Da Urbino ai fiamminghi, «Raffaello e l’eco del mito» alla GAMeC di Bergamo

Giocando di anticipo sulle celebrazioni per i 500 anni della morte di Raffaello Sanzio del 2020, l’Accademia Carrara di Bergamo, in collaborazione con GAMeC – Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo e con Marsilio Electa, dedica al pittore urbinate un’esposizione dall’emblematico titolo Raffaello e l’eco del mito, aperta fino al prossimo 6 maggio.

San Michele e il drago, Raffaello Sanzio, 1505, Museo del Louvre, Parigi

Un mito che già circondava il pittore quando era in vita, che si è poi tramandato nei secoli grazie al fascino della sua breve ed intensa esistenza, alimentato da quel romanticismo che trova nel celebre dipinto della Fornarina, prestato per l’occasione dalla Gallerie Nazionali di Arti Antiche di Palazzo Barberini a Roma, il suo suggello.

Il percorso espositivo, curato da Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pierantonio ed allestito da De8 Architetti e Tobia Scarpa all’interno della Galleria di Arte Moderna e Contemporanea, comprende 60 opere provenienti da musei nazionali ed esteri e da collezioni private, ed ha come punto cardine il San Sebastiano (1502), capolavoro giovanile di Raffaello destinato alla contemplazione privata, donato dal conte Guglielmo Lochis nella seconda metà dell’800 alla città di Bergamo, messo a dialogare con analoghe produzioni di autori che hanno affrontato il tema del ritratto con paesaggio di sfondo ripreso dalla pittura fiamminga, tra cui Perugino, Pinturicchio, Giovanni Antonio Boltraffio e Hans Memling. Il pregevole ritratto raffigura un San Sebastiano forse troppo giovane per essere fedele alla vicenda del Santo. In questo caso, Raffaello si allinea probabilmente alla tendenza del tempo dove era usuale rappresentare giovani contemporanei abbigliati come gentiluomini alla moda. La freccia stretta delicatamente fra le dita pare assumere un significato ambiguo ed ermetico che riconduce al simbolo del martirio del santo e, allo stesso tempo, al dardo di Eros che fa innamorare. 

San Sebastiano, Raffaello Sanzio, 1502, olio su tavola, Accademia Carrara di Bergamo

La sezione dedicata alla formazione di Raffaello, Raphael Urbinas, introduce al raffinato ambiente culturale della corte dei Montefeltro tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 in cui il pittore mosse i primi passi, con produzioni del Perugino, di Pinturicchio e di Luca Signorelli. Urbino infatti, con il suo clima culturale irripetibile ed estremamente moderno offre a Raffaello importanti stimoli intellettuali fino alla sua maturità.

Grazie all’accostamento di opere come la Madonna col Bambino in trono tra i Santi Giovanni Battista e Agostino (1494) e la cosiddetta Madonna Diotallevi (1504), è immediato notare la forte influenza che la produzione del Perugino, all’epoca uno dei pittori più celebri in Italia, ha avuto sul giovane arista urbinate: colori fusi e brillanti, forme dolci, pose aggraziate e volti sereni che Raffaello saprà poi reinterpretare secondo un proprio personale e inconfondibile stile.

Madonna col Bambino in trono tra i santi Giovanni evangelista e Agostino, Pietro Perugino, 1494, Chiesa di Sant’Agostino, Cremona

 

Madonna Diotallevi, Raffaello Sanzio, 1504, Bode Museum, Berlino

Seguono poi le 14 opere autografe del Giovane “Magister”, dalla Croce Processionale dipinta su entrambi i lati (1500) al Ritratto di Elisabetta Gonzaga (1504-1505), fino al San Michele e il drago (1505), parte di un dittico conservato al Museo del Louvre di Parigi. Per la prima volta vengono inoltre riunite in Europa tre componenti della predella della Pala Colonna, raffiguranti l’Orazione nell’orto, L’andata al calvario e la Pietà conservate rispettivamente presso il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Londra e l’Isabella Steward Gardner di Boston, e tre componenti della Pala del Beato Nicola da Tolentino in origine destinate a Città di Castello, arrivate da Detroit e da Pisa.

La Fornarina, Raffaello Sanzio, 1518–1519, olio su tavola, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma

Il ritratto della Fornarina (1518–1519), probabilmente identificabile con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, si afferma come protagonista indiscussa dell’esposizione. La sua bruna e irregolare bellezza, adornata da un turbante da cui pende una perla e da un bracciale che riporta la firma dell’artista, “RAPHAEL VRBINAS”, entra già con Vasari nella mitologia raffaellesca che identifica la giovane come leggendaria amante dell’artista. Il dipinto è diventato nei secoli inesauribile fonte di ispirazione per pittori ottocenteschi quali Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni e Cesare Mussini.  

Raffaello e la Fornarina, Francesco Gandolfi, 1854, olio su tela, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano

L’ultimo capitolo della mostra è dedicato all’eco al mito di Raffaello nella contemporaneità, attraverso citazioni, tributi, ritratti, rivisitazioni iconografiche di celebri artisti del ‘900 quali tra gli altri Giorgio De Chirico, Pablo Picasso, Christo, Luigi Ontani, e Giulio Paolini, che ha realizzato l’inedito Studio per Estasi di San Sebastiano installato nella sala 4 dell’Accademia Carrara nel posto solitamente occupato dall’originale di Raffaello.

Wrapped DVD Case (Detail from Raphael’s The School of Athens, Fornarina/Margarita Luti), Christo, 2015 – fonte: André Grossman
© Christo 2015

 

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Valentina Cognini

Nata a Verona 22 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.