Post-esotismo

Un mondo nuovo per la letteratura, il post-esotismo

Nel 1991 uno scrittore francese di nome Antoine Volodine si trovò davanti ad una domanda assai scontata per molti scrittori, quel genere di domanda che un critico letterario fa all’inizio di un’intervista, così, quasi fosse una sorta di riscaldamento che precede questioni più profonde. Eppure questa domanda non era affatto scontata per Volodine

La domanda era: «Di che genere letterario fanno parte le sue opere?».

Volodine non lo sapeva, non riusciva in nessun modo a incasellare il suo lavoro in un genere già definito.

Post-esotismo
Antoine Volodine
Fonte: Avvenire.it

D’altronde ci aveva provato per molti anni, aiutato anche da quei critici letterari che pretendono di sapere più cose sull’opera di un autore rispetto all’autore stesso. Allora le possibilità erano tante, si passava dal genere della fantascienza fino all’avanguardia francese. Ma Volodine non sentiva che le sue opere potessero essere in qualche modo definite da quelle etichette così ambigue, così amorfe.

La soluzione dunque pareva essere una sola: creare una nuova definizione di genere letterario che doveva caratterizzare la sua opera in tutte le sue sfaccettature e particolarità.

E da qui che nasce la letteratura post-esotica.

Ma cos’è di fatto la letteratura post-esotica?

Il post-esotismo come genere letterario

Per capirlo ci si deve immergere nella realtà di una prigione, posta in un mondo futuro, in preda ad una situazione apocalittica. Tutto qui è desolato, la civiltà pare essersi quasi estinta. Un evento radicale precedente, una catastrofe, ha spazzato via tutto ciò che c’era di buono e razionale nel mondo e si è caduti nell’oblio di una condizione di società vicina quasi a quelle primitive, prepolitiche.

E in questa prigione ci vivono coloro i quali questa condizione non la volevano, che in qualche modo si erano opposti al declino, insomma dei dissidenti.

Il tempo nella prigione poi pare essere interminabile e i prigionieri non hanno altro da fare che raccontarsi storie, a bassa voce, quasi mormorando, per rompere il silenzio della loro desolazione.

Da questi mormorii soffusi nascono racconti. Racconti che vogliono testimoniare tutto ciò che i narratori hanno vissuto e patito prima della prigionia. Dunque si parla della fine e della morte del capitalismo, le varie rivoluzioni che a ciò seguirono, la degenerazione di quest’ultime e la condizione di vita dell’uomo che vive in questo mondo post-apocalittico e non sa se è vivo o morto.

Post-esotismo
Fonte: tommasopincio.net

Ed è proprio qui che nasce la letteratura post-esotica, perché alcuni di quei racconti a volte riescono ad uscire dalla prigione, a superare le sbarre e a divenire romanzi veri e propri.

Naturalmente questa prigione non esiste davvero, come non esiste il mondo che ci descrivono i libri post-esotici: è tutta un’invenzione di Volodine. Ma da questa invenzione si dirama un mondo letterario differente, dai tratti quasi distopici, che ha una struttura ben precisa e definita. Infatti come ci fa capire Volodine nel saggio Post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima (acquista), questo genere letterario sarà composto da quarantanove romanzi, scritti da vari eteronimi e ha una forma quasi di mosaico dove ogni tassello è funzionale all’intera struttura.

L’etichetta però pare ancora assai ambigua, insomma perché post-esotismo?

Le ragioni del nome

Si parte dall’idea di superare il genere dell’esotismo, quello dell’epoca del colonialismo, quello di Jospeh Conrad per intenderci. Dunque una letteratura volta all’indagine di un altrove lontano, di mondi diversi da quelli conosciuti. Ma si vuole nello stesso tempo superare anche l’indagine dell’altro, intesa come introspezione dell’uomo, tipica dei generi letterari novecenteschi.

Qui si arriva ad un livello successivo, si vuole arrivare a ciò che non c’è. Ad un altro e ad un altrove che non esistono. Per spiegarlo meglio si può prendere in esame uno dei romanzi più importanti di questo genere: Terminus radioso (acquista).

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Difatti qui si parla della condizione dell’uomo nel momento del post mortem. Condizione di limbo dell’uomo che è quindi già morto, ma la sua anima ancora non è svanita e quindi esiste ancora in qualche modo.

Allora ci si pone su una prospettiva temporale che non ha un tempo definito, perché è incerta. L’altro e l’altrove quindi assumono i connotati di un qualche cosa di esterno a noi, di difficile anche solo da immaginare.

Un edificio letterario in corso d’opera

Si è usata qui una definizione sbagliata comunque per post-esotismo, almeno, per quanto detto dall’autore. Perché il post-esotismo non è un genere, e non è nemmeno una corrente letteraria, ma è un edificio letterario in corso d’opera. Quindi un qualcosa che di per sé arriva ad estraniarsi forse anche dal concetto stesso di letteratura. E questo edificio come già si è detto sarà composto da quarantanove libri. Il numero naturalmente non è casuale ma si basa su un libro molto importante per Volodine, Il libro tibetano dei morti. Infatti qui si dice che quarantanove sono i giorni che separano l’uomo dal momento della sua morte a quello della rinascità, una condizione di limbo post mortem dunque.

Volodine ogni volta che gli viene chiesto qualche cosa sul suo edificio letterario risponde usando la prima persona plurale, il noi. E non lo fa senza una ragione.

Il motivo è che molti libri post-esotici, nonostante di fatto siano scritti da lui, vengono firmati da degli eteronimi. Questi sono i prigionieri, i dissidenti, di cui si parlava prima. Infatti troviamo come firmatari dei suoi libri: Elli Kronauer, Manuela Draeger, Lutz Bassman. E il motivo di questa scelta non risiede nel fatto che l’autore voglia in qualche modo nascondersi al grande pubblico, ma nel fatto che vuole dare al post-esotismo una molteplicità di autori.

Post-esotismo
Fonte: lindiceonline.com

Autori che inoltre non rimangono semplici firmatari astratti dei suoi libri, ma vivono all’interno di essi. Perché i nomi elencati sono anche i nomi dei personaggi della letteratura post-esotica e vengono scelti dall’autore come scrittori dei suoi libri in base alla corrispondenza tra personaggio e romanzo che l’autore trova con la sua percezione. Come disse ad una conferenza all’Università degli studi di Milano, ogni libro non può essere stato scritto da altri se non dall’autore/personaggio da lui scelto, perché il personaggio arriva ad assumere le caratteristiche stesse del libro a lui attribuito.

I romanzi poi, per essere massimamente estraniati da qualsiasi influenza culturale, si spogliano di ogni riferimento alla letteratura della nostra epoca, soprattutto da quella francese e russa di cui l’autore è grande conoscitore. Inoltre, i testi sono frammentari, non trovano mai un nucleo preciso e le situazioni narrative si interrompono spesso, per poi svilupparsi meglio in altri momenti del romanzo. Una struttura dei romanzi che si potrebbe etichettare addirittura ariostesca, se non per i suoi caratteri di indefinitezza e vaga ambiguità dettati da quel tipo di altrove così difficile da definire con precisione.

Un’opera da finire

La struttura non è ancora completa, i quarantanove romanzi non sono ancora stati scritti tutti, ma Volodine pare estremamente deciso a concludere la sua opera e a darle un epilogo.

E il tutto pare essere volto a delineare quel suo mondo strano e lontano che vale la pena di scoprire attraverso la lettura di questi romanzi fuori da ogni epoca e da ogni regola, e che pare non vogliano fare altro che raccontare un altrove che forse non esiste.

Vladislav Karaneuski

Redazione

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