Dedalo, Icaro e il “folle volo”

Una metafora fortissima e senza tempo quella di chi, volendo sfidare i limiti della propria natura, viene punito per la sua tracotanza. È al poeta latino Ovidio che si deve la fama e il maggior sviluppo narrativo del mito dedalico in un ampio racconto della vicenda mitica, sia nel II libro dell’Ars Amatoria che nell’VIII delle Metamorfosi: Dedalo, inventore e architetto ateniese, e suo figlio Icaro, ospiti a Creta del re Minosse, furono da lui imprigionati per aver aiutato Teseo a scappare dal labirinto che lo stesso Dedalo aveva progettato per il Minotauro. I due decisero, a loro volta, di fuggire e, per farlo, Dedalo costruì delle ali con penne, piume e cera:

«Quando all’opera fu data l’ultima mano, l’artefice provò lui stesso a librarsi con due di queste ali e battendole rimase sospeso in aria. Le diede allora anche al figlio, dicendogli: “Vola a mezza altezza, mi raccomando, in modo che abbassandoti troppo l’umidità non appesantisca le penne o troppo in alto non le bruci il sole. Vola tra l’una e l’altro e, ti avverto, non distrarti a guardare Boòte o Èlice e neppure la spada sguainata di Orìone: vienimi dietro, ti farò da guida».

(Metamorfosi VIII, vv. 200-208.)

Venuta meno la paura iniziale del volo, Icaro osò sfidare il cielo e, contravvenendo alle raccomandazioni del padre, si avvicinò troppo al sole, le sue ali si sciolsero e precipitò in mare, trovando la morte senza condanna da parte di Dedalo:

«il ragazzo cominciò a gustare l’azzardo del volo, si staccò dalla sua guida e, affascinato dal cielo, si diresse verso l’alto. La vicinanza cocente del sole ammorbidì la cera odorosa, che saldava le penne, e infine la sciolse: lui agitò le braccia spoglie, ma privo d’ali com’era, non fece più presa sull’aria e, mentre a gran voce invocava il padre, la sua bocca fu inghiottita dalle acque azzurre, che da lui presero il nome. Ormai non più tale, il padre sconvolto: “Icaro!” gridava, “Icaro, dove sei?” gridava, “dove sei finito? Icaro, Icaro!” gridava, quando scorse le penne sui flutti, e allora maledisse l’arte sua».

(Metamorfosi VIII, vv. 223-235.)

Anche se Ovidio evita un’interpretazione moralistica esplicita, il racconto implica di per sé dei risvolti didascalici, nella misura in cui, da una parte Icaro perde la vita per non aver rispettato i consigli del padre, dall’altra Dedalo paga con la perdita del figlio l’aver preteso con la sua invenzione di superare i limiti imposti all’uomo dalla divinità.

Dal racconto emerge l’esigenza del rispetto della misura, che il saggio artefice Dedalo tenta invano di insegnare al figlio, ma traspare anche l’impulso a superare il limite, l’ammirazione per l’abilità umana.

Ciò che spesso viene trascurato, nella lettura di questo mito, è la doppia raccomandazione fatta da Dedalo a Icaro, prima di spiccare il volo: non volare troppo in alto, altrimenti il sole scioglierà le ali di cera è lui cadrà in mare; ma non volare nemmeno troppo in basso, altrimenti le ali si inumidiranno con l’acqua del mare e diventeranno un peso insopportabile che lo schiaccerà e lo farà morire.

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C’è, quindi, ambiguità di fondo, da parte dello stesso Ovidio, nel descrivere la fine del giovane che appare tanto vittima di una temeraria imprudenza quanto audace sperimentatore. Si tratta di un’audacia blasfema e trasgressiva oppure di una legittima aspirazione a superare gli angusti limiti della fisicità imposti all’uomo dalla sua natura? La spinta orgogliosa verso l’alto e il tema della caduta eroica hanno valenza positiva?

Un percorso dove il rischio del fallimento è costante e si concretizza simbolicamente in due opposti tra loro correlati: il cielo e il mare. Lo spazio riservato all’uomo è quello intermedio, sulla terra, e la sua mancata accettazione porta alla dissoluzione di coloro che non possono essere né animali né dei. La caduta di Icaro e il suo perdersi nell’abisso rappresentano il rischio dell’illimitatezza: non soddisfatto di essere sfuggito al Minotauro, il desiderio di raggiungere gli dei è l’errore di chi non accetta la sua natura ma vuole spingersi oltre il giusto limite. Questo tipo di desiderio conduce alla rovina, allontana dalla traiettoria del mezzo, isola, porta a una singolarità priva di legami, perché non è questa la strada riservata all’uomo: l’abisso che accoglie Icaro è l’abisso di colui che dopo aver abbandonato il reale per l’astratto, la comunità per la singolarità, scompare per sempre nelle profondità.

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Il mito racchiude in sé verità senza tempo e contiene un’eccedenza veritativa in grado di parlarci al di là dei secoli, rivolgendosi direttamente alla natura umana. “Fare il volo di Icaro”, come espressione idiomatica, significa sopravvalutare imprudentemente le proprie capacità, non riconoscere i propri limiti e, quindi, compiere una o più azioni al di sopra delle proprie forze, andando incontro a conseguenze dannose o, nel peggiore dei casi, a eventi rovinosi e irreparabili.

Tutti riteniamo l’arroganza un atteggiamento poco intelligente, ma non dare a noi stessi il giusto valore può esserlo ancora meno, soprattutto in una società come la nostra, che quotidianamente prova a sminuire (quasi) tutti in molti modi. Sappiamo bene che quando ci poniamo un obbiettivo importante e che ci mette alla prova, la possibilità del fallimento è dietro l’angolo. Ed è proprio qui che abbiamo due possibilità: abituarci a volare basso, e non provare nemmeno a spiccare il volo, per la paura di cadere; o imparare che il fallimento non è altro che l’occasione per imparare, e che per imparare è necessario cadere, perché l’errore è parte del processo che conduce al successo. Se scegliamo la seconda possibilità, forse la potremmo chiamare coraggio di osare. E forse anche Icaro l’avrebbe chiamata così.

Federica Funaro
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