«Fotografia dell’11 settembre»: la poesia che ricorda e salva

Oggi ricorre il diciassettesimo anniversario di un evento che ha chiuso un’epoca per lasciare il posto a un’altra: gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di New York, in cui trovarono la morte quasi tremila persone. Tra gli attacchi terroristici più sanguinosi della storia contemporanea, una sorta di cesura nelle vite di tutti. Si potrebbe parlare di un «pre-11 settembre» e di un «post-11 settembre».

Da un’immagine a una poesia

Vogliamo ricordare quanto è accaduto con una meravigliosa e toccante poesia della polacca Wisława Szymborska (1923-2012), premio Nobel per la letteratura nel 1996. Il componimento da lei dedicato alla strage si intitola Fotografia dell’11 settembre, un titolo che rimanda alle diverse foto, diventate in seguito iconiche, comparse sui giornali di tutto il mondo dal 12 settembre 2001.

L’immagine cui si è ispirata la Szymborska per la sua poesia è nota come The Falling Man, ovvero l’uomo che precipita. Nella foto, tristemente famosa, vediamo un uomo che per sfuggire alle fiamme del grattacielo andato a fuoco si lancia nel vuoto. Un’immagine tragica e scioccante, in qualche modo insolita, come aveva scritto anche la giornalista e scrittrice italiana Oriana Fallaci subito dopo gli attentati:

Alle guerre io ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l’ho mai vista la gente che muore ammazzandosi, buttandosi senza paracadute dalle finestre d’un ottantesimo o novantesimo o centesimo piano.

11 settembre

The Falling Man, fotografia scattata da Richard Drew il giorno degli attentati alle Torri Gemelle.

Una tragedia nella sua quotidianità

Riportiamo di seguito il testo della poesia della Szymborska:

Sono saltati giù dai piani in fiamme —
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro —
descrivere quel volo
e non aggiungere l’ultima frase.

La poesia si apre con due strofe apertamente in antitesi: la prima, fortemente dinamica, che mostra le persone che saltano giù «dai piani in fiamme», contrapposta alla seconda, in cui regna sovrana la staticità della fotografia, che le fissa tutte ancora vive sulla pellicola. La Szymborska dichiara che la fotografia conserva: alla fine della poesia si scoprirà che anche la letteratura può compiere lo stesso miracolo.

fotografia dell'11 settembre

Wisława Szymborska.

Ritroviamo poi la solita attenzione che la poetessa polacca dedica alla quotidianità di ogni individuo, ai momenti e agli oggetti apparentemente più banali: «C’è abbastanza tempo / perché si scompiglino i capelli / e dalle tasche cadano / gli spiccioli, le chiavi». Volano nel vuoto anche gli spiccioli e le chiavi, oggetti dal forte valore simbolico malgrado la loro banalità.

Gli spiccioli: quante volte li abbiamo inseriti nella macchinetta del caffè in una pausa dal lavoro o dallo studio? Sono il simbolo di pause in qualche modo dolci, passate a chiacchierare con colleghi o amici. Forse, se non ci fosse stato nessun attentato, quelle persone che si sono lanciate nel vuoto si sarebbero alzate dalle proprie scrivanie, avrebbero inserito quegli spiccioli ormai inutili in una macchinetta, si sarebbero sporcate le labbra con la schiuma del cappuccino. Come in un giorno normale.

Volano via anche le chiavi, simbolo della casa; o meglio, simbolo della volontà di proteggere le persone e gli oggetti cari. Volano via, e le vittime degli attentati non torneranno mai più nella propria casa, cui probabilmente sarà andato il loro ultimo pensiero. Crolla il concetto stesso di protezione, in primo luogo della protezione della propria incolumità, di fronte allo spettacolo nuovo di persone che per la disperazione vanno incontro alla morte spontaneamente, prima di essere raggiunte dalle fiamme.

La poesia che ricorda e salva

Fotografia dell’11 settembre potrebbe essere diviso in tre parti: la prima, che corrisponde alla prima strofa, rappresenta ciò che è effettivamente accaduto, il Vero in tutta la sua drammaticità. La seconda parte comprende le quattro strofe centrali, una vera e propria trasposizione in poesia di ciò che la fotografia ha fissato.

La terza parte coincide con la sesta e ultima strofa, in cui vengono abbandonate sia la realtà sia la fotografia e si entra nel mondo della letteratura. La Szymborska parla del proprio ruolo, che in senso lato è il ruolo del poeta di fronte alle tragedie, affermando di poter fare solo due cose: «descrivere quel volo / e non aggiungere l’ultima frase». La poesia e la letteratura tutta hanno senz’altro il compito di ricordare quel che è accaduto, affinché le vittime non siano solo dei numeri. Affinché ognuno resti «ancora un tutto / con il proprio viso», la propria individualità. Descrivere quell’ultimo, disperato volo, è perciò un obbligo. Significa dare, nonostante tutto, un senso a quelle morti.

La letteratura, però, può anche cambiare quello che è stato. La Szymborska si rifiuta di aggiungere l’ultima frase, quella che sancirebbe la morte del Falling Man e di tutti coloro che hanno condiviso il suo destino. L’immagine viene lasciata eternamente sospesa, come se un brutto film fosse stato messo in pausa. Il sangue delle vittime resta «ben nascosto» all’interno del loro corpo. Si ha per un istante la sensazione che, dopo aver messo in pausa il film, si possa anche riavvolgere il nastro.

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata a pieni voti assoluti in Scienze Linguistiche e specializzanda in Traduzione. Innamorata della letteratura e dell’arte. Sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate.