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García Lorca

La poesia erotica di Federico García Lorca

Un poeta che, con l'erotismo, pungola la coscienza, e che fa emergere, attraverso la scrittura, tutte le passioni umane. Ma, quindi, quali sono le migliori poesie erotiche di García Lorca?

6 minuti di lettura

Una poesia erotica fuori-schema, irta di vitalismo, puntellata di topoi classici rivisitati, con un guizzo ironico che fa del versare uno strumento di dissezione. Il volumetto Guanda, che raccoglie i componimenti erotici di Federico García Lorca (anno di pubblicazione: 1997), è impreziosito da un’introduzione di Piero Menarini, che coglie nella ricerca lorchiana una linea evolutiva, una concezione dell’eros come crescita e distruzione, passione e tormento:

L’amore irrealizzabile che incombe come strumento che uccide o che fa morire lentamente è presente fin dalle prime liriche e, con varianti infinite, anche in tutta la produzione teatrale lorchiana. Tuttavia, si nota con chiarezza un’evoluzione poetica che disegna un percorso fatto di tappe successive e consequenziali: dalla sensualità orientaleggiante o arabo-granatiana dei componimenti giovanili si passa al sentimento lirico-individualistico […], per giungere infine alla concretizzazione conclusiva dell’amore e soprattutto dell’eros, che contiene in sé la distruzione.

García Lorca
García Lorca da adolescente

È dunque un percorso a tappe quest’opera sistematizzata ex post, una radiografia delle passioni dal sapore elegiaco, in cui l’io poetico riflette ossessivamente su sé stesso, registrando le sollecitazioni dei sensi, i dettagli minimi. Si legga La zitella a messa:

Sotto il Mosè dell’incenso,
appisolata.

Occhi di toro ti fissavano.
Il tuo rosario gocciolava.

Con quell’abito di austera seta,
non muoverti, Virginia.

Offri i neri meloni dei tuoi seni
al rumore della messa.

Il racconto visivo e tattile di una chiesa innominata, evocata al lettore per tramite di riferimenti chiari (la messa, il rosario, l’incenso), edifica un’atmosfera deliquescente, in perenne equilibrio di opposti come proprio di García Lorca, alla ricerca di una convivenza tra luci e ombre, anima e corpo. Ne deriva, in termini di ricerca personale, una netta esclusione degli aspetti morbosi, già stigmatizzati dal poeta nell’intervista con Antonio Otero Seco (1937), quando parlando del Romancero gitano lamentava lo sguardo “deviato” dei lettori, una tentazione lussuriosa di natura limitante.

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Due sono i fuochi dell’eros lorchiano, ben evidenti nell’ottava sezione delle sue Canciones (1927), da cui l’edizione Guanda preleva sette testi. Il titolo del segmento è di per sé esplicativo –  Eros e bastone – e conserva un’omogeneità tematica che si riverbera nello stile. Mentre il lettore è preso da una progressiva curiosità, il poeta gli offre motivi di stizza, toni ironici che aprono al fastidio o al riso amaro. La rappresentazione di sé come amante volitivo, esigente, emerge da testi come Nu:

Sotto l’oleandro senza luna
eri brutta, nuda.

La tua carne cercò sulla mia mappa
il giallo della Spagna.

Com’eri brutta, francesina,
nell’amaro oleandro.

Rossa e verde, al tuo corpo gettai
la cappa del mio talento.

Verde e rossa, rossa e verde.
Qui, siamo altra gente!

È un gioco di corrosione, un flusso di parole beffarde e senza volto, chiamate a svelare l’angoscia del poeta, quel progressivo procedere dallo scherno alla repulsione, dal fastidio allo spregio. Le affermazioni virili, volutamente estreme, sottendono un rapporto falsato con il mondo, con l’idea di un maschio rude che minaccia e pretende: «Perché voglio, e perché posso. Penombra di seta rossa» (Lucía Martínez, vv. 11-12). Si assiste dunque all’incontro – nell’inclinazione, significativa, al tono prosastico – dell’universo interiore di García Lorca con quell’immaginazione poetica che fa dell’eros un motivo duttile, soggetto al rimaneggiamento in chiave esplorativa.

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L’ironia, del resto, pare sottendere nuove interpretazioni, brusche virate verso una drammaticità che permea i Sonetti d’amore, altrimenti noti come Sonetti dell’amore oscuro, composti tra il 1935 e il 1936. La metafora dell’oscurità, il campo semantico della notte, delle tenebre, fissa un accecamento della coscienza, della vita – un dato inconfessabile, certo, ma anche un’idea di amore che conduce alla morte, che consuma i suoi giorni. Si vedano gli ultimi versi di Sonetto gongorino in cui il poeta manda al suo amore una colomba:

Così il mio cuore la notte e il giorno,
nel carcere oscuro dell’amore rinchiuso,
piange, senza vederti, la sua malinconia.

Tra i battiti della vita, in una costante ricerca di autorealizzazione, l’eros di García Lorca pungola la coscienza, non ammette dicotomie, separazioni tra mente e corpo. È un rovello, la testimonianza ininterrotta di un presente drammatico.

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In copertina: Pablo Picasso, Il ratto, 1920

Ginevra Amadio

Nata a Roma. Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.

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