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Ciak, si gioca! Perché il poker piace così tanto a Hollywood

6 minuti di lettura

Colpi di scena, adrenalina, giochi di potere e tanto divertimento: ecco alcuni ingredienti eccellenti per un film di successo. Forse è per questo che l’industria del cinema più famosa del mondo ha spesso reso protagonista il gioco del poker, declinato in tutte le sue varianti e secondo diversi registri, dalla commedia al crime/thriller, dalla pellicola d’azione al film drammatico.

Personaggi iconici tra gioco ai tavoli e puro intrattenimento

Quando Henry Gondorff (Paul Newman) e Johnny Hooker (Robert Redford) portano sul grande schermo una delle commedie più ricche di intrighi degli ultimi 50 anni, forse non sapevano che La Stangata (1973), oltre ad essere ricoperto da un pioggia di Oscar, sarebbe diventato uno dei più famosi film sul gioco e avrebbe avuto un tale successo di pubblico da affermarsi come un “classico” nel suo genere. Tra battute sagaci e un cast eccellente anche nei ruoli secondari, il film è una grande favola moderna, dove il poker simboleggia la capacità di giocare con la vita, riuscendo a sorridere esclusivamente con gli occhi (come solo Paul Newman sa fare) e bluffando al momento giusto.

La scala reale che Maverick (nell’omonima pellicola) scopre al termine della mano decisiva, viene accolta dal pubblico della sala da gioco con applausi fragorosi e un’atmosfera quasi da stadio. Ed è sui toni della commedia leggera e avventurosa, che il western firmato da Richard Donner nel 1994 racconta questa Odissea di un giocatore professionista che decide di partecipare ad un torneo di poker, sottovalutando la pericolosità e le insidie dell’impresa. Qui il gioco è adattato ai toni più leggeri di una commedia di costume, tra dialoghi taglienti, situazioni impreviste e personaggi pittoreschi.

La sceneggiatura: una lettura della psicologia dei giocatori

Nella storia del cinema, troviamo esempi illustri di come il poker riesca ad essere l’elemento portante della sceneggiatura del film. Sono le stesse regole del gioco – comprese quelle non scritte – ad essere riflesse nell’intera architettura della pellicola.

È questo il caso, ad esempio, di Cincinnati Kid, diretto da Norman Jewison nel 1964, dove i due personaggi principali (interpretati da Edward G. Robinson e Steve McQueen) rappresentano le due facce a confronto della psicologia del giocatore: da una parte la freddezza del campione affermato e, dall’altra, la sete di successo dello sfidante. In particolare, in questo film è palpabile l’intensa carica drammatica, che fa assumere al gioco una valenza ben superiore a quella di una professione o, peggio, di un passatempo. Il poker è il mezzo attraverso il quale cercare l’affermazione di sé e del proprio ruolo nel contesto sociale.

Lasciandoci alle spalle le atmosfere statunitensi degli anni ‘30 di Cincinnati Kid, tra vicoli bui, locali fumosi e l’immancabile jazz di sottofondo, approdiamo, come seguendo un fil rouge immaginario, ad un’altra pellicola dove la voglia di vincere è legata in modo indissolubile al desiderio di risolvere conflitti personali. Parliamo de Le Regole del Gioco, film del 2007 che vede padre e figlio a confronto lungo tutto l’arco della pellicola, fino alla sfida finale, quella dove si decide la sorte del loro rapporto futuro. Ambientato a Las Vegas (e dove, altrimenti?), si avvale dell’ottima prova di Eric Bana e del glaciale Robert Duvall.

Come creare la suspense al tavolo da gioco

Controcampi, montaggio serrato, primi e primissimi piani: queste sono solo alcune delle tecniche di ripresa più utilizzate per ricreare l’atmosfera carica di tensione tipica del gioco del poker. Nelle partite più decisive, spesso le parole sono superflue: ci si affida a sguardi ed espressioni furtive, insieme ad una colonna sonora che dà voce ai pensieri dei personaggi, sottolineandone i diversi stati d’animo.

Il direttore della fotografia ha un ruolo fondamentale nell’ambientazione, che cambia radicalmente a seconda che ci si trovi in una sfavillante sala di uno degli splendidi casinò di Las Vegas, oppure nel retrobottega di un locale di quarta categoria. Da questo punto di vista, si possono mettere a confronto la famosa scena di poker interpretata da Daniel Craig, alias ventunesimo 007, in Casinò Royale con il celebre match tra Matt Damon e uno strepitoso John Malkovich nel capolavoro Rounders (1998). Due ambienti totalmente diversi, ma egualmente efficaci per inscenare un “duello” a colpi di lanci e rilanci.

L’emozione del gioco, nella sfida e nella vincita, travalica ogni tecnica espressiva, diventando un meta-linguaggio versatile e artisticamente duttile. Forse è questa una chiave di lettura per spiegare il fascino che il gioco del poker ha sempre avuto nelle realizzazioni cinematografiche. Durante una partita che si svolge davanti ai nostri occhi, non siamo solo spettatori, ma assistiamo, insieme ai protagonisti, allo svolgersi di una storia che si basa su fortuna, abilità e, soprattutto, nel saper combinare questi due elementi. Come succede nella vita, in un certo senso.

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Redazione

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