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Simone Weil

La vita, l’impegno e il pensiero di Simone Weil

Purezza e attenzione, sempre da tradurre nella prassi, nell’impegno attivo e sollecito, sono le due parole che hanno guidato la vita e il pensiero di Simone Weil. Una straordinaria filosofa che, come un astro, ha attraversato il Novecento.

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12 minuti di lettura

Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello […] mi obbligavano a rendermene conto. Non invidiavo i suoi successi esteriori, ma il non poter sperare di entrare in quel regno trascendente dove entrano solamente gli uomini di autentico valore, e dove abita la verità. Preferivo morire piuttosto che vivere senza di essa. Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d’improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d’attenzione per raggiungerla.

Così scrive Simone Weil nel suo Attesa di Dio, la raccolta di scritti – composti fra l’autunno del 1941 e la primavera del 1942 – curata da Joseph-Marie Perrin, l’affabile padre domenicano che fu amico, confidente e destinatario delle lettere che compongono il testo. Così, anche, dicono gli occhi di Simone sedicenne nella fotografia che la ritrae da giovane, mentre con lo sguardo «puro e duro come il diamante», per usare le parole della sua traduttrice italiana, Cristina Campo, cerca nello spazio che ha di fronte i segni della verità. Purezza e attenzione, sempre da tradurre nella prassi, nell’impegno attivo e sollecito sono le due parole che hanno guidato la vita e il pensiero di questa straordinaria pensatrice che, come un astro, ha attraversato il Novecento filosofico.

Simone Weil nasce il 3 febbraio 1909 a Parigi in un appartamento in Rue de Strasbourg, a sud di Gare de l’Est nei pressi di Saint-Denis. La sua famiglia ha origini ebraiche: Bernard, il padre, è medico di guerra, mentre Selma Reinherz, nata in Russia ma cresciuta in Belgio, è un’importante donna d’affari. Di tre anni più piccolo di Simone è invece il fratello André, nato nel 1906, che diverrà uno dei grandi matematici del Novecento. Per la precoce intelligenza di André la piccola Simone nutre insieme ammirazione ed invidia, eppure non si tratta dell’invidia capricciosa di chi vuole qualcosa che non ha, ma del sentimento di un limite nello sguardo, nell’impossibilità di accedere a quell’orizzonte di conoscenza che si chiude a chi si ferma al visibile. 

La madre Selma vuole per i fratelli un’educazione di ampio respiro, libera, totalmente agnostica. Simone e André cambiano diverse scuole, tra le quali il Liceo delle giovani donne di Laval, dove Simone studierà per qualche anno durante l’adolescenza; i maestri privati assunti dai genitori sono impressionati dall’intelligenza dei due, in particolare del giovane figlio maschio: «non importa ciò che gli dico di questo o quello: sembra che lui lo conosca già».

Sono questi gli anni dei primi, gravi disturbi di salute di Simone, che per tutta la vita continuerà a lottare contro la malattia, contro la debolezza della carne: pertosse, sinusite cronica, emicranie pesanti che l’accompagneranno sino alla morte. Ed è qui, in una sorta di rovesciamento empatico, che si manifesta quell’ossessione per la malattia altrui, e dunque per il dolore altrui, che sarà al centro della riflessione e della vita di Simone Weil.

Ascolta la puntata del nostro podcast «Il fascino degli intellettuali» dedicata a Simone Weil:

Simone de Beauvoir, di un anno più grande di Weil, ricorda a tal proposito un episodio emblematico. Le due, de Beauvoir e Weil, s’incrociano negli anni dei corsi post-liceali preparatori all’accesso all’École Normale Superiore di Parigi, il più prestigioso istituto universitario della città. De Beauvoir scrive nel suo Memorie di una ragazza per bene di una grande carestia che in quegli anni stava devastando la Cina. Ricevuta la notizia, riferisce de Beauvoir, la Weil si commosse, piangendo: «quelle lacrime, – scrive de Beauvoir – hanno forzato il mio rispetto ancor più della sua intelligenza filosofica». 

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Nel 1929, Simone Weil entra alla Normale di Parigi, laureandosi nel 1930. L’anno successivo comincia a lavorare come professoressa in vari licei parigini. Il giro d’anni seguente è intenso, riflette quell’impegno incarnato che in Weil si traduce nelle parole già menzionate: purezza e attenzione. Da un lato, ci sono i diritti dei lavoratori francesi. Nei primissimi anni Trenta partecipa attivamente ai movimenti sindacalisti che infiammano Parigi, milita nel CGTU, la Confederazione generale del lavoro unito, scrive pamphlet sotto lo pseudonimo di S. Galois a favore dell’unificazione sindacale. Dall’altro lato, ci sono gli sconvolgimenti storico-politici. Simone, critica di Stalin, segue con attenzione l’evoluzione dell’esperienza comunista in Unione Sovietica, ha un contatto diretto con Trotski, monitora l’incipiente avanzata nazista in Germania, dove passerà sei mesi nell’estate del 1932.

Nel 1934 prende congedo dall’insegnamento – professione ancora troppo astratta, troppo lontana dal dolore, dalla miseria delle macchine, dai corpi sofferenti dei lavoratori – per diventare operaia, una forma d’impegno che agli occhi di Simone non rappresenta tanto un lavoro, quanto la condizione attraverso la quale farsi carico, esperire, vedere la malheur, il male, quello singolare e concreto della donna e dell’uomo. Scrive in questi anni pagine intense, raccolte poi ne L’ombra e la grazia, dedicate alla mistica del lavoro. 

Il tempo che penetra nel corpo. Mediante il lavoro l’uomo si fa materia come il Cristo nell’Eucaristia. Il lavoro è come una morte. Bisogna passare attraverso la morte. Bisogna essere uccisi, subire la pesantezza del mondo. Se l’universo pesa sulle reni di un essere umano, c’è da stupirsi che soffra?

Nel mentre, passa dalle fabbriche metallurgiche della Alstom alla Carnaud e alla Renault, lavorando come manovale e rischiando ogni giorno le mani e le braccia sotto le presse dalle macchine che tagliano l’acciaio. Martoriata dai dolori fisici, nel 1935 Weil riprende l’insegnamento a Burges, ma l’anno successivo, lei, Simone, pacifista, si arruola nelle milizie spagnole che combattono nella Guerra Civile. Scrive all’amico Georges Bernanos: «io non amo la guerra; ma ciò che mi ha sempre, veramente, fatto orrore della guerra, è chi non la conosce e pure ne parla». L’8 agosto 1936 prende il treno per Barcellona e arriva a Portbou: non vuole portare le armi, ma stare vicina al popolo, sentire il popolo, il dolore dei combattenti, soprattutto per coloro che militano in nome dell’anarchia. Già nel novembre dello stesso anno, tuttavia, dovrà tornare in Francia per un incidente al piede, che le impedirà di camminare.

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Sono gli anni, questi che seguono al ritorno in Francia di Simone, dell’avvicinamento della Weil all’esperienza della fede cristiana, che già aveva trovato un primo momento apicale nel 1935, quando in Portogallo, a Pòvoa de Varzim, come racconta lei stessa nei diari, al suono di un’orazione cantata da alcuni pescatori, le si manifesta l’essenza della religione cristiana: quella di essere la fede degli schiavi, dei sofferenti, degli ultimi. Legge i classici della spiritualità buddista, ritorna incessantemente al mondo greco, si avvicina a uomini di chiesa, tra i quali il già menzionato padre Perrin. In Cristo, Simone vede incarnarsi quello sguardo di purezza e attenzione che cercherà sempre. Eppure, non si battezzerà mai.

In Europa scoppia la guerra: la famiglia fugge a Marsiglia, dove Simone prende parte alla Resistenza. Intanto Parigi – è il 13 giugno 1940 – è dichiarata «città aperta» e viene resa ai Tedeschi. 

Sono gli ultimi anni della vita di Simone Weil. Nel 1942, raggiunge il porto sicuro di New York, dove la famiglia si era rifugiata dal fuoco della guerra, ma al termine dello stesso anno decide di tornare al fronte, coerentemente con quell’idea incarnata di impegno e di soccorso verso i più deboli che ha animato tutta la sua esistenza. Arriva in Gran Bretagna al termine del 1942, a Londra, per unirsi a France Libre, dove lavora come giornalista di guerra. Tenta ripetutamente di fare accettare a De Gaulle una proposta per l’invio d’un gruppo di infermiere, lei compresa, sulla prima linea del fronte, ma il generale francese valuta questa iniziativa una follia. È la sua fine. Vedendosi impossibilitata a partecipare alla guerra, il dolore per la propria inutilità la spegne lentamente. Il 15 aprile 1943 viene trovata svenuta nella sua camera ed è condotta in ospedale. Affetta da tubercolosi, aggravata dalle privazioni che aveva deciso di imporsi, muore il 24 agosto nel sanatorio di Ashford, fuori Londra, spegnendosi nel sonno. Ma di lei, oggi, nulla è veramente morto. 

Nei due o tre prossimi anni sarà fatto obbligo – un obbligo talmente stretto che il sottrarvisi sarà quasi un tradimento – di far conoscere pubblicamente la possibilità di un cristianesimo veramente incarnato. Nel corso di tutta la storia attualmente conosciuta, mai vi fu un’epoca come l’attuale, in cui le anime fossero in un tale pericolo nel mondo intero.

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Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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