Cy Twombly e il Ferragosto romano che lo incantò

Il termine Ferragosto rimanda a una ricorrenza tutta italiana. Subito si immagina l’auto carica di valigie, ombrelloni, ingombranti gonfiabili e borse frigo stracolme di meraviglie culinarie. Non sappiamo spiegarci perché, ma a Ferragosto l’Italia torna agli anni Cinquanta, gli anni del boom economico e delle vacanze con la 500, gli anni che tutti – anche chi non li ha mai vissuti – ricordano come spensierati ed eleganti. Fu proprio all’inizio di questo decennio ideale e idealizzato che Cy Twombly, nome d’arte di Edwin Parker Jr., arrivò in Italia per la prima volta insieme all’amico Robert Rauschenberg, artista di primo piano della nascente Pop Art.

Stabilitosi a Roma nel 1957, l’artista americano scoprì il suo grande amore per la storia italiana, collezionando antichità nel suo appartamento di via Monserrato, risalente al XVII secolo. Fu in questo palazzo dalle pareti candide come le sue opere che Cy Twombly passò l’agosto del 1961. Non un tipico Ferragosto italiano in Riviera quindi, ma un Ferragosto urbano; fatto di strade deserte e giorni tutti uguali. Un Ferragosto romano placido e solitario, che incantò l’anima del giovane artista statunitense.

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Cy Twombly nel suo appartamento romano. Foto di Horst P. Horst

Prese le tele e i colori, Cy Twombly cominciò a dipingere. Realizzò cinque grandi tele rettangolari, dove il colore si liberava sulla superficie come un’esplosione. La dinamica delle opere rimanda ai graffiti urbani, sintomi di rabbia e ribellione impressi nelle vuote e silenziose strade di una Roma soffocata dal caldo estivo. La matita scarabocchia sulla superficie come uno studente annoiato scarabocchia sul banco. Il bianco della tela diventa il protagonista dell’opera, rimandando ai riverberi accecanti del sole sul marmo degli scavi archeologici di Largo Argentina e dei Fori Imperiali. In Ferragosto I e II i segni sono distratti, fugaci, come i lampi di colore che rimangono negli occhi dopo aver guardato il sole troppo a lungo. Cy Twombly stende il colore con le mani, legato alla materia come Jackson Pollock, l’artista maledetto dell’Action Painting che tanto l’ha influenzato, ma dal cui stile si allontana e si avvicina, come una marea. Stende le tele per terra e ci si avventa con furia o con estrema delicatezza, imprimendo sulla tela stati d’animo intimi eppure perfettamente leggibili attraverso il gesto pittorico.

Ferragosto I, pittura a olio, pastelli a cera e matita a piombo su tela, 166×201.5 cm, 1961 (Daros Collection, Svizzera)
Ferragosto II, Pittura a olio, pastelli a cera, matita al piombo, 164.5×200.3cm, 1961 (Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian
Institution, Washington, D.C.)

Ogni opera della serie subisce un graduale cambiamento, i segni diventano più marcati, lo spazio bianco si riduce in modo soffocante, i colori prendono il dominio della tela. Compaiono simboli sessuali, come quelli che appaiono disegnati sui muri scrostati delle periferie, o negli affreschi di Pompei. La festività del Feriae Augusti, riposo di Augusto, risale al 18 a. C., quando si festeggiava la fine del lavoro nei campi e l’inizio di rituali e giochi per celebrare la fertilità. In epoca cristiana i festeggiamenti pagani vennero sostituiti dalla ricorrenza religiosa dell’Assunzione di Maria, mettendo al bando per sempre le celebrazioni pagane. I simboli fallici, i seni e le vagine che Cy Twombly imprime con violenza sulla tela di Ferragosto IV rimandano al significato originale della festività: omaggiare la sessualità e la fertilità.

Ferragosto IV pittura a olio, pastelli a cera e matita al piombo su tela, 165.5×200.4cm, 1961 (Collection of Samuel and Ronnie Heyman)

Nelle ultime tre tele della serie possiamo sentire il calore opprimente, la mancanza d’aria dell’afa cittadina e lo sciogliersi dello sfondo, che liquefacendosi si mischia al rosso dei graffiti, formando un rosa delicato eppure quasi osceno nel suo esporsi, come figure umane ammassate lungo le spiagge, come quelle masse informi di umanità che abbandonano la città incastrandosi nelle loro 500 bianche stracolme e si riversano sui litorali di tutta Italia, incastrandosi questa volta tra un ombrellone e l’altro. Irritati, sudati e bruciati dal sole i villeggianti rientrano prima di sera a Roma, la città di Ferragosto V, un intrico di colori, agitazione e chiasso che turbano l’artista alla finestra del suo appartamento. Egli vede la città tornare rapidamente alla sua frenesia, illuminata dalla luce del sole cocente, che confonde le forme veloci di chi torna dalla sua personale celebrazione della fertilità pagana.

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Ferragosto V pittura a olio, pastelli a cera e matita al piombo su tela, 164.5x200cm, 1961 (Collezione privata)

Beatrice Curti

Laureata in Beni Culturali, ama l'arte sin da quando ne ha ricordo. Ha bisogno come l'aria di viaggiare, leggere e guardare film. Mai darle da mangiare dopo mezzanotte.
Beatrice Curti
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