Della circolarità, etimologica e non, tra senso e dolore

Quello nelle parole è un cammino, un pellegrinaggio fatto di silenzi, fatica, ma soprattutto di immersione e di ascolto. Leggere quelle di un libro può costituire un viaggio «senza oppressione di pedaggio», per dirla con Emily Dickinson. Ma che ne è invece di quel faticoso quanto necessario esercizio che è leggere in noi stessi? Nella nostra grammatica interiore, nella nostra punteggiatura e nel nostro modo di impiegarla? Nei punti interrogativi che ci tolgono il sonno, o in quelli fermi che apponiamo alla fine di un discorso, di una storia, di un rapporto, per poi scoprire che non sempre dopo ogni punto consegue un “a capo”? Che non sempre voltarsi e dare le spalle agli strascichi di ciò che siamo stati si dimostra sufficiente per iniziare un nuovo capitolo?

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Quando ci ritroviamo incapaci di dar vita ad un nuovo cominciamento che sia filiazione di quel tanto agognato “a capo” ci riscopriamo fragili, inetti e traduciamo quella momentanea inadeguatezza in una più ampia, colpevole e totalizzante incapacità di stare al mondo. La nostra vita si trasforma così in una lapidaria e martellante linea di battitura su un foglio bianco, mentre i giorni — alla stregua della considerazione che abbiamo di noi stessi — divengono solo la triste sommatoria di tutto ciò che non siamo riusciti a scrivere. Scompaiono i tentativi, la fatica di partorire delle risposte, gli applausi che avremmo dovuto concederci per il solo sforzo di averle cercate. Dietro le cortine del sipario che cala sul nostro fallimento — o presunto tale —, sulle nostre afonie, sull’incomprensione che nutriamo nei confronti nostri ed altrui, rimane soltanto la vischiosa quanto paralizzante impossibilità di rispondere a ciò che stiamo vivendo. A rimanere sono solo e soltanto le domande.

Tu sei così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io ti vorrei pregare quanto posso di aver pazienza verso quanto è ancora irrisolto nel tuo cuore, e tentare di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti date perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto. Vivi ora le domande. Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta.

R. M. Rilke, Lettere ad un giovane poeta
Dolore

Essere pazienti.  Dal greco páskō, ovvero soffrire, provare. Essere pazienti, essere patenti. Attraversare ciò che si sente e farlo fino in fondo. Immergersi per lasciare emergere qualcos’altro. Ce lo insegna Eschilo con il suo pàthei màthos che la sofferenza è gravida di saggezza, e perciò alla base della conoscenza.

Riconosco solo Zeus come colui che può sgravarmi dal peso della mia sterile angoscia… Egli ha aperto agli uomini le vie della prudenza, dando loro come legge “soffrire per comprendere”. Quando in pieno sonno, sotto lo sguardo del cuore, stillano i dolorosi rimorsi, la saggezza penetra in essi, loro malgrado

Agamennone, vv. 160 e segg.

Nel mondo greco quello del patire è un volto paideutico e a suo modo anfibio, poiché dialetticamente altalenante tra doron e dolos. Doron — dono — perché il dolore rende savi coloro che ne sono afflitti; dolos — inganno, frode — perché «quando in pieno sonno, sotto lo sguardo del cuore, stillano i dolorosi rimorsi» il prezzo da pagare per quella saggezza non sembra mai porsi equamente rispetto a ciò che stiamo attraversando. È un prezzo elevato e senza sconti, semplicemente perché, per quanto banale possa sembrare, non è possibile soffrire troppo o troppo poco. In un mondo dove tendenzialmente acquista nobiltà e notorietà solo ciò che è in grado di rivendicare una pregnanza dall’alto di una consistenza numerica, di un pulpito, o dalle luci di una ribalta che — fedele al suo nome — finisce per ribaltare ogni gerarchia di significato, votandola ai criteri di frequente corrotti, plastici e insinceri della nostra società, si prospetta come necessario «rimettere il senso a camminare sui suoi piedi». E magari anche allontanare la pretesa, sempre più in voga, di ergerci a giudici della misura — nonché della legittimità — di tutti quei tormenti che non sono i nostri. Su questo fronte sembra che questi giorni così difficili per il nostro Paese e per il mondo intero stiano volendoci impartire una lezione importante.   

Dolente, dolore sono parole, quindi, che rispondono all’umana necessità di dire non quanto fa male, ma che fa male e basta. Non sussiste alcuna cifra da cui poter ricavare un valore percentuale, perché è in sé che la sofferenza ha consistenza. Una considerazione che ci riporta al celebre paradosso del sorite di Eubulide di Mileto: di un mucchio di sabbia, per quanti granelli possano venire rimossi, si dirà sempre che è un mucchio sino a quando non rimarrà che un granello solo. Sinteticamente, non si può mai stabilire con certezza in quale momento un mucchio non è più tale. E così va con il dolore, che guarda al “che” del suo esistere per essere riconosciuto, e solo in un secondo momento al “quanto”.

L’etimo “dolore” deriva con ogni probabilità dalle radici indoeuropee *del/*dal che rimandano al “legno scolpito con un’ascia” o all’ “atto di incidere con uno strumento da taglio“. Come illustra Marcolongo ne La fonte delle parole, il sostantivo italiano “dolore” sorge dal latino “dolere”, letteralmente “provare dolore”. È curioso però che “dol-abra” — termine anch’esso latino e che serba –dol nella propria radice — voglia significare “accetta”, “piccola ascia”, da cui deriverà il verbo “dolare“, ovvero “spaccare”. Dolere e dolare: solo una vocale separa il “sentire dolore” dal “tagliare“. Da quei verbi come squarciare, lacerare, incidere, infimi complici della grammatica del patire.

Tornando alla citazione iniziale da Rilke, «sii paziente» non implica solo l’avere pazienza, ma anche essere patenti, ovvero dar voce e ascolto alle proprie afflizioni, concedendo loro la possibilità di esistere. «Se c’è una cosa che mi fa spaventare del mondo occidentale, è questo imperativo di rimuovere il dolore» canta Brunori Sas in Secondo me, suggerendoci che il nesso tra dolor e dolare (tagliare) si onora solamente se riusciamo a scorgere nei tagli che ci vengono inferti un invito a guardare più in profondità dentro noi stessi, e non a dissezionare ciò che ci arreca sofferenza nella vana speranza di un sollievo.

Ce lo suggerisce anche Ulisse nel canto XX dell’Odissea: «tollera, cuore mio, che già grande affanno patisti». Ce lo insegna Leopardi, che ci invita a prestare orecchio all’inquietudine che abita il nostro cuore, a leggere il dolore come quella siepe che schiude dinanzi a noi le porte dell’infinito prima di regalarci un naufragio dolce e lento entro un mare di sconfinata bellezza. Ce lo dice Pessoa, che quell’inquietudine la celebra traslandola nel titolo di una delle sue opere più profonde: «mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto» recita ne Il libro dell’inquietudine. Perdersi, dubitare, «vivere le domande», per dirla con Rilke. Cercare, scavare in sé stessi, fronteggiare «quanto è irrisolto nel [nostro] cuore» per lasciarsi andare ad una lunga e silenziosa apnea dentro sé stessi. È solo così che daremo al nostro dolore il potere di significare.

Significato” deriva dal latino signum” + “facere”, ovvero “intagliare un albero per farne una direzione“. Ed è questo che fanno le avversità, nel bene e nel male: ci esortano ad intraprendere una nuova rotta, altre volte ci obbligano a ri-orientare la nostra vita e a ri-orientarci seguendo coordinate del tutto inedite. È in ogni caso curioso come l’etimo “signum” tragga origine proprio da “secare”, ossia “tagliare”. Quello tra dolore e significato è dunque un nesso che trova una sua giustificazione nel più ristretto orizzonte di una circolarità etimologica. Nel ripercorrere — e mai senza spasimo — i margini delle nostre ferite, interfacciamo, costruiamo il significare di ciò che siamo e di ciò che ci accade, ed è così che ogni immersione nelle nostre spaccature partecipa della possibilità di trasformarsi in una nuova emersione di senso. È (anche) nel dolore che la nostra vita si impregna di significato, poiché è nel dolore che impariamo significati nuovi e impariamo a significare.

È dunque necessario gettare uno sguardo nuovo sulle nostre ferite, uno sguardo che non rintracci in esse solo l’insolvenza di una rimarginazione: vivere le domande è vivere le nostre fenditure, i nostri squarci, anche — e soprattutto — nella nostra temporanea incapacità di suturarli. Dobbiamo interrogare il nostro dolore e lasciarci interrogare da esso; lasciarci permeare dall’effluvio di senso che inevitabilmente ne deriverà.

Dobbiamo «vivere le domande». Solo così forse «[ci avvicineremo] a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta».  

Sara Campisi

Sara Campisi
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