“A Christmas Carol”:
il Canto di Charles Dickens
(quando ancora era ottimista)

A Christmas Carol (Un canto di Natale) è un piccolo gioiello che Charles Dickens compone a trentun anni, nel 1843, con il sottotitolo In prose, being a ghost story of Christmas e la seguente dedica, proprio come un augurio, ai lettori:

«In questo piccolo libro di spiriti ho cercato di evocare lo spirito di un’idea, che non porterà malumore ai miei lettori né verso se stessi, né l’uno verso l’altro, né verso il periodo dell’anno, e neanche verso di me. Che esso possa visitare con piacevolezza le loro case, e che nessuno si auguri di esorcizzarlo».

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La storia la si conosce tutti, fin dall’infanzia, ed è oggetto, peraltro, di molte rappresentazioni animate più o meno recenti. Semplice nella sua ossatura, leggibile come una delle tante fiabe dickensiane, dove le forze negative e ostacolanti alla fine vengono sconfitte dagli agenti benefici. Un avaro misantropo, il ben noto Ebenezer Scrooge, viene ricondotto all’umano sentire grazie all’intervento di alcuni spiriti che, riattivando in lui i ricordi del passato, gli svelano le possibilità non colte e perdute, presagendogli l’esito di una morte solitaria e triste, conseguenza del suo presente di sordità emotiva e meschinità. Con la supplica del pentito, le ombre ne ammettono il ravvedimento e tutto finisce per il meglio.

Ma è tutt’altro che semplice il modo con cui la storia si dipana e il testo viene costruito. In una qualunque vigilia di Natale – perché per Scrooge il Natale è un qualunque periodo dell’anno – si penetra dentro le difficoltà di un uomo chiuso e cupo, nella sua vita scandita dalla logica del profitto e dell’isolamento. La notte, il fantasma del socio defunto Marley apre le porte al mondo del soprannaturale in cui Scrooge è costretto a rendere conto del proprio atteggiamento negativo rispetto al mondo e minoritario rispetto alla maggioranza degli individui, in festa per il periodo natalizio. Il tempo e la sua organizzazione nel testo sono l’elemento chiave della narrazione che Dickens vuole mettere nelle mani del lettore. Scorre regolare di giorno, nelle giornate sempre identiche di Scrooge, scorre regolare anche nel ricordo che dall’infanzia percorre tutta la sua vita fino alla maturità. Regolare è anche la struttura del racconto: un “canto” di cinque strofe, i cinque atti di uno spettacolo teatrale. Una regolarità che permette di sostenere invece i continui movimenti del tempo notturno: dal passato al presente al futuro, affidati agli spiriti che li rappresentano, in un crescendo che dalla serenità iniziale porta all’incupimento del presagio di morte.

Si comincia dallo spirito del Passato, nella seconda “strofa” del canto: il lettore assiste a una frantumazione dell’identità, uno sdoppiamento di ruoli nel protagonista, per un verso intento ad agire nel processo di crescita oggetto del ricordo, per un altro intento ad osservare la sua vita vissuta. Uno sdoppiamento che è anche dell’autore, dato che Dickens affida a Scrooge elementi importanti della sua biografia, come la figura della sorella Fanny. L’identità si ricompone di fronte allo spirito del Presente e a quello del Futuro, elementi soprannaturali che tuttavia non scadono mai nella banalità in quanto forniti di un ricco corredo simbolico.

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I fantasmi alterano e confondono la vita ripetitiva di Scrooge e il loro ingresso nel racconto sovverte le leggi naturali in nome dell’indefinibile e dell’indeterminato. Lo segnala subito la “soglia” attraverso cui il personaggio entra nella dimensione metafisica: i rintocchi delle campane che invece di definire il tempo lo mettono in dubbio (È mezzanotte? È mezzogiorno? Di quale notte? Di quale giorno?). Se lo spettro del collega Marley è ancora colto a metà tra l’uomo e l’ombra nella fase di espiazione e dunque riconoscibile, tutt’altra cosa sono i tre spiriti del Natale, indefiniti e fluttuanti nella forma. Il Natale del Passato è allegoria della vita vissuta e delle occasioni perse e concentra nella sua figura tutto il tempo: le età della vita (capelli canuti ma arti muscolosi e pelle rosea), le stagioni (agrifoglio in mano, fiori sull’abito). È instabile e in continuo movimento, a suggerire l’indecifrabilità dell’esistenza e le potenzialità di cambiamento che Scrooge non ha saputo sfruttare. Lo spirito del Presente invece è di statura gigantesca ma con il potere di adattarsi ad ogni angolo e invecchia rapidamente. Più interessante è lo spettro del Futuro, visibile e al contempo invisibile. La sua forma è infatti velata da un lungo manto nero con cappuccio, l’unica parte scoperta è la mano che suggerisce la presenza di un corpo nascosto, non assente, in agguato ad aspettare e pronto ad agire. Le visioni attraverso cui i fantasmi comunicano con il protagonista sono sostenute poi da una serie di segnali che rimandano a una parabola negativa: dal polimorfismo del Passato si passa infatti all’invisibilità del Futuro; dalla luminosità della cintura e della fiaccola, simbolo di abbondanza, dei primi due spiriti si passa al buio del terzo; dal bianco del Passato al verde del Presente al nero uniforme del Futuro.

In tutto questo andirivieni nel tempo, la voce narrante si muove scherzosa e confidenziale, osserva, commenta, spiega. Provoca così continui scarti rispetto a Scrooge e alla sua paura nell’incontro con il soprannaturale e in questo modo impedisce che il lettore si immedesimi nel personaggio: istituisce con il lettore una ironica complicità contro Scrooge, di cui si fa beffa. Quando le cortine del letto vengono scostate da una mano misteriosa e il personaggio si trova faccia a faccia con lo spettro, la tensione subito cade perché il narratore sposta l’attenzione sulla sua relazione con il lettore:

«Le cortine del letto furono scostate, vi dico, da una mano. Non dalla parte dei piedi o della testa, ma dalla parte dove era rivolto il viso. Le cortine del letto furono scostate; e Scrooge, scattando a sedere, si trovò faccia a faccia col visitatore ultraterreno che le aveva scostate: tanto vicino a lui, quanto io lo sono ora a voi; io, che in spirito, vi sto gomito a gomito».

Se da un lato, tuttavia, il narratore distanzia il materiale orrorifico ricorrendo all’ironia e al grottesco, dall’altro opera in senso opposto, mirando al coinvolgimento del lettore: la storia di Scrooge infatti, oltre che piacevole alla lettura, propone una morale e una riflessione su scelte di vita – individualismo, solidarietà umana, apertura alle possibilità offerte dalla vita – che riguardano tutti. Da un lato un modo leggero di suggerire un contesto comune, attraverso il riferimento a usi e costumi, al folklore del Natale; dall’altro un modo severo di imporre una interpretazione della realtà a cui il lettore non può sottrarsi, perché è la sua stessa. Sono queste ultime le parti in cui emerge il Dickens riformista che sempre, in tutti i suoi testi, addita i guasti della società inglese ottocentesca: il riferimento alle workhouses, rappresentate da Ignoranza e Bisogno, i due bambini che lo spirito del Presente nasconde sotto la veste; la descrizione dei quartieri fatiscenti dell’indigenza e del crimine, memori del precedente Oliver Twist. La voce ironica del narratore tace solo di fronte alla morte, alla miseria del povero nome sulla pietra tombale: qui il racconto si fa impersonale e pone domande sul senso della vita e della morte a cui nessun lettore può esimersi dal rispondere. E nell’auspicio finale i lettori, il narratore e il personaggio si ricongiungono:

«Spiriti non ne frequentò più e si mantenne fedele al principio dell’astinenza totale; l’opinione generale fu che se vi era un uomo al mondo capace di celebrare degnamente il Natale, quello era lui. Che questo si possa dire spassionatamente di noi, di tutti noi!».

È bene ricordare, infine, che A Christmas Carol contiene in sé due distinte esigenze, fortemente sentite dall’autore: la prima è di ordine sociale, l’indignazione per le condizioni dei poveri; l’altra è artistica e umana, l’interesse per il contesto natalizio e per la formula del racconto. In più occasioni al centro delle preoccupazioni di Dickens furono la miseria, l’emarginazione, il degrado del sistema scolastico e il lavoro minorile: nel 1843 infatti progettò un pamphlet dal titolo Appello al popolo d’Inghilterra in favore dei bambini e dei poveri. Ma poi intuì che in un racconto il tema avrebbe ottenuto più attenzione e propose così il Canto e altri quattro Libri di Natale. Comuni a tutti i racconti sono il trionfo degli affetti, l’importanza della memoria e la destinazione natalizia; solo in alcuni la satira sociale feroce e il soprannaturale. Il Natale, visto come momento più propizio per sedare conflitti e permettere agli impulsi benevoli di avere la meglio, è del resto presente fin dalle prime bozze dell’attività letteraria di Dickens e un peso ampio assume anche ne Il circolo Pickwick. Qui il personaggio del becchino Grub è di fatto un precedente di Scrooge, costretto a tornare sui suoi passi dall’intervento di folletti. Per diciassette lunghi anni di attività, Dickens fornisce quindi a lettori e spettatori entusiasti la propria visione serena del Natale, fatto di benevolenza e solidarietà. Ma, mentre la vita volge al termine, nella mente dell’autore prende forma un’altra manifestazione del tema: il Natale in una prospettiva diversa, da cui sono escluse soluzioni pacifiche. È la storia senza conclusione de Il mistero di Edwin Drood, dove la notte santa diventa il tempo blasfemo di un omicidio oscuro: il lato meno noto del genio di Dickens.

Charles-Dickens

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