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Addio a Roberto Calasso, l’ultimo grande editore italiano

10 minuti di lettura

Si è spento all’età di 80 anni, nella notte tra il 28 e il 29 luglio, a Milano, Roberto Calasso. Scrittore e direttore editoriale della casa editrice milanese Adelphi, di cui era anche il fondatore, combatteva da tempo con una lunga malattia. Calasso è stato sposato con la scrittrice svizzera Fleur Jaeggy e aveva due figli, Josephine e Tancredi, avuti con la scrittrice tedesca Anna Katharina Fröhlich.

Con la sua attività di editore, Adelphi è diventata col tempo punto di riferimento per molti lettori ed editori, attenti alla cura con cui Roberto Calasso pubblicava i suoi libri e le idee che con essi è riuscito a esprimere. Il 29 luglio sono usciti in libreria nella collana della Piccola Biblioteca Adelphi Bobi e Memè Scianca, due libri dedicati l’uno a Roberto “Bobi” Bazlen, grande mente dietro la nascita di Adelphi, e l’altro all’infanzia di Calasso a Firenze. Due testamenti spirituali dell’ultimo, grande, editore protagonista, che sarà sempre ricordato per la sua idea di cultura ed editoria.

Chi era Roberto Calasso?

Roberto Calasso nasce a Firenze il 30 maggio 1941. Il padre era lo storico del diritto antifascista Francesco Calasso, accusato assieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli dell’uccisione di Giovanni Gentile e costretto, dunque, alla clandestinità con la famiglia, mentre sua madre, Melisenda Codignola, era una classicista e figlia del pedagogista Ernesto Codignola, fondatore della Scuola-Città Pestalozzi e della casa editrice La Nuova Italia.

In una famiglia molto attiva culturalmente, Roberto Calasso si avvicina precocemente alla lettura. Il suo primo incontro letterario è stato con un’edizione economica Garzanti di Cime tempestose di Emily Brontë, letto nella biblioteca del nonno Codignola. Una lettura che lo travolge con passione, al punto da alimentare la fame di conoscenza del giovane Calasso, la stessa che lo porta precocemente a leggere l’edizione Pléiade in tre volumi della Recherche proustiana, regalatagli dal padre nel Natale 1954.

Calasso consegue il diploma al liceo classico Tasso di Roma, e sempre nella città eterna si laurea in letteratura inglese con Mario Praz con una tesi dal titolo I geroglifici di Sir Thomas Browne. La svolta per l’editore fiorentino avviene nel 1962, quando assieme a Roberto Olivetti, Luciano Foà e Bobi Bazlen, quest’ultimi precedentemente collaboratori Einaudi, fonderà a Milano la casa editrice che tutti abbiamo imparato a conoscere: Adelphi, il cui concepimento Calasso racconta così ne L’impronta dell’editore (2013):

Quando Bazlen mi parlò per la prima volta di quella nuova casa editrice che sarebbe stata Adelphi – posso dire il giorno e il luogo, perché era il mio ventunesimo compleanno, maggio 1962, nella villa di Ernst Bernhard a Bracciano, dove Bazlen e Ljuba Blumenthal erano ospiti per qualche giorno –, evidentemente accennò subito all’edizione critica di Nietzsche e alla futura collana dei Classici. E si rallegrava di entrambe. Ma ciò che più gli premeva erano gli altri libri che la nuova casa editrice avrebbe pubblicato: quelli che talvolta Bazlen aveva scoperto da anni e anni e non era mai riuscito a far passare presso i vari editori italiani con i quali aveva collaborato, da Bompiani fino a Einaudi.

Da qui partirà la più grande avventura di Roberto Calasso, che seguendo – e parafrasando – il consiglio di Bobi Bazlen, «farà solo i libri che gli piaceranno molto». Il primo volume Adelphi, l’unico che Bobi Bazlen vedrà alla luce prima della morte, sarà L’altra parte di Alfred Kubin nel 1965. Calasso opererà incessantemente nella casa editrice: nel 1971 come direttore editoriale, nel 1990 come consigliere delegato, dal 1999 come presidente e poi proprietario nel 2015 dopo aver acquistato le azioni dal Gruppo Rcs, proprietaria nel 2006 di Adelphi, che con la fusione di Mondadori e Rizzoli nel 2015 era stata esclusa dall’acquisto da parte del gruppo di Segrate.

L’attività di Calasso: editore e scrittore

Roberto Calasso è conosciuto principalmente come editore. A lui si deve l’idea del «libro unico», del «serpente di carta» Adelphi: ogni libro del catalogo della casa editrice, infatti, doveva essere inimitabile, quello dove, per l’editore fiorentino, «subito si riconosce che all’autore è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto». I libri Adelphi, inoltre, dovevano essere capitoli del grande libro della casa editrice, ovvero dovevano portare avanti pubblicazione dopo pubblicazione l’idea di ricercatezza e qualità propugnata da Calasso stesso.

Calasso si ricorda principalmente per la sua attività di traduttore e curatore di libri come Ecce homo di Friedrich Nietzsche (1969), Gli aforismi di Zürau di Franz Kafka (2004), ma anche colui che ha portato la letteratura mitteleuropea in Italia, in particolare autori austriaci come Joseph Roth, Arthur Schnitzler, Karl Kraus, Hugo von Hofmannstahl, Elias Canetti e Thomas Bernhard, la filosofia orientale con la pubblicazione ad esempio dei Ching, fino ad autori diventati punto di riferimento della casa editrice come Georges Simenon, Oliver Sacks ed Emmanuel Carrère.

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Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il già citato L’impronta dell’editore (2013), piccolo, grande manifesto dell’editoria secondo Roberto Calasso. Parlando della casa editrice Adelphi e di editori come Roger Straus, Peter Suhrkamp e Vladimir Dimitrijević, racconta la storia di un’editoria, quella novecentesca, che ha segnato la cultura dell’Europa e non. Inoltre, fa luce anche su quella che André Schiffrin definiva «editoria senza editoria», fatta di grandi manager e grandi concentrazioni editoriali che alle idee mettono davanti il profitto e influenzata dall’avvento di internet e dalle autopubblicazioni che rischiano di annullare ogni tipo di riconoscimento della fatica intellettuale.

Oltre alle Cento lettere a uno sconosciuto (2003) – raccolta delle sinossi che Roberto Calasso ha redatto per i libri della sua casa editrice e che si possono leggere come piccole storie di ottima editoria – e ai saggi La letteratura e gli dèi (2001), Come ordinare una biblioteca (2020) e Allucinazioni americane (2021) e ai già citati Bobi e Memè Scianca, vale la pena ricordare il romanzo L’impuro e il folle (1974) e il ciclo di undici libri, di difficile categorizzazione a metà fra il saggio e la narrativa, che scandagliano argomenti come la mitologia Occidentale e Orientale fino all’opera di Kafka. Rientrano in questo grande compendio dell’idea di cultura di Calasso La rovina di Kash (1983), Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), con cui giunse in finale al Premio Strega nel 1989, K. (2002), L’ardore (2010), L’innominabile attuale (2017) e La tavoletta dei destini, l’ultimo di questo ciclo pubblicato nel 2020.

Che cosa resta di Roberto Calasso

Con Roberto Calasso se ne va una parte della Storia: quella del Novecento, quella dell’editoria dei protagonisti come Giulio Einaudi, Valentino Bompiani, Aldo e Livio Garzanti, fatta di coraggio nell’esprimere quello che nel testo del 1925 L’editore ideale Piero Gobetti, intellettuale liberale antifascista e anch’egli editore, definiva «un movimento di idee», ovvero la capacità di esprimere attraverso i propri libri e l’attività di editori la propria visione del mondo e un modo per interpretare l’evoluzione del nostro tempo e cambiare la nostra società.

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A noi lettori non resta che leggere tutti quei libri color pastello pubblicati con amore e passione, testimoni di un’idea di editoria e cultura che quasi non esiste più. Agli editori, invece, non resta che seguire l’esempio di Roberto Calasso, di Adelphi: pubblicare i libri che sanno raccontare quello che viviamo senza cedere alle logiche del profitto. Fare editoria con dedizione. Pubblicare idee che resteranno nel tempo.

Quale compito rimane per l’editore? Sussiste tuttora una tribù dispersa di persone alla ricerca di qualcosa che sia letteratura, senza qualificativi, che sia pensiero, che sia indagine (anche questi senza qualificativi), che sia oro e non tolla, che non abbia l’inconsistenza tipica di questi anni.

Roberto Calasso, da L’impronta dell’editore (2013)

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee all'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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