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Il reportage. Le vite interrotte dei rifugiati ucraini al confine

Ai confini di una guerra che ancora infuria. La fuga e l'attesa di chi fatica a pronunciare la parola «pace», costretto a restare in un limbo e a vivere giorno per giorno nell'incertezza del domani.

11 minuti di lettura

Bambini, donne e anziani, rifugiati ucraini a cui la polizia di frontiera restituisce il passaporto blu dopo i controlli di dogana e che, zaino in spalla e trolley alla mano, percorrono a piedi la trentina di metri che li separano da quel punto di domanda, da quella nuova vita che non si sono scelti. Una vita stipata in una valigia o negli zainetti con le stampe di cartoni animati che i più piccoli si portano dietro insieme ad uno sguardo confuso ma, qualche volta, senza perdere il sorriso. Fratellini che si passano i biscotti offerti nelle tende delle ONG a Siret, il maggiore che lo porge al più giovane. Viene da chiedersi se quest’istinto di condivisione l’abbiano sempre avuto o se a casa si rubassero le caramelle per dispetto, come capita il più delle volte a quell’età, a neanche dieci anni.

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Rifugiati al border di Siret, Romania

Siret, confine rumeno-ucraino

Al valico di confine di Siret, punto di raccordo tra il nord-est della Romania e il sud-ovest dell’Ucraina, il flusso di rifugiati che lasciano il paese sotto attacco è decisamente diminuito. Non si tratta più dell’esodo delle prime settimane di guerra, spiegano i volontari delle organizzazioni sul campo: i flussi ora sono gestibili, gli alloggi e i trasporti si trovano, grazie alla solidarietà delle popolazioni di quei paesi confinanti, come la Romania e la Moldavia, che hanno aperto le loro case e dedicato giornate, settimane della loro vita a scaricare camion di aiuti umanitari, a presidiare i border offrendo un caffè, un abbraccio o una traduzione.

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Palanca, confine moldavo-ucraino

Anche a Palanca, valico di confine moldavo a meno di sessanta chilometri da Odessa, i rifugiati ucraini che arrivano non sono molti. Quando varcano questa frontiera vengono accompagnati dai pullman gestiti dai volontari al bus hub a pochi chilometri di distanza, dove trovano cibo, ristoro e aspettano la partenza dell’autobus per la destinazione che, costretti a scegliere, hanno scelto.

Il bus hub è in mezzo al nulla, come ci si può immaginare una zona di frontiera, il tipico scenario rurale: campi, vegetazione brulla, colori tra il verde e il marrone giallastro, capre che solitarie passeggiano per le strade. Attorno ci sono i villaggi del distretto di Stefan Voda, in cui nelle prime settimane di conflitto e di fuga molti ucraini sono arrivati e in cui si sono stabilizzati, ospitati dalla popolazione, e che il governo moldavo insieme alle ONG si sta impegnando a tracciare e identificare.

L’obiettivo è portare i servizi di assistenza anche nei posti meno accessibili in cui i profughi ucraini si trovano. I medici e i volontari dell’ONG InterSOS presente a Palanca, che si concentra sul fornire assistenza sanitaria di base, spiegano di essersi recati nei villaggi di Caplani, Palanca, Popeasca, Ermoclia e Stefan Voda, dove l’accesso per i rifugiati a visite mediche e a medicinali è decisamente più complesso che nelle città.

Impossibile però limitarsi a descrivere solamente in termini quantitativi un fenomeno – la fuga dalla guerra – che sconvolge la vita di ognuna delle persone che tocca. Corretto dire che dato che i flussi sono diminuiti, l’emergenza si sta affievolendo? Sì e no.

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In Moldavia

Se nelle prime settimane le frontiere hanno catalizzato la quasi totalità del carico umano e degli sforzi umanitari che una crisi di questo genere comporta, con il passare dei giorni e della fase acuta, le storie e le necessità si allontanano dai confini, si spostano all’interno dei paesi di accoglienza.

In Moldavia sono transitati oltre 430mila rifugiati ucraini, circa 95mila di questi si trovano ancora sul territorio e più del 90% è ospitato stabilmente da famiglie moldave, il restante è accomodato nei centri di raccolta profughi gestiti dalle ONG e coordinati dal governo.

Il centro rifugiati di Cojusna

L’aria che si respira nel piccolo centro profughi di Cojusna nella periferia della capitale moldava, ma anche nel grande centro di Chisinau dove opera l’UNHCR, è un’aria di attesa. Queste persone vivono in un limbo di incertezza e impazienza, voglia di tornare alle loro vite che bruscamente sono state interrotte.

Anna è una ragazza ucraina, quattordicenne che a metà marzo è scappata da Mycolaiv insieme alla madre e alla sorella e da allora vive nel centro di Cojusna, allestito in un liceo dismesso in cui le aule sono diventate camere da letto che ospitano sessantasette rifugiati ucraini, di cui trentacinque sono bambini e ragazzi. Bambini che giocano a basket, tirando al canestro nel cortile o a quello nella palestra al primo piano dell’edificio, che compongono i puzzle o guardano i cartoni animati in tv. Ti guidano alla scoperta del loro nuovo alloggio che, per quanto confortevole, non si riesce a chiamare casa.

Casa è dove la maggior parte di queste persone vuole tornare e alla domanda riguardo a quando, Anna risponde «Quando sarà possibile… Non lo so, quando ci sarà la… pace… Non lo so». Anna esita a pronunciare la parola «pace», come quando si ha paura a parlare ad alta voce di un sogno di cui si desidera troppo la realizzazione.

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Centro profughi di Cojusna, Moldavia

Rifugiati da Odessa a Chisinau, la fuga e l’attesa

Quel «Non lo so» paralizza la vita non solo di Anna, ma anche di Irina che, in fila per il Cash Assistance di 120 dollari mensili offerto dall’UNHCR ai rifugiati ucraini nel principale centro di accoglienza del paese a Chisinau, racconta la sua fuga da Odessa.

Non volevamo andarcene, ma ho preso mio figlio con me e siamo partiti per Chisinau, c’era una lunga coda al confine. Siamo arrivati la notte del 25 febbraio. Era molto rischioso, eravamo in questa lunga coda e le persone continuavano a dire che c’erano spari e bombardamenti a poca distanza. Io personalmente non li ho sentiti, ma ero terrorizzata. Volevamo tornare indietro, ma a Odessa c’era il coprifuoco e non saremmo arrivati in tempo a casa. Ho chiamato mio marito, che era rimasto a Odessa, lui mi ha detto di proseguire.

Così hanno fatto: Irina, il figlio e i parenti con cui si erano mossi sono rimasti al confine l’intera notte:

Siamo stati tutta la notte in macchina, i militari di frontiera ci hanno detto che il posto probabilmente sarebbe stato bombardato, per questo abbiamo spento tutte le luci, mio figlio ha passato la notte sotto il sedile. Nel mentre le persone scavavano buche in cui mettersi in sicurezza vicino alla strada. Noi siamo rimasti in macchina, altri hanno passato la notte in quelle buche.

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Dogana di Palanca, principale passaggio per Odessa

Le persone per i confini non ci passano solo per uscire dall’Ucraina, ma anche per rientrarci. Raggiungere la propria casa, controllare che sia ancora intatta, recuperare vestiti e oggetti che non si è fatto in tempo a portare con sé nella fretta della prima fuga, vedere il proprio marito. Lì è la loro vita, lì vogliono tornare, a spiegarlo è ancora una volta Irina:

Ovviamente voglio tornare! Mio marito è a 200 km di distanza da me e io vorrei solo… Mio figlio è… Noi abbiamo vissuto in questa guerra solo ventiquattro ore, ma il mio bambino sta avendo dei problemi, ha dei tic nervosi alla mano e alla testa, le muove e non ci pensa, lo fa perché ha paura. Speriamo solo di andare a casa ed essere al sicuro lì, perché la nostra vita è lì. Io dico a mio figlio «Andiamo al parco» e lui mi risponde «No, mamma. Andremo al parco quando torneremo a Odessa». Lui non vive qui e ora, lui vive ancora là. Pensa che andremo al mare là quando arriverà l’estate, conta i giorni sul calendario. È difficile per tutti, ma non dovrebbe essere così per i bambini.

Persone che non si vogliono allontanare, che non possono tornare e che sono costrette a restare come in un limbo, vivendo giorno per giorno nell’attesa dell’epilogo di una guerra che ancora infuria. Appena sotto la superficie di contegno, compostezza e del sorriso dei rifugiati ucraini accolti nei paesi di confine si scorge il dolore di vivere una vita interrotta e dell’attesa di ricominciare, non in paesi lontani, ma a casa.

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Francesca Campanini

Classe 1999. Bresciana di nascita e padovana d'adozione. Tra la passione per la filosofia da un lato e quella per la politica internazionale dall'altro, ci infilo in mezzo, quando si può, l'aspirazione a viaggiare e a non stare ferma mai.

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