David Szalay e l’idea di un nuovo (grande) romanzo europeo

Il 30 novembre e il 1 dicembre 2019 ha avuto luogo l’ottava edizione del festival Studio in Triennale organizzato da Rivista Studio, in collaborazione non solo con la Triennale di Milano, che ha ospitato l’evento nella consueta cornice del Salone d’Onore, ma anche con Tod’s No_Code come main partner, Sky TG24 come media partner e ManpowerGroup Italia.

In questa due giorni di incontri e dibattiti dedicati al superamento di ogni codice, genere, limite e barriera c’è stato spazio per eventi di ogni tipo con ospiti internazionali e non, tra cui il premio Pulitzer per la saggistica Lawrence Wright, il direttore editoriale di Fitzcarraldo Editions Jacques Testard, l’influencer Imen Boulahrajane e lo chef Davide Oldani

David Szalay
Manifesto Studio in Triennale 2019

L’evento che sicuramente ha catturato l’interesse degli amanti della letteratura è stato quello che ha visto protagonista David Szalay, autore di origine canadese, che assieme agli scrittori Marco Rossari e Veronica Raimo, autori di Le bambinacce per Feltrinelli, ha presentato le sue opere Tutto quello che è un uomo Turbolenza, editi Adelphi rispettivamente nel 2017 e nel 2019, entrambi con traduzione a cura di Anna Rusconi.

Com’è nato «Tutto quello che è un uomo»?

Tutto quello che è un uomo (il titolo originale, All that man is, è tratto da un verso della poesia Byzanthium di William butler Yeatsfinalista al Man Booker Prize nel 2016, affronta le storie di 9 personaggi, 9 età dell’uomo dalla giovinezza alla senilità che apparentemente sembrano tra loro irrelate, ma che assieme costituiscono un’idea nuova e diversa di romanzo. 

L’autore afferma che inizialmente non aveva intenzione di presentare qualcosa di diverso sul piano formale. Infatti, tutto inizia con un racconto lungo pubblicato per la rivista inglese Granta, che poi diventerà la terza storia di Tutto quello che è un uomo, che nel momento in cui pubblica quella storia ancora non aveva in mente di realizzare. Da lì parte l’idea di scrivere altre storie della lunghezza di 30-40 pagine senza pensare a raccoglierle in forma pubblicabile a livello di un tutto. L’iniziale idea di parlare di personaggi che viaggiano in tutta Europa lascia presto spazio alla rappresentazione di personaggi maschili che invecchiano nel corso dei racconti, e i temi del tempo e della senilità hanno reso presto omogeneo e unico questo lavoro, che non è una semplice raccolta di racconti, ma neanche un romanzo nel senso classico del termine.

Tutto quello che è… un romanzo europeo

Una grande attenzione è rivolta al concetto di romanzo, in particolare, prendendo spunto dal Grande Romanzo Americano, all’idea di Grande Romanzo Europeo o più semplicemente romanzo europeo. Per David Szalay, l’idea di romanzo europeo coincide con la dimensione del viaggio e dello sradicamento. Quello che si è prefisso di fare con Tutto quello che è un uomo è riprodurre l’immagine di un’Europa contemporanea che non è presente nella letteratura europea contemporanea, un’Europa che nel corso degli ultimi vent’anni è cambiata molto e che risulta essere più frammentata degli Stati Uniti. Un romanzo europeo, perciò, deve concentrarsi non su una nazione specifica, ma sull’idea di viaggio, spostamento e frammentarietà.

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Quello del romanzo europeo, dunque, risulta essere un passaggio obbligato. Essendo un canadese che ha vissuto per anni a Londra per poi trasferirsi a Budapest, dove ha iniziato a scrivere il romanzo, David Szalay si rende conto che bisogna vivere a pieno un luogo per sapere come si evolve. La sua situazione di outsider in Ungheria da un lato e la perdita di contatti con l’Inghilterra dall’altro non ha reso possibile scrivere un romanzo legato a entrambi i luoghi per mancanza di una connessione estremamente intima con essi. Il primo racconto che ha scritto rispecchia proprio questo sentimento. Esso narra di un ungherese che va a Londra e si sente spaesato, un sentimento, quello dello spaesamento, che l’autore stesso ha provato all’epoca. L’esigenza di un romanzo europeo, pertanto, nasce dall’idea di mancanza di legami con una nazione specifica per gli spostamenti dell’autore, una situazione che in Europa oggigiorno è diventata comune.

Istantanee di umanità e fragilità

L’ungherese del racconto appena citato, assieme ad altri 8 personaggi, con tutte le loro difficoltà quotidiane, sono narrati trasmettendo sentimenti inaspettati per il lettore, che sente vivere i protagonisti attraverso una scrittura piana e fiduciosa, senza rendere i personaggi, persino quelli più grotteschi e duri, delle caricature. Questi personaggi maschili sono rappresentati nella loro umanità e nella loro fragilità, sottolineata maggiormente dalla presenza di personaggi femminili determinati che hanno il controllo sulla propria vita. 

Nel romanzo non si sente quasi mai la voce dello scrittore, e questo perché è necessario operare un distacco per capire l’essenza di un uomo di 30 o 50 anni e cosa caratterizza la vita di un uomo in quel momento specifico. Per la struttura del libro, inoltre, bisogna trascorrere meno tempo con i protagonisti. Non sono importanti, infatti, le informazioni sul passato o sulla famiglia di un personaggio come in un romanzo classico per creare profondità psicologica, bensì ciò che avviene in quel breve lasso di tempo rappresentato.

David Szalay
David Szalay assieme a Marco Rossari e Veronica Raimo

«Turbolenza» e l’idea di viaggio

Punto in comune tra Tutto quello che è un uomo e Turbolenza, infatti, è la rappresentazione di quadri intensi e limitati nel tempo, come fossero delle parabole in cui si osserva la rivelazione di un personaggio in un preciso istante. Ciò, assieme a una modulazione sottile che caratterizza l’atmosfera del libro, viene dalla passione dell’autore per la poesia e dal suo desiderio di scrivere in versi, che cerca di rendere con la prosa. 

Per quanto riguarda Turbolenza, testo commissionato dalla BBC, i personaggi sono rappresentati non in una fase della loro vita, bensì dentro delle traiettorie di viaggio, come suggerito dal titolo di ogni racconto, intitolato secondo una sigla di volo. Sono personaggi che nel corso dei 12 racconti si passano il testimone, sono osservati da angolature diverse e si rincorrono. L’idea di rappresentare i personaggi in viaggio e in volo è propria dell’autore, che la concepisce come uno spunto naturale. Nello spostamento, sostiene David Szalay, la nostra visione è più vivida, e la spinta a raccontare è più forte in un luogo che non sentiamo familiare. Szalay cerca sempre di rappresentare un luogo familiare con gli occhi di un viaggiatore, in quanto si hanno gli occhi più aperti e una visione più intensa quando si viaggia. Il viaggio, quindi, è un modo di vedere che può essere applicato a un ambiente familiare se si è disposti ad ossevarlo come un viaggiatore.

Tutte le foto, compresa l’immagine di copertina, sono di proprietà dell’autore dell’articolo

Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda
Alberto Paolo Palumbo
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