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Discriminatori vs buonisti: appunti su un discorso polarizzato e paralizzato

Si parla tantissimo di discriminazione e di uguaglianza, se ne parla ovunque e senza sosta. Nonostante si trovi costantemente al centro dell’attenzione pubblica, però, il dibattito a riguardo non sembra evolversi mai, anzi sembra rimanere immobile, stagnante. I termini del discorso, in particolare, si fanno sempre più inflazionati e ingombri di risvolti politici, ideologici e moralistici, finendo per diventare inadatti a un ragionamento serio ed oggettivo. Il risultato di questa degenerazione del discorso è la puntuale radicalizzazione delle posizioni contrapposte, tra urla e accuse di razzismo, buonismo, maschilismo e chi più ne ha più ne metta. Possibile che non esista un modo per parlare di uguaglianza e diversità in maniera oggettiva e non strumentale?

A prescindere dai mutamenti dell’opinione pubblica, sul piano legale gli Stati occidentali – Italia compresa – affrontano il problema identità/discriminazione in modo abbastanza simile. Rifacendosi direttamente o indirettamente a ideali illuministi e liberali – e talvolta di matrice cristiana – le Costituzioni del mondo democratico occidentale postulano l’uguaglianza totale e indiscriminata tra gli individui. Leggiamo, ad esempio, la Dichiarazione d’Indipendenza americana: «tutti gli uomini sono stati creati uguali, […] sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili». Ecco, invece, l’art. 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».

A guardar bene, però, tra la Dichiarazione americana (1776) e la nostra Costituzione (1947) ci sono significative differenze: nel primo caso ad essere uguali sono gli uomini, in virtù della loro comune origine divina – l’uguaglianza è quindi dogmatica, religiosa – mentre, nel secondo, parliamo di cittadini davanti alla legge, ammettendo l’uguaglianza come categoria fondamentale dello Stato per il corretto e democratico esercizio del suo potere. Cosa è cambiato tra una formula è l’altra? Nel corso di quasi due secoli i valori egalitari, rispetto alla concezione tradizionale che se ne aveva, hanno perso buona parte della loro sacralità: se prima lo Stato li contemplava in virtù dell’autorità divina, ora il cittadino deve contemplarli in virtù dell’autorità statale. Il discorso cambia completamente, perché se Dio crea gli uomini intrinsecamente uguali secondo l’ordine naturale delle cose, lo Stato li considera uguali, perché così conviene all’ordine democratico e al mantenimento della libertà. Lo Stato non nega cocciutamente le differenze, bensì le riconosce e le rispetta tutelando ogni individuo, pur nella sua diversità, allo stesso modo.

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Il problema è che, malgrado questo cambiamento di prospettiva, nel dibattito pubblico il discorso sull’uguaglianza si articola ancora secondo categorie superate e dogmatiche, quindi poco convincenti. Mentre la realtà contemporanea rivolge continue sfide e provocazioni al nostro senso della parità, noi ci ostiniamo a difenderlo sacralizzando, sottraendolo alle critiche e al dibattito.

Che fare, dunque? Per prima cosa, non dobbiamo aver paura di dissacrare il valore dell’uguaglianza, di toglierlo dal piedistallo su cui l’abbiamo lasciato a impolverarsi e sottoporlo alla prova dei fatti, che sarà puntualmente superata. È il momento di ammettere che esistono differenze tra gli individui e che ciò non implica assolutamente la legittimità di giudizi di valore e gerarchie. Questa verità va affrontata e accettata con assoluta oggettività e senza strumentalizzazioni, lasciando che siano i dati oggettivi a descriverci la realtà dei fatti, non le ideologie, i pregiudizi o i dogmi di qualsiasi orientamento. Rispondere all’oggettiva complessità con semplificazioni irrazionali o dogmatiche – sia in una direzione che nell’altra – non può che portarci all’errore, allontanandoci da quei semplici valori che ci rendono umani anche al di là delle differenze.

Possiamo affermare a cuor leggero, quindi, che non ha senso definirci tutti uguali, e che in questo non c’è nulla di intrinsecamente negativo. Abbiamo anche chiarito che, demolito il nostro vecchio concetto di uguaglianza fatto di dogmi e ideali, ne può sorgere uno nuovo, più convincente ed efficace, fatto di una complessità oggettiva sulla quale riflettere e operare. Ma se non possiamo dire di essere tutti uguali, allora siamo tutti diversi? Dobbiamo rinunciare a poter chiamare qualcuno uguale a noi, dobbiamo rinunciare all’identità?  Oppure alcuni sono uguali a noi, mentre altri sono diversi? Ecco un altro discorso che non possiamo evitare.

In ogni parte del mondo, infatti, tantissime persone si pongono problemi di questo tipo, più o meno consapevolmente. Le grandi sfide del mondo contemporaneo ci spaventano, il nuovo e il diverso ci disorientano. Vogliamo riscoprirci uguali, ritrovare identità. Che ci piaccia o no, questo desiderio è del tutto naturale e condivisibile. Il problema è che in un mondo troppo pieno di differenze, di tensioni e di gap da colmare, alla lenta scoperta di un’uguaglianza più complessa e profonda si preferisce un’altra strada. La strada alternativa, di per sé molto più semplice, è l’adesione ad una narrativa che semplifica ed appiattisce il concetto di identità, raccogliendolo attorno ad un dato e facendone un fatto semplice, binario. Da che mondo è mondo, A è uguale ad A ed è diverso da B. Questo schema si può applicare a qualsiasi coppia di variabili – destra/sinistra, italiano/straniero, nord/sud –  e la prassi è sempre la stessa: appiattirsi su un concetto di identità semplice e parziale pur di avere chiaro un confine, con gli amici disposti da una parte e i nemici dall’altra.

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La realtà dei fatti, però, è che un’identità umana non si può riassumere in termini così semplici. Non si tratta di un’affermazione moralistica e arbitraria, ma di un semplice dato di fatto: un insieme di esseri umani non potrà mai essere definito e rappresentato in modo efficace attraverso un’unica categoria. Un essere umano può essere molte cose insieme: può essere al tempo stesso italiano, terrone, ricco, di destra e gay. Può essere albanese, cattolico, comunista e vegetariano. Come possiamo sperare di riunire tutti gli uguali affidandoci ad un solo criterio scelto arbitrariamente? Come possiamo pensare di star parlando realmente di identità in questi poveri termini?

Inquadrare il problema delle uguaglianze e delle differenze nella realtà di oggi non è semplice. Questo va ammesso, prima di poter affermare ogni altra cosa. Non si può affermare che le differenze siano minacce, incompatibilità e difetti. Non si può neppure affermare che le differenze non esistano, o che siano sempre trascurabili. È proprio negando la complessità di questi problemi che si finisce per rendere i temi e i toni del discorso sempre più estremi, radicali e distanti. La distanza tra le parti, infatti, è diventata tale da impedire ogni comunicazione. Ognuno degli interlocutori vede l’altro come un puntino in lontananza, grande appena quanto basta per una parola sola, un’etichetta: «Buonista!», oppure «Xenofobo!», nel migliore dei casi. E nel frattempo, tutt’attorno, la realtà del mondo continua a trasformarsi, nella sua fittissima e urgentissima complessità.

Domenico Cisternino




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