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Cosa devi sapere di «Due vite» di Emanuele Trevi

11 minuti di lettura

Due vite di Emanuele Trevi, uscito già nel 2020 per la Neri Pozza, è il vincitore del Premio Strega 2021. Ristampato quattro volte, il libro non era già più reperibile al momento della nomina. La casa editrice ha dunque deciso di ristamparlo nella collana Bloom e così molti altri lettori stanno riscoprendo questo lavoro pieno di immensa tenerezza, dolce ironia e struggenti riflessioni.

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Emanuele Trevi è uno scrittore affermato con all’attivo decine di libri pubblicati, innumerevoli collaborazioni con diverse testate giornalistiche e alcuni studi critici. Trevi, quindi, si trova a suo agio nel mondo letterario e ogni occasione è buona per dimostrarlo. Con Due vite di Trevi, però, ci troviamo di fronte a qualcosa di differente, non catalogabile. Innanzitutto, il libro nella sua frugalità – solo centoventi pagine – riesce a condensare una serie talmente elevata di concetti, speculazioni, aneddoti e considerazioni da lasciare esterrefatti. Ogni parola è calibrata come se le lettere fossero note intente a comporre una sinfonia. La composizione che ci troviamo dinanzi è un requiem che, però, non ha nulla di patetico. Sicuramente la nostalgia aleggia – in maniera più o meno invadente – nel corso dell’intera opera, ma quello che emerge è soprattutto il ricordo affettuoso e disincantato per Rocco Carbone e Pia Pera, entrambi morti prematuramente.

«Due vite» di Emanuele Trevi: in ricordo di Rocco Carbone

Rocco Carbone, già studente brillante in lettere, dottorando alla Sorbona è un romanziere preciso e prolifico. Pia Pera, invece, oltre ad essere una grande traduttrice di opere russe, è scrittrice brillante che spazia in moltissimi ambiti letterari.

Oggi, purtroppo, le opere di Rocco Carbone non sono edite da diversi anni, eccetto per L’apparizione che ha visto una recente ristampa per la Castelvecchi Editore. Le opere di Pia Pera, a differenza del collega, sono più facilmente reperibili, grazie all’attento lavoro della Marsilio e del Ponte alle Grazie. Ma chi erano per Trevi questi due scrittori che hanno visto il proprio apice artistico fra gli anni Novanta e gli inizi del Duemila? Purtroppo alle nuove generazioni questi nomi risulteranno vaghi o addirittura sconosciuti. In tal caso, è un motivo più che valido di addentrarsi in questo libro che si snoda fra il romanzo, la biografia, il saggio e l’autobiografia.

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Trevi conosce Carbone durante gli anni universitari e fin da subito nasce un’amicizia solida ed irrinunciabile. Carbone ha la strada spianata per un successo in ambito accademico, ma ben presto si rende conto che in realtà non vuole invecchiare fra le mura di un’università preferendo la vita da romanziere.

«Era inutile obiettargli che molti professori universitari conducevano una vita tranquilla che gli permetteva, se lo desideravano, di comporre tutti i romanzi che volevano. […] In fondo, chi aveva scritto Il nome della rosa? “Non sto cercando un hobby”, rispondeva invariabilmente, inalberando un vessillo di fierezza e confidenza in sé.»

Fin da giovane Rocco si muove per le strade di Roma in maniera singolare. Nato e cresciuto in Calabria, riconosce che il suo stato d’animo e le idee siano compatibili con il commissario molisano Francesco Ingravallo di Quer pasticciaccio brutto de via Merula – che diventerà per lui un vero e proprio oggetto di studio. Volenteroso e alla ricerca di un riscatto sociale, si impegna nella professione di scrittore tanto da raggiungere una notorietà a livello di pubblico e di critica senza, però, imporsi definitivamente sul panorama nazionale. Morto per un’incidente stradale nel 2008 – all’età di quarantotto anni -, sarà proprio l’amico Trevi a curare il suo ultimo romanzo (Per il tuo bene, edito da Mondadori).

«Pia, la “signorina inglese”: una specie di Mary Poppins all’incontrario»

Trevi e Pia Pera si conoscono a un convegno su Landolfi, dove lei era una delle relatrici. Appassionata ed esperta di russo, è ancora oggi nota per la sua traduzione del Evgenij Onegin di Puškin e Un eroe del nostro tempo di Lermontov. Pia Pera viene descritta come una donna volubile, trasgressiva e piena di vita, insofferente ai mezzi termini. Vivace letterata, spazia dal racconto al romanzo – si ricorda la sua interpretazione del capolavoro di Nabokov, Diario di Lo – senza tralasciare i saggi e gli studi critici. Nell’ultima parte della sua vita, affetta da malattia, si dedica al terreno della sua famiglia nei pressi di Lucca e si dà al giardinaggio. Come disse Čechov: «Credo che se non avessi fatto lo scrittore, avrei potuto diventare giardiniere».

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In quegli anni scrive libri intimi e stupendi in ambito naturalistico, quali L’orto di un perdigiorno e Al giardino ancora non l’ho detto. Nello stesso periodo dà alle stampe anche la sua traduzione di un capolavoro del romanzo di formazione a cui è particolarmente affezionata: Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett. La malattia purtroppo la porta via nel 2016, all’età di sessant’anni.

«Le cime degli alberi fremevano leggermente nella brezza che si era alzata al calare del sole. Il verde scuro dei sempreverdi, tanto amato da Pia, prendeva il sopravvento nel teatro di ombre del crepuscolo. Un odore misto di resina, terra smossa ed erba tagliata penetrava nella stanza. E se lei non poteva più curarsi di lui, era il giardino adesso a prendersi cura di lei.»

«Due vite», l’omaggio all’amicizia di Trevi

Emanuele Trevi ricorda con l’esperienza maturata negli anni. C’è la sua grande capacità di cogliere attimi e rielaborarli, costruendo trame di una complessità tale da potere essere solo ammirate. Scevro da ogni compiacimento, racconta senza dover piacere. La sua è la vita di un uomo di cultura che ha avuto la fortuna di incontrare sul suo cammino persone come Rocco e Pia. La scrittura diventa terapeutica, evocando episodi dimenticati con il dolore e le gioie che essi portano. Basta anche una semplice fotografia, trovata nei meandri delle scatole stracolme di vite passate, per ricordarsi di una serata nella mansarda di Rocco: Emanuele sta per sbattere la testa in una delle tante travi a vista e Pia, affettuosa e protettiva, gli mette una mano sulla spalla, ridendo. Sono attimi di tenerezza che, però – come precisa Trevi -, non immortalano, anzi: enfatizzano la caducità delle persone e lo scorrere del tempo. Nella voce narrante emerge, a volte e inevitabilmente, il rimpianto, ma fortunatamente risulta un sottofondo rispetto all’incommensurabile amicizia.

«A volte, mentre scrivo, mi sembra di procedere in mezzo a una folla di ricordi che chiedono attenzione, come gente che tende la mano sperando in un’elemosina.»

Siamo di fronte a un libro intelligente, sia nella forma sia nel contenuto. Trevi ha una capacità di linguaggio e sintesi che fa indubbiamente invidia a molti letterati contemporanei. Inoltre, la sua è un’opera sensibile, in grado di infondere un grande senso di nostalgia per un’epoca – o comunque per particolari circostanze – che non si sono vissute. Carbone, Pera e lo stesso Trevi diventano dei personaggi da apprezzare e ammirare, anche e soprattutto in considerazione delle proprie debolezze. Le citazioni e i riferimenti ai classici abbondano. Il libro è provvisto anche di alcune impressionanti descrizioni di scorci romani – da figurarseli quasi come acquarelli – ed è onnipresente l’amore incrollabile per la cultura.

Due vite di Emanuele Trevi è un romanzo semplice nella forma che cela, tuttavia, una complessità di emozioni difficilmente raggiungibili. Non è mai facile parlare in toni asettici quando si è di fronte a lavori di questo calibro. Eppure si può affermare con una certa sicurezza che abbiamo a disposizione un grande romanzo, destinato anche a far riscoprire le opere di questi due grandi autori e non solo.

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Lorenzo Gafforini

Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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