura di Giuditta, così pregna di forza e sensualità, pur compiendo un atto di brutale violenza. Viene allora da pensare che proprio questa dialettica fascino-delitto abbia reso il soggetto così celebre nel corso del tempo, arrivando sino a oggi.

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Chiara Esposito

Sono di Napoli, laureata in Archeologia, Storia dell'arte e Scienze del patrimonio culturale. Sono giornalista pubblicista, mi piace scrivere e ho tanta voglia di farlo

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