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Geografie per leggere il mare

In collaborazione con il Festival delle Geografie, che si terrà a Villasanta (MB) dal 15 al 19 settembre.

11 minuti di lettura

La geografia grazie al suo sguardo “plurimo” ci può aiutare ad analizzare la complessità dei cambiamenti che stanno interessando le nostre società, anche attraverso l’analisi delle rappresentazioni simboliche e artistiche che danno conto della varietà dei modi di vivere e percepire la nostra relazione con lo spazio.

Chi è Dino Gavinelli

Dino Gavinelli è professore ordinario di geografia e presidente della Scuola di Scienze della Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli Studi di Milano; le sue ricerche e pubblicazioni affrontano, tra molti altri, i temi della geografia culturale e della comunicazione e semiologia cartografica. Quest’anno sarà al Festival delle Geografie con una conferenza intitolata: “Oceani e mari tra scritture letterarie e analisi geografiche”, un appuntamento che, a partire da alcuni esempi concreti, punterà a farci comprendere come il testo letterario nelle sue diverse forme possa essere di grande interesse oggi per la ricerca geografica, non solo come fonte di informazioni o come narrazione e rappresentazione simbolica, ma anche come documento geografico vero e proprio.

Dino Gavinelli nella conferenza “Conoscere, disegnare e ripensare il confine” durante la seconda edizione del Festival

L’intervista che segue anticipa e chiarisce alcune delle tematiche centrali in questa terza edizione de “Il Libro del Mondo”, per ascoltare la conferenza invece l’appuntamento è per sabato 18 settembre, ore 18:00, nel giardino di Villa Camperio.

Prima domanda: una geografia degli oceani e dei mari?

Professor Gavinelli nella terza edizione del Festival parleremo del “mare” sotto molteplici punti di vista. Si sente talvolta affermare che non esiste una vera e propria geografia degli oceani e dei mari, che lo sguardo terrestre del geografo in qualche modo abbia sempre prevalso. Si tratta solo di una provocazione?

La geografia prescientifica ovvero quella che per secoli, sino all’Ottocento, si è mossa tra descrizioni fantastiche, supposizioni, miti, leggende, paure e fantasie in realtà si è interessata molto al mare e agli oceani. Le grandi vastità liquide si prestavano bene alla narrazione di geografie non scientifiche che ne evidenziavano soprattutto le dimensioni, i movimenti con le loro forze imponenti e le violenze delle tempeste, la capacità di ostacolare navigatori e viaggiatori, la sua pericolosità.

La prima geografia scientifica ottocentesca nata su impulso di studi ecologici e ambientalisti e con un approccio positivista si è occupata principalmente dei rapporti tra gruppi umani e natura nella loro dimensione terrestre, ma non ha trascurato la dimensione marittima. Essa si è anzi spesso interessata alla capacità dei mari e degli oceani di influenzare il clima di vaste aree continentali, di caratterizzare la vegetazione delle regioni costiere, di condizionare lo sviluppo o meno di alcune attività economiche. A partire dai primi anni del Novecento, la geografia storicista o possibilista è stata molto presa a evidenziare la capacità umana di sfruttamento delle risorse e di ridisegno dei paesaggi naturali e si è perciò concentrata sullo studio di molte regioni terrestri, del loro genere di vita e della creazione di paesaggi antropici. Tuttavia, nella sua opera di contenimento dei primi rigidi approcci ambientalisti, il Possibilismo ha anche evidenziato la capacità dei gruppi umani di sfruttare la presenza del mare a proprio vantaggio per promuovere le scoperte geografiche, i viaggi di esplorazione scientifica, le attività economiche quali la pesca e il turismo, la creazione di porti laddove la tecnologia e l’ingegno umani erano capaci di sfruttare la presenza di elementi naturali quali le insenature, le rade, le baie. A partire dalla seconda guerra mondiale, con la presenza della geopolitica bipolare tra blocchi ideologici contrapposti, l’espansione degli scambi, la progressiva mondializzazione dell’economia, l’aumento della mobilità umana e delle merci, i mari e gli oceani sono entrati stabilmente nello studio delle geografie contemporanee e i vari approcci delle diverse scuole geografiche hanno considerato sempre questi due elementi nelle loro analisi strutturaliste, funzionalistiche, ecologistiche, sistemiche. Anche la geografia culturale, una branca della disciplina nata nel XX secolo, molto attenta alla costruzione delle geografie soggettive alle percezioni e alle emozioni degli individui, ha molto interesse per mari e oceani. Questi due elementi infatti alimentano una vasta produzione e narrazione letteraria, artistica, cinematografica e iconografica che non possono non interessare, per i loro aspetti spaziali, ambientali, territoriali e paesaggistici, il geografo culturale.

La produzione e narrazione letteraria, artistica, cinematografica e iconografica non possono non interessare, per i loro aspetti spaziali, ambientali, territoriali e paesaggistici, il geografo culturale.

©Daria Shevtsova, Pexels

Quest’anno si apre il decennio UNESCO dedicato alle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile, quali contributi specifici dovrebbero portare i geografi all’interno di questo percorso?

I problemi ambientali e il cambiamento climatico in corso, che per alcuni fa parlare della nascita di una nuova era, l’Antropocene, occupano ormai una posizione crescente e centrale nelle narrazioni collettive e nel dibattito scientifico di molte discipline. Queste ultime sono obbligate a rivedere o ritoccare i loro metodi, obiettivi e strumenti per fornire elaborazione e analisi più consone ai cambiamenti in corso. I macroscopici problemi generati da una trasformazione degli spazi naturali in spazi sociali al servizio del genere umano (cambiamenti climatici, sfruttamento non sostenibile delle risorse, perdita di biodiversità, entropia crescente generata dai consumi eccessivi e dai rifiuti, desertificazione e deforestazione, inquinamento degli oceani e dei mari ecc.) ci spingono, volenti o nolenti, a fare delle scelte per immaginare uno sviluppo sostenibile capace di coniugare natura, società, economia, politica ed etica.

Geografia: tra etica e pluralismo

La geografia, nella sua vocazione di disciplina “plurima” (fisica, umana, politica, economica, sociale, urbana, culturale, ecc.) offre un punto di osservazione privilegiato già solo con la sua capacità di analizzare i processi in corso nella sfera ambientale, nelle diverse regioni terrestri e marittime della Terra e all’interno dei sistemi politici, sociali, economici, patrimoniali e paesaggistici. La geografia poi è anche disciplina attenta a delineare immaginari scenari futuri più o meno attenti a perseguire uno sviluppo sostenibile e responsabile.

©Mikhail Nilov, Pexels

Il concetto di “spazio vissuto” oggi

L’idea alla base di questa edizione è di provare a raccontare come gli oceani e i mari siano tanti quanti i punti di vista di chi li osserva, li vive, li affronta. Questa idea fa riferimento a un concetto di spazio percepito, soggettivo. Potrebbe spiegare al pubblico del Festival a cosa si fa riferimento quando i geografi parlano di “spazio vissuto”?

Il concetto di “spazio vissuto” è un concetto molto articolato che è stato elaborato, nella sua prima formulazione, dal geografo francese Armad Frémont negli anni Settanta del Novecento. In estrema sintesi lo spazio vissuto è un insieme di elementi oggettivi (i luoghi frequentati da una persona o da un gruppo sociale, le loro mobilità, le relazioni sociali messe in essere) e di elementi soggettivi (i valori che gli individui attribuiscono a un determinato spazio nel corso della loro esistenza, i nessi immateriali e affettivi che legano le persone ai luoghi). Per questo motivo lo spazio vissuto non è un concetto univoco ma varia da individuo a individuo in base alle diverse esperienze di vita, al genere, all’età, alle differenti capacità speculative della persona, alle dissimili sensibilità verso il paesaggio, le rappresentazioni, le narrazioni ecc.

Arte e geografia per raccontare il mondo

Da qui arriviamo all’intervento che ci proporrà quest’anno: “Oceani e mari tra scritture letterarie e analisi geografiche”. In quale modo il mondo dell’arte – e qui in particolar modo della letteratura – diventa campo di studio del geografo?

La percezione dei diversi luoghi e paesaggi del Mondo terrestre e marittimo non è solo il risultato di un’interazione diretta degli individui con l’ambiente naturale e con il territorio costruito dalle comunità nel tempo. Oceani e continenti possono essere conosciuti attraverso la mediazione di narrazioni e rappresentazioni artistiche di diversa natura. L’arte, nelle sue diverse forme, può incidere in maniera rilevante sul significato e sul valore attribuito alla realtà geografica dai singoli soggetti e dai diversi gruppi umani. Nell’ambito delle diverse discipline artistiche, il raggiungimento di una migliore conoscenza del vasto mondo terrestre e marino attraverso le parole di scrittori, saggisti, narratori, poeti e viaggiatori risulta potenzialmente assai produttiva per la nostra disciplina. Il testo letterario (nelle sue eterogenee forme in prosa e in versi) può ricoprire, in questa prospettiva, un ruolo centrale nella ricerca geografica, non solo come fonte di informazioni o come forma simbolica di esperienze territoriali, bensì anche come documento geografico a sé stante.

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Fausta Riva

Fausta Riva nasce in Brianza nel 1990.
Geografa di formazione(Geography L-6) poi specializzata in fotografia al cfp Bauer.
Oggi collabora con agenzie fotografiche e lavora come freelance nel mondo della comunicazione visiva.
Fausta Riva nasce sognatrice, esploratrice dell’ordinario. Ama le poesie, ama perdersi e lasciarsi ispirare.

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