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Rodolfo Valentino, il primo influencer della storia? Cento anni dalla morte dell’uomo che inventò il mito della celebrità

Molto prima dei social, il divo italiano trasformò la propria immagine in un racconto collettivo e finì prigioniero del personaggio che aveva creato.
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Il 23 agosto 1926 migliaia di persone ruppero le vetrine di un obitorio di Manhattan per vedere il corpo di un attore. Non un politico, non un santo, ma un attore.

Oggi lo chiameremmo il primo influencer della storia. Ma Valentino non anticipava Instagram. Anticipava qualcosa di più scomodo: l’idea che un essere umano potesse smettere di essere una persona e diventare un racconto.

Nel 1913 Rodolfo Guglielmi, ventenne di Castellaneta, sbarca a New York con la stessa valigia di cartone di milioni di altri emigranti italiani. Non c’è nulla, in quell’arrivo, che lasci presagire Hollywood. C’è solo un ragazzo approdato in un Paese che stava inventando sé stesso alla velocità della pubblicità e del cinema.

Era l’America che pochi anni dopo Fitzgerald avrebbe raccontato ne Il grande Gatsby: una società convinta che l’identità fosse, più che un dato di nascita, un progetto. Jay Gatsby lo faceva con le feste e la ricchezza inventata dal nulla. Valentino lo fece trasformando il proprio corpo in un’immagine pubblica.

Il primo passo fu il nome. Da Guglielmi a Valentino. Un suono più internazionale, più vendibile, pensato per un pubblico che voleva un’eco esotica. Prima ancora di diventare famoso, Valentino aveva già cominciato a costruirsi.

Il resto lo fa il cinema. The Sheik, 1921. Un Paese che esce dalla Prima guerra mondiale con il bisogno di evadere trova nel volto di Valentino esattamente ciò che cerca: mistero, sensualità, un altrove romantico che non chiede permesso alle convenzioni. Nasce il «Latin lover», e con lui una delle prime grandi categorie dell’industria dello spettacolo.

Hollywood stava imparando a vendere non soltanto film, ma volti. I grandi studios avevano intuito che il pubblico sarebbe tornato al cinema non solo per una storia, ma per rivedere la stessa persona. Valentino fu uno dei primi attori a incarnare questa trasformazione: non era più soltanto il protagonista di un film, stava diventando lui stesso il motivo per cui quel film veniva scelto.

Quel mito non raccontava un uomo, ma l’idea che l’America si era fatta dell’uomo italiano. Un’invenzione che finì per stare a Valentino più stretta di quanto lui stesso avrebbe voluto ammettere.

Ed è qui che la sua storia smette di essere semplicemente la storia di un divo e diventa la prima grande dimostrazione che si può essere insieme autori e prigionieri della propria immagine. Lui stesso lo sapeva: «Le donne non sono innamorate di me, ma dell’immagine di me sullo schermo. Io sono solo la tela su cui le donne dipingono i loro sogni».

Alcuni decenni dopo, Andy Warhol avrebbe intuito che nella società contemporanea la celebrità può diventare essa stessa una forma d’arte e di consumo. Valentino apparteneva a un’epoca precedente, ma quella soglia l’aveva già attraversata: non era più solo un interprete di storie, era diventato il protagonista di una storia costruita intorno a lui. Il pubblico non voleva più solo i suoi film. Voleva sapere cosa indossava, con chi usciva, come viveva quando le luci si spegnevano.

Le «Valentino girls» non scrivevano commenti sotto un post social, ma compravano fotografie, ritagliavano articoli, si scambiavano lettere su un uomo che non avrebbero mai incontrato. Il meccanismo era già lì, mancava soltanto la connessione.

Le riviste patinate non promuovevano più un’opera, ma raccontavano una vita che si stava trasformando in prodotto continuo.

C’è poi un secondo livello, meno raccontato, ed è quello del corpo maschile come superficie. In un’America che pensava alla virilità come sobrietà e durezza, Valentino propose un modello curato, elegante, quasi ornamentale, con l’aiuto non secondario di Natacha Rambova, artista e costumista che contribuì a disegnarne l’estetica pubblica. Le critiche, spesso feroci, non erano solo giudizi di gusto, bensì la reazione a un’idea che spaventava: che anche l’uomo potesse essere guardato, desiderato, costruito come immagine, non solo la donna.

Una rivoluzione oggi quasi invisibile perché normalizzata. Allora, destabilizzante.

Nel 1926, poco prima della morte, Valentino finì al centro di una polemica surreale. Un editoriale del Chicago Tribune lo accusò di aver «effeminato» l’America, prendendosela con i suoi capelli lucidi, i suoi abiti eleganti e persino il suo modo di portare un anello. Valentino rispose sfidando gli autori dell’articolo sul ring. Nessuno di loro accettò, ma lui salì comunque sul ring contro il giornalista sportivo Frank “Buck” O’Neill, esperto di boxe, e vinse. La cosa più interessante non è il risultato dell’incontro, ma il fatto che un attore abbia sentito il bisogno di difendere la propria virilità a pugni.

Non bastò a liberarlo dal personaggio che aveva contribuito a creare. Confidò: «Un uomo dovrebbe controllare la propria vita. La mia sta controllando me. E non mi piace». È forse la frase che meglio racconta il prezzo della celebrità, quando l’immagine costruita per il pubblico finisce per prendere il sopravvento sulla persona.

Il 23 agosto 1926, a New York, Valentino muore a trentun anni. E qui la storia si ribalta, la morte non chiude il personaggio, lo completa. Migliaia di persone davanti alla camera ardente di Manhattan: i giornalisti raccontarono ogni dettaglio come fosse l’ultima scena di un film mai girato. La folla ruppe le vetrine per entrare e ci furono svenimenti organizzati apposta dagli uffici stampa, si dice, per alimentare la storia.

Rodolfo Guglielmi scompare per sempre. Resta solo Valentino. E da quel momento in poi resterà solo lui, per cento anni.

Non a caso, tornando a Warhol, se la celebrità è diventata una forma d’arte e di consumo, Valentino ne è forse il primo esemplare completo. Un uomo che smette di esistere come persona nel momento esatto in cui diventa, per sempre, un’immagine.

Chiamarlo «il primo influencer» è comodo perché ci permette di guardarlo con un sorriso di superiorità tecnologica. Ma forse è vero il contrario, Valentino ci mostra quanto poco, in fondo, sia cambiato il meccanismo, e quanto siano cambiati solo gli strumenti. Forse è stato uno dei primi uomini moderni a capire che, nell’epoca della comunicazione di massa, anche l’identità poteva diventare spettacolo.

Cento anni dopo Valentino ci lascia una domanda ancora attuale: quanto siamo capaci di vedere una persona oltre il personaggio che il mondo ha deciso di costruirle addosso?

Matteo Gatto

Nato nel 1990 in Salento, cresciuto in Franciacorta, diviso tra Brescia e Milano. Storico per formazione, comunicatore per mestiere, assessore al bilancio per imprevisti della vita. L'unica costante? La giornata comincia sempre con una rassegna stampa.

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