Dolly Parton è stata una cantante country, un’attrice, una produttrice, un’imprenditrice e una delle filantrope più generose d’America. Ma è stata anche qualcosa di più difficile da definire: un personaggio, costruito negli anni attorno a parrucche bionde, tacchi, strass, unghie lunghissime e una buona dose di autoironia.
È morta a Nashville, a ottant’anni, dopo una breve battaglia contro il cancro, di cui aveva parlato pochissimo, perché anche nel morire, pare, voleva restare una donna che ai fan regalava lo spettacolo, mai la propria fragilità. Se n’è andata, c’è da scommetterci, con le unghie laccate e una delle sue innumerevoli parrucche bionde pronta nell’armadio. Il che, a pensarci, la racconta meglio di qualsiasi necrologio.
Perché Dolly Parton ha passato sessant’anni a costruire l’immagine di una donna che una certa sensibilità progressista avrebbe dovuto, in teoria, guardare con sospetto. Seno rifatto e ostentato, trucco vistissimo, tacchi vertiginosi, un décolleté di cui rideva lei stessa più di chiunque altro. «It costs a lot of money to look this cheap», diceva. Diceva anche che, se fosse nata uomo, sarebbe diventata una drag queen: «It’s a good thing I was born a girl, otherwise I’d be a drag queen».
Eppure sotto la lacca e gli strass c’era una delle biografie filantropiche più coerenti d’America. La sua Imagination Library, nata per onorare un padre che non aveva mai imparato a leggere, ha distribuito gratuitamente più di trecentotrenta milioni di libri a bambini in diversi Paesi. Nel 2020 ha versato un milione di dollari al Vanderbilt University Medical Center, contribuendo alla ricerca sul Covid e al lavoro che avrebbe portato allo sviluppo del vaccino Moderna. A Dollywood, il suo parco divertimenti, i dipendenti possono accedere gratuitamente a percorsi di studio universitari fin dal primo giorno di lavoro. E quando nel 2021 il Tennessee ha proposto di dedicarle una statua al Campidoglio, ha chiesto lei stessa di ritirare la proposta: non le sembrava il momento di essere messa su un piedistallo.
Non ha mai dovuto, voluto scegliere.
Non ha dovuto smettere di essere frivola per essere generosa, né diventare sobria per essere presa sul serio, né rinunciare all’ironia sul proprio corpo. È rimasta esattamente quello che sembrava: appariscente, kitsch, dichiaratamente artificiale, mentre costruiva con milioni di persone un rapporto di fiducia che quell’artificio, paradossalmente, rendeva più solido.
C’è un imbarazzo che vale la pena raccontare, ora che se n’è andata. Una parte della sensibilità progressista contemporanea, quella che si raggruppa comodamente sotto l’etichetta ormai un po’ logora di woke, ha smesso da tempo di accontentarsi delle battaglie giuste e ha iniziato a pretendere anche l’estetica giusta: il tono compunto, il lessico aggiornato all’ultima circolare, la faccia seria quando si parla di certi temi. Dolly Parton non sarebbe stata esattamente il prototipo dell’«alleata credibile» secondo questi canoni. E infatti non gliel’hanno mai chiesto. Ha continuato a essere sé stessa, esagerata e ridanciana, mentre faceva cose molto concrete per aiutare altre persone.
Sia chiaro, questa non è una difesa dell’antipolitically correct per principio. Le battaglie contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia, l’emarginazione di chi non rientra nelle caselle previste restano necessarie oggi quanto lo erano cinquant’anni fa. Forse di più, visto quanto in fretta certi diritti si stiano rivelando reversibili. Il problema comincia quando quelle battaglie, giustissime nella sostanza, si irrigidiscono in un catechismo linguistico: la caccia permanente alla parola sbagliata, il revisionismo che processa il passato con gli strumenti morali del presente, l’ossessione di incasellare ogni persona dentro un’identità sempre più stretta. Un conto è pretendere rispetto. Un altro è pretendere una liturgia.
Ed è qui che la vita di Dolly Parton, involontariamente, smentisce un pezzo di quel catechismo. Dimostra che si può stare radicalmente dalla parte giusta senza avere l’aspetto, il vocabolario o le maniere di chi si presume debba stare dalla parte giusta. La sua femminilità esasperata, che una lettura più severa avrebbe potuto considerare complice degli stessi stereotipi che tante donne hanno subito, è diventata, attraverso l’ironia con cui lei per prima la maneggiava, uno strumento di libertà.
C’è poi un secondo equivoco che la sua storia aiuta a sciogliere, e che oggi riguarda entrambi i fronti della guerra culturale, quello secondo cui esisterebbe una gerarchia fra diritti civili e diritti sociali. Come se occuparsi delle minoranze significasse distogliere lo sguardo da salari, casa, sanità, pensioni. Come se sostenere le persone LGBTQ+ fosse un lusso da concedersi solo dopo aver sistemato i problemi dei lavoratori. È una caricatura comoda per chi non vuole occuparsi né degli uni né degli altri, e qui la responsabilità è simmetrica. Se le degenerazioni del linguaggio e delle identità sono un problema reale, la crociata che si è scatenata contro il woke in blocco lo è altrettanto, forse di più. Usa gli eccessi di alcuni per liquidare le battaglie di tutti, e trasforma ogni richiesta di rispetto per chi ha subito una discriminazione in una colpa da «politicamente corretto» buona da deridere. È la stessa scorciatoia del catechismo linguistico di cui si parlava, solo dall’altra parte. Una persona può essere insieme vittima di discriminazione e vittima di sfruttamento. Pretendere che debba scegliere quale delle due battaglie combattere, da qualunque lato lo si faccia, non è lucidità, è comodità.
Parton veniva da una famiglia di dodici figli, cresciuta nella povertà del Tennessee rurale, in una casa senza acqua corrente, e da lì ha tenuto insieme, senza mai percepirle come incompatibili, l’accoglienza per la comunità gay dell’Appalachia più conservatrice e l’attenzione concreta per chi in quella stessa Appalachia arrivava a fine mese con fatica.
Forse la sua vera eredità non sta nei numeri, pure enormi, delle donazioni. Sta nell’aver dimostrato, senza mai teorizzarlo, che la coerenza di una vita non si misura da quanto uno si conforma esteticamente ai codici del proprio tempo, ma da quanto a lungo continua, anche con le unghie finte, a fare la cosa giusta.
Resta da chiedersi se la prossima rivoluzione debba avere per forza l’aria austera che ci siamo abituati ad aspettarci, o se non finisca per assomigliare più a una parrucca bionda che ride di se stessa mentre paga l’università a chi lavora in Tennessee.