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«Close Enemies», un guardie e ladri privo di mordente

In concorso alla settantacinquesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, Close Enemies è tra le più asciutte pellicole sino ad ora presentate. Splendidamente chiuso in una contemporanea periferia parigina ma erroneamente lontano dal modello narrativo di cui, pur non volendosi definire ambasciatore qui a Venezia, appare almeno incerto debitore.

La verità delle immagini, l’inutilità delle parole

Close Enemies è un film che viaggia con una regia anonima su due realtà opposte ma parallele. Da una parte la malavita, dall’altra la giustizia. Una dicotomia che istituzionalizza, ed ambienta, il classico scontro “Bene e male” e che da sempre trova in polizieschi e thriller una qualche fortunata ripetitività. La formula si ripresenta dunque immutata, con il Narcotrafficante e il poliziotto che si scontrano e ritrovano avvicinando i due loro mondi, sempre chiusi in loro stessi, rivelandone le innumerevoli influenze.

Dal moralista (e retorico) bianco e nero della già citata dicotomia, che divide e giudica, veniamo così immersi nelle complessità di palazzi grigi che confondono e rivelano realtà sottese e periferiche. Ecco allora che non sorprende il tentativo di nascondere la regia tra le feritoie di quei muri che si confondo col cielo, perché proprio quando ci pensa la storia ad inventare sospendendo la realtà, arrivano le immagini a narrare una profonda e silenziosa verità.

Coinvolgimento in black out

David Oelhoffen, qui nella duplice veste di regista e sceneggiatore, cita Matteo Garrone e Gomorra per esplicitare la fonte della sua uggiosa Parigi. E certamente sembra averlo studiato attentamente il lungometraggio italiano, seppur forse a volume spento. Perché se è innegabile che gli spazi riprendano l’interessante atmosfera malavitosa di periferie simili a ghetti, lo stesso non si può dire dei personaggi intenti a relazionarsi in questa realtà.

Manca un cuore, una sostanza, in questo Close Enemies, che incastra le vite di  Manuel (Matthias Schoenaerts) e Driss (Reda Kateb) come fossero parti di uno sceneggiato destinato ad un solo prevedibile finale. Così non emoziona e fatica a far riflettere, scivolando piuttosto sullo schermo con una semplicità quasi alienante. Gli eventi non mancano e i tentativi di incastrare i giusti colpi di scena pure, ma si osserva senza trasporto, cercando l’anima di personaggi a cui potresti scambiare i nomi e i volti con una qualsiasi delle comparse in sfondo.

Si veda però che quanto affermato non vuole far riferimento ad un esclusivo problema di interpretazione, almeno non del tutto. Perché Matthias Schoenaerts e Reda Kateb, non rivelando particolari problemi nel muoversi tra i drammi di questa struttura, crollano in un blackout definito dal racconto nel suo insieme e dunque privo di facili, e sopratutto inutili, capri espiatori.

Quando non basta mostrare

L’orgoglioso commento del regista David Oelhoffenal suo nuovo Close Enemies lancia dunque il film in pasto alle aspre critiche di uno dei pubblici meno soddisfatti di questa settantacinquesima edizione della mostra del cinema di Venezia. Perché per quanto interessante potesse apparire la rivisitazione moderna del classico genere guardie e ladri, lontano sembra il «Thriller mozzafiato» promesso e che la pellicola sembrerebbe inutilmente andare cercando.

Non accelera il battito, né le membra; mostra, ma senza lasciare domande.

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Alessandro Cavaggioni
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