G8 di Genova:
una carneficina autorizzata

di Margherita Vitali

«Stavo fotografando in primo piano il corpo del  ragazzo ucciso e sullo sfondo le forze dell’ordine, quando ho visto che i carabinieri si stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale e ho urlato “sono un giornalista”. Mi sono saltati addosso egualmente ed hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo. Istintivamente mi sono aggrappato ad uno dei carabinieri che mi stavano picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente mi avrebbero massacrato».

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Ci troviamo a Genova, è il 20 luglio 2001, durante il tristemente celebre G8. Nel cerchio rosso un agente in tenuta anti sommossa schiaccia il viso di Eligio Paoni sul corpo ancora in vita del giovane Carlo Giuliani e gli spezza una mano.

Il fotografo è colpevole di aver immortalato troppo in fretta il massacro al giovane Carlo e paga la sua “imprudenza” non solo diventando protagonista di un macabro spettacolo, ma vedendo distrutta la sua macchina fotografica, custode non solo della libertà d’informazione, ma forse anche di condizioni che i tutori dell’ordine non vogliono far trapelare. Intanto, in quello stesso momento, un giovane si sta dissanguando con una ferita d’arma da fuoco alla testa, il suo cuore sta cessando di battere, e non ci sono ambulanze, medici o soccorsi pronti ad aiutarlo, si preferisce infatti fare scempio del suo corpo. Carlo Giuliani ha solo 23 anni, e li avrà per sempre.2048697056_cb3db1ba9b

Ma facciamo un passo indietro. Da giovedì 19 a domenica 22 luglio 2001, Genova ospita il G8, il meeting delle più grandi potenze industrializzate. Il tema del summit è la lotta alla povertà.  Sotto i palazzi, nelle piazze, associazioni pacifiste e no-global manifestano. Genova è affollatissima, da tutto il mondo giungono giornalisti ed attivisti per dire la loro, sfilano in piazza con colori e striscioni. La manifestazione per i diritti degli extracomunitari e dei migranti del 19 si dimostra un momento di calore e festosità, dove a partecipare ci sono 50.000 persone. Non ci sono scontri rilevanti, ma solo la volontà di far sentire pacificamente la propria voce alle orecchie dei potenti, blindati nei loro palazzoni pochi metri più in là. La città però è divisa in parti. Una zona gialla ad accesso limitato e una zona rossa severamente riservata denominata Fortezza Genova, accessibile solo ai residenti attraverso limitatissimi varchi. Ma varchi tra cosa? Le strade sono bloccate da grate di ferro e container. Vengono mobilitati 16.000 uomini delle forze dell’ordine, incursori della marina e anche qualche carro armato. Il volto della città è irriconoscibile.

La mattina del 20 luglio, un gruppo di 300 persone circa comincia a creare qualche rapido incidente. Risulta agli atti del processo che numerosi cittadini e manifestanti chiamano le forze dell’ordine chiedendo un intervento tempestivo. Disorganizzazioneè questa la parola che più è rimbombata nelle nostre orecchie sentendo parlare di queste ore del giorno. Ci sono 16.000 poliziotti in tenuta anti-sommossa, eppure nessuno interviene. Dalle intercettazioni delle chiamate tra polizia e centrale operativa emergono fatti sconcertanti: i poliziotti appaiono perfettamente consapevoli del fatto che gli anarchici si stiano armando di sassi e pietre e che i civili stiano denunciando alla questura furti di benzina, avvenuti a cento metri dai cordoni della polizia, immobile.

I Black Bloc vengono lasciati agire indisturbati per ore, in tribunale vengono sentiti testimoni che affermano che la polizia, al corrente di tutto, ha l’ordine di non agire. La città viene rasa al suolo, saccheggiata, nessuno fa niente.

© ROBERTO ARCARI / CONTRASTO - Fotografo: ©Arcari

© ROBERTO ARCARI / CONTRASTO – Fotografo: ©Arcari

Invece di estirpare un male che macchia di vergogna una splendida occasione di protesta pacifica, si preferisce farlo esplodere, degenerare, fino all’arrivo dell’irrecuperabile.

Quando i carabinieri si muovono con i loro carri armati e manganelli, sbagliano bersaglio. Invece di colpire i Black Bloc si scagliano contro una manifestazione pacifica dei COBAS, assolutamente incolpevoli delle barbarie commesse. Contro il corteo autorizzato vengono sparati 16 colpi di pistola dalla polizia, viene usato impropriamente il manganello su donne e ragazzi, vengono lanciate bottiglie. Si lasciano agire indisturbati i ribelli violenti, quasi a volerli utilizzare come giustificazione delle manovre repressive, e si picchiano i deboli, si riducono i loro volti a maschere di sangue, mentre ancora impugnano le loro sventolanti bandiere della pace.
Ma è un’altra piazza a scrivere una delle storie più tristi del nostro paese: piazza Alimonda. 

Alle ore 15.00 circa piazza Alimonda versa in una condizione di profonda tranquillità, lo testimoniano le foto dei residenti affacciati dai balconi. In pochi attimi però è il caos: la polizia comincia a lanciare lacrimogeni sui manifestanti inermi, molte centinaia di metri prima del limite previsto dalla legge, oltre il quale i manifestanti non possono andare. Vengono posizionati alcuni cassonetti rovesciati per un improbabile tentativo di autodifesa. Alle 17.00 la piazza risulta bonificata. Si scatenano così azioni anti-sommossa della durata di non più di un minuto nelle vie adiacenti a piazza Alimonda, contro manifestanti pacifici. Il vice-questore Adriano Lauro anni dopo ha ammesso in tribunale di aver scaraventato contro di loro, assieme ad altri colleghi, numerosi sassi e pietre nell’arco di quei 60 secondi. A quel punto i circa 100 carabinieri ripiegano su piazza Alimonda, seguiti da 70 tra manifestanti e fotografi. Qui si scatena una guerriglia. Mentre parte della polizia se ne va viene assaltato un defender. Il poliziotto all’interno impugna una pistola e grida: «bastardi comunisti vi ammazzo a tutti». Carlo Giuliani è a 4 metri dalla vettura, prende un estintore, si dice che il suo intento sia quello di disarmare l’agente. Eppure non lo lancerà. Uno sparo, poi l’altro. Carlo adesso è in una pozza di sangue, immobile, mentre alcuni civili cominciano ad urlare disperati alla vista dello spettacolo, e filmano.

La vettura, che a quanto pare non era in panne, appena il poliziotto al suo interno spara fa retromarcia, investe Carlo e se ne va. Ma non è morto, la stessa autopsia dirà che trascorreranno alcuni minuti prima del decesso ed evidenzia una strana ferita non dovuta allo sparo sulla fronte. Carlo infatti verrà preso a sassate, ed ecco spiegata la famosissima frase del già citato vice-questore Lauro «sei stato tu con il tuo sasso» – rivolta a un secondo agente – che rimarrà nella storia.

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Eppure l’omicidio di Giuliani non è ancora abbastanza. Quella notte tra il 20 ed il 21 luglio all’interno della scuola Diaz si trovano numerosi ragazzi, italiani e stranieri, cui è stato messo a disposizione lo stabile per passare la notte. Nessuno dei presenti ha qualcosa a che fare con gli anarchici, anzi hanno addirittura cercato di prendere manovre di sicurezza per difendersi dagli attacchi dei rivoltosi. Nonostante questo la polizia irrompe proprio lì, in tutta la sua ferocia, all’urlo di «Black Bloc! Adesso vi ammazziamo!» . Capito il malinteso alcuni cercano di dialogare, altri alzano le mani e si inginocchiano in pigiama in segno di totale resa. Eppure nessuno viene risparmiato. Si parla di quella notte come di una macelleria messicana. Le persone vengono brutalmente picchiate senza motivo, molte di loro sono svegliate dai colpi di manganello mentre dormono nei loro sacchi a pelo.

«Qualcuno suggerì di sdraiarsi, per dimostrare che non facevamo nessuna resistenza, così mi sdraiai. I poliziotti arrivarono e cominciarono a picchiarci, uno dopo l’altro. Io mi riparavo la testa con le mani e pensavo: ‘Devo resistere’. Sentivo gridare ‘basta, per favore’ e lo ripetevo anch’io. Mi faceva pensare a quando si sgozzano i maiali. Ci stavano trattando come animali, come porci».

Dentro quelle mura si scatena un crescendo di bestiali violenze senza fine. Alcune persone vengono fatte inginocchiare per essere picchiate meglio su collo e testa. Un ragazzo verrà poi operato d’urgenza per arginare il trauma cranico. Donne e uomini sono trascinati per i capelli giù dalle scale, ad alcuni viene aperto l’estintore sopra le ferite.

 Un’aula della scuola Diaz. (Alberto Giuliani, Luzphoto)

Un’aula della scuola Diaz. (Alberto Giuliani, Luzphoto)

Alla caserma di Bolzaneto dove molti dei presenti vengono poi portati in stato di fermo viene imposto di cantare canzoni fasciste: terrorizzati dalla violenza le vittime cedono e in un grido disperato esclamano “viva il duce“. Molti testimoni affermano che più le suppliche e le grida si fanno forti, più la polizia carica e picchia, come pervasa da un sadico divertimento.

Non troppo tempo fa la Corte europea dei diritti umani ha dichiarato che quella notte l’Italia si è resa colpevole del reato di tortura contro tutti coloro che erano all’interno della scuola Diaz. Il fatto che questo reato non esista nel nostro paese – la legge sull’introduzione del reato di tortura ha avuto l’ok di Senato e Camera, ma deve ora essere nuovamente votata al Senato – ha garantito la totale libertà ed impunità dei colpevoli. La Corte di Strasburgo non ha avuto dubbi: tortura, l’ha dichiarato all’unanimità. Il sindacato delle forze dell’ordine invece spavaldo afferma che «la Diaz non è stata sicuramente una bella parentesi, ma parlare di tortura è eccessivo».

A queste parole discutibili noi preferiamo di gran lunga quelle pronunciate da Amnesty International, secondo cui si è trattata de:

«La più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della II guerra mondiale».

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Redazione

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