fbpx
I corpi astinenti

Non c’è nulla di male a non fare sesso, spiega Richard

La scrittrice francese si occupa di un tema inedito: l'astinenza sessuale. Un'anomalia per il sistema della produzione capitalistica, ma che ora deve essere normalizzata.

/
11 minuti di lettura

Di astinenza sessuale si parla e si scrive poco. Quale la ragione di questo silenzio e come scalfirlo? Ce lo illustra la scrittrice francese Emmanuelle Richard nel suo Les corps abstinents (Flammarion, 2020), appena edito in Italia per Tlon nella traduzione di Valentina Maini: I corpi astinenti, il sesso tra imposizione sociale e libertà.

L’astinenza: solo un momento difettivo dell’agire sessuale?

«J’ai discuté avec celles et ceux qui comme moi ne font plus l’amour» recita il sottotitolo dell’edizione francese. E la radice de I corpi astinenti è, difatti, biografica. Partendo dal proprio personale vissuto ed avvalendosi delle testimonianze di altre trentatré voci, il saggio dà vita ad un’interrogazione e ad una risposta corale attorno ad un tema solitamente tanto vissuto quanto relegato alla sfera del dominio privato. La motivazione che sta a fondamento dell’indagine è semplice: in una società che vede nell’ipersessualità una norma e nell’astinenza nient’altro che una sua blanda eccezione, l’inattività sessuale necessita di una problematizzazione che sappia finalmente scartare da quei pregiudizi, stereotipi di genere e di relazione che ne banalizzano la definizione e la complessità, marginalizzandola sul piano dell’anomalia. Ciò perché, lungi dal porsi come mero momento difettivo dell’agire sessuale, l’astinenza si compone di un tessuto di sensazioni, voci e trascorsi, taboo, significati personali, culturali, sociali che deve spingerci ad interrogare il sesso non solo rispetto all’effettività del nostro farlo o non farlo, ma anche e soprattutto nella sua modalità sociale di rappresentazione, accettazione, rifiuto e idealizzazione, perché sono queste stesse modalità a confluire – determinandolo – nel nostro modo di pensarlo e di viverlo. 

La produzione capitalistica de «I corpi astinenti» come anomalia

Sesso e astinenza vanno indagati in qualità di concetti complessi perché largamente complesso e differenziato è il nostro modo di abitarli e nutrirli attraverso l’esperienza che ne facciamo quotidianamente. La reticenza che aleggia attorno al tema dell’astinenza, secondo la lettura di Richard, non è che diretta conseguenza della cosiddetta «dittatura del godimento» instaurata dal capitalismo contemporaneo, responsabile di aver convertito ciò che un tempo si configurava semplicemente come un diritto – la libertà sessuale – in ingiunzione normativa. Il capitalismo ha riservato alla sessualità, cioè, la stessa sorte che è toccata al desiderio. Se la capitalizzazione di quest’ultimo ha prodotto una vertiginosa ed inarrestabile bulimia dei consumi, quella della sessualità ha irreggimentato una tendenza biologica nelle trame di un vero e proprio imperativo al piacere. Nel siffatto «capitalismo della seduzione», pertanto, nessuna ipotesi di spazialità residua – fattuale e narrativa – per chi non gode, chi non prova o non riesce a godere; per chi, in sintesi, non sottoscrivendo alcun patto di natura sessuale, si esime dal generare, consumare, garantire la sussistenza di libido sul mercato.

Leggi anche:
Una guida illustrata sul sesso al femminile

Narrare de I corpi astinenti diventa dunque un’occasione per produrre un discorso finalmente «inedito, vario e molteplice, sorprendente e conturbante» su un tema pressoché inesplorato; per sgretolare tutti quegli schemi «interiorizzati e da tutti perpetuati sin dall’infanzia», tutti quei codici responsabili di parassitare il sesso in uno «standard fittizio notevolmente scollegato dalle vite reali», che non ci consentono di vivere con serenità tanto la presenza del sesso quanto la sua assenza nelle nostre vite. Significa, in ultimo, orientarsi controcorrente rispetto ad un movimento collettivo anacronistico e superficiale: quello di rappresentazioni culturali, religiose, politiche limitate e limitanti che non ci permettono di fare esperienza della nostra intimità in maniera libera e avulsa da ogni «dimensione tradizionale» e stereotipica «di esclusività» o obbligatorietà. 

La responsabilità delle rappresentazioni

Muovendoci a ritroso, sul filo della genealogia che ha prodotto ed istituzionalizzato tale tendenza, troviamo un desiderio non essenziale — il sesso — elevato progressivamente a bisogno dalle nostre stesse convenzioni sociali. Se per il Michel Foucault di Storia della sessualità esso costituiva già «la cifra dell’individualità, quella che permette contemporaneamente di analizzarla e di renderla docile e utile», l’autrice, muovendo dalla riflessione del filosofo francese, sottolinea come la società del Capitale abbia reso il sesso uno «strumento di potere» in grado di trasformare la miseria sessuale (mancanza di sessualità condivisa) in un sistema capitalistico come un altro. Un sistema che «esiste solo perché ci hanno inculcato l’idea che essere soli, godere da soli, è da falliti. A questo si aggiunge il fatto che i nostri unici modelli validi sono l’amore e la passione amorosa, escludendo così tutte le altre forme di relazioni interpersonali»

Cinema, serie tv, industria pornografica, romanzi, post social, ci restituiscono una sessualità spesso interamente tagliata e cucita sul calco del modello rappresentativo dominante: una sessualità mai solitaria e perciò condivisa, eterosessuale e fallocentrica.

Le scene di sesso appagante sono sempre le stesse, un po’ di inquadrature di corpi intrecciati, carrellate di qualche carezza e sospiri di piacere. I corpi sono belli, sublimati, perfetti, l’atto suggerito è facile, trasportato da un desiderio potente. I due protagonisti godono contemporaneamente. Per lo spettatore, trasformatosi in un voyeur, solo la vista, un po’ l’udito, vengono sollecitati.

Ciò non farebbe altro che produrre un «divario quasi insormontabile tra la fantasia e la cruda realtà». Non di rado la difficoltà di colmare questo scarto viene vissuta con frustrazione, fatica, delusione, parole che ricorrono frequentemente nella narrazione della maggior parte degli intervistati. Al cospetto dell’ideale generato da questi modelli, appare sempre più difficile vivere il proprio corpo e quello dell’altro nella concretezza delle differenze e delle imperfezioni di cui partecipano. Nella vita reale l’intesa sessuale può anche non essere immediata, né è scontato che ambo gli attori in gioco possiedano una visione pacificata e consapevole della propria corporeità. E i nostri corpi, lontani dall’essere cenci di carne votati alla causa di un piacere meccanico, istantaneo, facile quale quello offertoci dall’universo patinato del godimento mediatico, sono anche e soprattutto sedimentazione di una storia, di un vissuto, di un clima emotivo e di paradigmi sociali e culturali che producono una serie di variabili tutt’altro che riducibili alla canonicità performata sugli schermi

«I corpi astinenti» di Emmanuelle Richard: performare i vuoti

Dovremmo dunque chiederci quanto del sociale che ci circonda si riverbera sul nostro personale, e perché il sesso sia diventato più «in una prassi sociale», «una norma», che un momento di intimità condivisa (e con se stessi, e con l’altro). Chiederci, ad esempio, perché in un’epoca di maggiore libertà sessuale come quella odierna nei Paesi più ricchi, i giovani tra i 15 e i 25 anni abbiano comunque meno rapporti sessuali dei nostri genitori o dei nostri nonni alla stessa età, e quanto di questo si radichi in certi nodi nevralgici della nostra contemporaneità: la sempre maggiore «rilevanza della vita digitale» o la «differenza rispetto all’intimità reale e all’onnipresenza del porno», per esempio, che ci consente «di guardare gli altri fare sesso in completa sicurezza». O ancora, chiederci perché l’inconscio sociale percepisca il non fare l’amore come un’anomalia e non semplicemente come una forma di sessualità tra le molteplici possibili, e quanto di ciò ha a che vedere con quel culto della pienezza e della performatività esasperatamente celebrato dalla nostra società della performance. Un’apologia che ci impedisce di performare i vuoti con la stessa  comprensione e legittimità che invece spetta a tutto ciò che può gettare un velo di appetibilità e perfezione sulle nostre vite. Vite che, se guardate da vicino, risultano in fondo pur sempre stropicciate e rattoppate. Come tutte le vite offline che si rispettino. Come quelle di ognuno di noi.

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra newsletter!

Sara Campisi

23 anni. La mia vita è un pendolo che oscilla tra la Filosofia e la perdita di diottrie.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.