«Il decoro» di David Leavitt: mantenere le apparenze nell’era Trump

Il 3 novembre di quest’anno si tornerà a votare per il Presidente degli Stati Uniti d’America.  Potrebbe vincere l’ex vicepresidente di Obama Joe Biden, oppure potrebbe essere riconfermato Donald Trump, una personalità sicuramente fuori dagli schemi la cui elezione nel 2016 ha scioccato molti di noi. Ed è proprio l’elezione di quest’ultimo quattro anni fa che costituisce la cornice de Il decoro, il nuovo romanzo di David Leavitt, pubblicato a luglio di quest’anno da Sem in anteprima mondiale con traduzione di Fabio Cremonesi e Alessandra Osti (in America uscirà a ottobre con il titolo Shelter in Place per l’editore Bloomsbury).

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David Leavitt
David Leavitt. Fonte: corriere.it

La trama de «Il decoro» di David Leavitt

«Vi andrebbe di chiedere a Siri come assassinare Trump?» domandò Eva Lindquist.

Erano le quattro di un pomeriggio di novembre, il primo sabato dopo le elezioni presidenziali del 2016, Eva era seduta nella veranda della casa di campagna in Connecticut insieme al marito Bruce e ai loro ospiti Min Marable, Jake Lovett e una coppia, Aaron e Rachel Weisenstein, entrambi editori; Grady Keohane, un coreografo celibe che abitava nella stessa strada; e un’ospite di Grady, sua cugina Sandra Bleek, che aveva da poco lasciato il marito e stava da lui mentre si rimetteva in sesto.»

Inizia così il nuovo romanzo di David Leavitt. La storia è quella di Eva Lindquist, animatrice dei salotti della New York bene, quella liberal frequentata da persone facoltose come intenditori d’arte e personalità dell’editoria. Con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America la nostra protagonista decide di comprare un appartamento a Venezia da far arredare al suo amico e decoratore d’interni Jake Lovett per trovare rifugio da un ambiente divenuto oramai ostile per il suo benessere.

Quella della sicurezza e del decoro per Eva diventerà una grande ossessione che svela tutti i limiti di persone come lei e i personaggi del romanzo: persone sì acculturate e benestanti, ma lontane dalla realtà e sempre in fuga dalle proprie responsabilità morali e sociali. Il decoro a cui fa riferimento il romanzo diventa, quindi, l’ossessione di nascondere il vero volto di una società borghese e altolocata in realtà ipocrita e vacua.

david leavitt il decoro
Copertina de “Il decoro”, a cura di © Sem

Analisi del testo: la «comedy of manners» dei liberal americani

David Leavitt non concentra l’attenzione sul personaggio di Donald Trump, come fatto in precedenza da Salman Rushdie ne La caduta dei Golden o da Howard Jacobson in Pussybensì sui liberal americani, molto simili agli Yuppie (giovani professionisti degli anni Ottanta che trovavano realizzazione nella comunità economica capitalista) ritratti da lui stesso nella sua raccolta di debutto Ballo di famiglia del 1984.

I personaggi di questo romanzo sono persone abbienti, facoltose, che vogliono mantenere il benessere a ogni costo, minacciato dall’elezione di Donald Trump che fa affiorare i loro limiti. Sono membri di una classe sociale che, con la sua ipocrisia e distacco dalla realtà, ha molto probabilmente favorito l’ascesa del tycoon newyorkese.

Il testo, narrato con una prospettiva in terza persona, è formato in prevalenza da dialoghi per mettere in luce il modo di pensare dei personaggi. Sebbene abbia scritto un romanzo, tuttavia David Leavitt sembra ispirarsi alla comedy of manners – genere teatrale inglese della Restaurazione di fine Settecento e ripreso poi da Oscar Wilde e George Bernard Shaw tra Otto- e Novecento- che, attraverso la satira, mette in luce i limiti e le ipocrisie di una società sofisticata e manieristica. 

Eva Lindquist e tutti gli altri vengono presentati in questo modo, con una descrizione ironica che rispecchia il genere teatrale inglese:

«[…] ricchi liberal di New York, non di vecchia famiglia ma neppure degli arricchiti, e di certo ben lontani dall’aristocrazia della città come i Whitney, i Vanderbilt e gli Astor, nei cui salotti dominava Pablo. Con qualche notevole eccezione, quella gente non si dava un tono intellettuale – non ne aveva bisogno – mentre Eva amava considerarsi un’animatrice di salotti, e come tale organizzava frequenti cene, tè e fine settimana ai quali invitava un’accozzaglia di uomini gay, donne sole di mezza età, coppie sposate che avevano vagamente a che fare con l’arte – editori, curatori, agenti – e di tanto in tanto qualche anziana signora sulla quale, quando era ubriaca, si poteva contare per racconti audaci su gente famosa ormai defunta.»

Nella comedy of manners, inoltre, sono presenti anche personaggi caricaturali. In questo caso ci sono personaggi come: l’esule americana Ursula Brandolin-Foote, che venderà a Eva la sua casa a Venezia; Min Marable, collaboratrice per varie riviste di design newyorkesi con la passione per Candy Crush; il cuoco gay Matt Pierce, incapace di cucinare ma bravo nei pettegolezzi; oppure Aaron Weisenstein, editore un po’ misogino che non esita a scagliarsi su scrittrici donne come Sheila HetiLydia Davis oppure Emma Cline, della cui accusa di plagio da parte dell’ex fidanzato nei confronti del romanzo Le ragazze, si parla in maniera velata nel romanzo. 

Anche la stessa Eva Lindquist è stereotipata: appare come la tipica persona ricca che da ragazza ha frequentato le migliori università d’America, ma che è anche molto capricciosa poiché il marito deve accontentarla in tutto e per tutto – «Whatever Lola wants, Lola gets», canticchia questi -, e licenzia Matt Pierce non solo per non esser stato in grado di fare gli scones oppure di aver cucinato l’odiosa zuppa all’acetosella, ma anche per «mancanza di tatto», ovvero per aver parlato di sesso.

Stereotipato è anche il modo di pensare dei personaggi. Riflessioni come quelle fatte da Bruce, il marito di Eva, e il vicino Alec Warriner sugli italiani che risolvono i problemi con le mazzette o sul Belpaese definito «il paese di Cosa Nostra», oppure Eva che dice alla sua domestica Amalia che Trump vuole rispedire in Honduras tutti i suoi parenti, che in realtà sono arrivati in America legalmente. Riflessioni che mostrano la superficialità di una classe sociale che conta tutto sulla propria esteriorità.

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L’ambiente del romanzo, sebbene si presenti progressista, in realtà è molto chiuso e conservatore. Il romanzo si apre in Connecticut, più precisamente in campagna. La campagna in letteratura ha sempre rappresentato l’ambientazione per eccellenza di una società conservatrice e aristocratica come in Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro o nei romanzi di Evelyn Waugh. L’ambiente frequentato da Eva è rispecchiato anche dalle sue letture, ovvero quelle dei romanzi di Ivy Compton-Burnett e Edith Wharton, autrici i cui libri hanno per protagonisti membri di una società aristocratica e chiusa in se stessa. 

Da non dimenticare anche Henry James, autore capace di ritrarre il conflitto tra vecchio e nuovo mondo e il confronto tra i protagonisti (perlopiù aristocratici) e la propria realtà di cui non si sentono più parte. I riferimenti allo scrittore newyorkese non sono da ricercare solo nel nome dei tre cani, i terrier Bedlington di Eva e Bruce, che si chiamano CasparIsabel Ralph come i personaggi dei suoi romanzi (qui Ritratto di signora del 1881), ma anche per Venezia, su cui avremo modo di riflettere più in là.

Henry james
Henry James. Foto nel pubblico dominio

La casa come narrazione della paura 

Per Eva Lindquist è importante la cura per la casa, simbolo di prestigio e benessere, che la fa sentire accettata dagli altri e che va sfoggiata a tutti i costi sulle migliori riviste di design. La decorazione d’interni, infatti, è ciò che dà sicurezza e autostima alla protagonista nascondendone i limiti e difetti. Si osservi questo scambio tra Eva e l’amica Min sulla sua paura:

«L’aspetto peggiore è la totale perdita del benché minimo senso di benessere. È come quando, in aereo, a un certo punto sai – lo sai e basta – che l’unica cosa che potrebbe impedire all’aereo di schiantarsi è ripetere a te stesso: “L’aereo non si schianterà, l’aereo non si schianterà”. In continuazione, senza mai confonderti o distrarti. 

«Tu lo fai?»

«Tutti voi, tu stessa, vivete come se foste in una bolla, ed essendo nella bolla, vi sentite al sicuro da tutto il mondo esterno. Per me, invece, la bolla non esiste. Io sono sull’aereo. Sono sempre sull’aereo.»

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Casa in campagna in Connecticut. Fonte: bostondesignguide.com

È la paura, dunque, quella che porta Eva a essere ossessionata dalla sicurezza e dal benessere. La paura di finire per strada senza una casa dove stare o, metaforicamente, di perdere il proprio status quo, ma soprattutto quella di essere scoperta come persona disinteressata ai problemi del suo paese: Eva è colei che non va a votare perché c’è troppa fila al seggio e non guarda nemmeno i telegiornali.

 In poche parole, è interessata solo a sé stessa, alla sua immagine, a far sì che non appaia inutile agli occhi degli altri, al punto che il marito Bruce parla di autoconservazione. Come spiega il narratore in riferimento alla preoccupazione di Eva per l’ascensorista Frank e il suo diventare un simbolo:

«La preoccupazione di Eva per Frank era un po’ diversa. Nel suo caso infatti non la impensieriva tanto che lui potesse percepire il tedio della propria vita, quando l’impatto che avrebbe avuto sulla sua autostima il ritrovarsi privo di scopo. Soltanto in seguito Jake pensò che forse per Eva quella era una proiezione del proprio senso di inutilità e del panico che le provocava, e che quel panico a sua volta potesse aver influenzato la decisione impulsiva di comprare l’appartamento a Venezia.»

Venezia: simbolo di un decoro perduto

E qui ritorna il riferimento a Henry James. Come detto precedentemente, non è un caso che i nomi dei cani di Eva siano uguali a quelli dei protagonisti di Ritratto di signora e non lo è nemmeno la scelta di Venezia come città dove la nostra protagonista si rifugerà.

Venezia per Henry James, come si può dedurre dal racconto Il carteggio Aspern del 1888, si rivela essere una città simbolo di bellezza, raffinatezza e decoro che si rivelano in realtà illusori e di conseguenza decadenti.

Eva Lindquist in questo senso è un personaggio che sembra uscito da un romanzo o un racconto di Henry James: un’americana raffinata, altolocata, spaventata che cerca nel Vecchio Continente una soluzione ai suoi conflitti interiori e alla sua paura del nuovo che avanza rappresentato da Trump.

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Venezia diventa per lei un rifugio sicuro, in particolare l’appartamento in un palazzo a Campo della Maddalena, che comprerà da Ursula. La città lagunare viene così descritta da Jake, che ricorda la scomparsa di un suo amante avvenuta proprio lì:

«Venezia, le sue basi – le fondamenta stesse della città – sono un’illusione. Sono le illusioni a sostenerla e di tutte le illusioni, la più potente potrebbe essere quella di pensare che la città durerà davvero, che non sprofonderà su se stessa e non verrà sommersa da un’inondazione.»

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Campo della Maddalena a Venezia. Fonte: bestveniceguides.it

Il prestigio che Eva vuole cercare di recuperare nel decorare in ogni modo la sua nuova casa a Venezia è solo illusione. Se è vero che in letteratura Venezia è la città crepuscolare per eccellenza, il decoro di Eva è anch’esso illusorio e decadente, poiché Eva giunge lì per tramontare definitivamente, per segnare il fallimento e il tramonto di una classe sociale che è stata incapace di dare una risposta ai problemi e al malessere della maggior parte degli americani che ha preferito votare per Trump. 

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L’acquisto della casa a Venezia appare come l’ennesimo capriccio di Eva, «una crisi isterica molto costosa» che mostra la vacuità, la mancanza di prospettiva e l’ipocrisia dei liberal come lei. Eva – e assieme a lei Venezia – diventa simbolo di un decoro fine a sè stesso, inutile e destinato a sparire. Un decoro che mira all’autoconservazione e che rinuncia a ogni tipo di spinta altruista e morale.

Conclusione

A sette anni dal suo ultimo capolavoro I due Hotel Francfort, David Leavitt torna a stupire e ad affascinare i lettori con un romanzo leggero, ironico, ma che allo stesso tempo smaschera la nostra paura verso il nuovo che avanza, l’ incapacità di assumerci la nostra responsabilità e la nostra mancanza di empatia. 

Il decoro altro non è che un romanzo che denuncia la nostra ipocrisia, il nostro immobilismo e la nostra ossessione a mantenere l’apparenza diventando un inutile simbolo fine a sé stesso.


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Alberto Paolo Palumbo
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