Le grandi coppie del Novecento tra passione e tormento

Motore del mondo, ineffabile mistero, l’amore riempie gli interstizi della storia dettando una sintesi perfetta tra Cronos e Topos, bachtinianamente definibile come «interconnessione sostanziale»[1] da cui si determinano circostanze future. Il peso del singolo negli eventi prevede, necessariamente, un’analisi del rapporto tra individuale e collettivo che illustri il ruolo ‘destinale’ dell’uomo nella storia, la sua capacità di orientare gli accadimenti persino sull’onda delle proprie passioni.

Stando al pensiero di Thomas Carlyle, «il grande uomo rappresenta il salvatore indispensabile della sua epoca; è come la saetta senza la quale la materia incendiabile non avrebbe mai potuto prendere fuoco»[2]. Il Novecento è pieno di azioni ‘segnate’, catarsi e drammi talvolta predisposti da sodalizi fatali. È forse improprio scavare tra le pieghe biografiche dei grandi della storia, dissotterrare frammenti di vita consegnati all’osmosi tra pubblico e privato? Certi incontri illuminano i fatti di una luce altra, raschiando la patina dell’astrazione consentono un trasporto altrimenti impensabile. Senza pretesa d’esaustività – né improprie invasioni di campo – l’amore tra artisti, politici, intellettuali costituisce un campo d’indagine dai risvolti inaspettati. Presentiamo dunque alcuni emblematici rapporti di coppia, secondo una scelta arbitraria e costantemente integrabile. Scopo è illustrare la forza disarmante di un sentimento universale, il peso del cuore umano in cui «risiede il principio e la fine di ogni cosa» (Lev Tolstoj).

Felice Casorati e Daphne Maugham

«Alta, chiusa, pallida, piena di riserbo e di una bellezza che per venire dall’interno, dalla limpidità dei sentimenti, pareva più profonda e misteriosa»[3]. Daphne Maugham, nelle parole di Carlo Levi, è un enigma conturbante, l’incarnazione di un sentimento che sfiora le carni senza appiattirsi. Giunta a Torino nel 1925 per studiare sotto la guida di Casorati, la donna instaura con il maestro un rapporto di stima e affetto, tradottosi ben presto in una vitale creatività. Senza competizione o sopraffazioni, la coppia ri-elabora il proprio stile sotto l’influsso di sensazioni reali, ‘tattili’, forse mai sperimentate. I quadri di Casorati appaiono ora floridi, meno rigidi, mentre l’impostazione scultorea del maestro pervade le opere di Maugham, come un mutuo soccorso d’ispirazione continua.

«Credo  che io – il suo Maestro – abbia avuto da lei la migliore e più sana lezione umana e artistica… Stavo raggiungendo piano piano. Attraverso vicende di dolore e di gioia, attraverso l’ignoranza e la cultura, gli errori e le sconfitte, ma soprattutto attraverso la pittura, la mia maturità umana» (Felice Casorati)

Helmut Berger e Luchino Visconti

Devasta e inquieta la bellezza di Berger, è un fascino di ghiaccio che scava dentro e invece di raffreddare il cuore dell’uomo lo marchia a fuoco con le sue iniziali. Luchino Visconti ha tanti amori, fa sospirare mezzo ‘bel mondo’, ma dinnanzi all’angelo austriaco non ha protezioni. Nella notte di Volterra, mentre gira Vaghe stelle dell’Orsa, lo nota in un angolo e gli dona una sciarpa. Da allora, niente sarà più come prima. Tra timori, ritrosie, promesse, la loro storia durerà dodici anni – un tempo scandito dalla gelosia di Berger (Alain Delon è per lui un avversario), dalle sue fughe nottetempo, dalle scenate di Luchino tradito e maltrattato. La «marchetta tedesca», come lo soprannominerà Olghina de Robilant, raggiunge l’apice della carriera incarnando il mito dell’ambiguità dentro e fuori la scena. Corteggia uomini e donne, si fa fotografare des-nudo, vive di Luchino anche senza Luchino. Alla morte di lui per Berger non resta niente. Un matrimonio di facciata, una causa per gli alimenti, il tiepido ricordo di un tempo che fu. L’ex moglie Francesca Guidato dirà che «la più grande condanna della sua esistenza, la sua più grande tragedia, è che molti non hanno capito che lui Visconti lo ha amato davvero»[4]. L’amour fou, a volte, può anche trasformarsi in un cupio dissolvi.

John e Jacqueline Kennedy

Belli, patinati, perfetti. La coppia d’America che, tra ipocrisie e copertine, ha segnato un’epoca col suo sogno di fiaba. Eroi della Nuova Frontiera, Jackie e John Kennedy incarnano il mito della vittoria ma si trovato cuciti addosso un destino che li perseguiterà. Artefici e vittime di un successo voluto – sapientemente orchestrato dal patriarca Joe – i due convolano a nozze nel 1953, sette anni prima dell’elezione alla presidenza. Lei è la moglie perfetta, il soggetto ‘appendicolare’ che lavora nell’ombra, forse lo aiuta con i discorsi, certo incassa in silenzio i molteplici tradimenti. Degli amori di John si ricorda Marilyn, «appiccicosa e invadente»[5], ma la lista del presidente è un concentrato di vizi e lussuria, da Zsa-Zsa Gabor alla squillo Leslie Devereux. Jackie è «testimone consenziente, rassegnata e spesso ironica»[6], fantastica su Cary Grant e Gianni Agnelli mentre il flirt con il cognato Robert le resta incollato addosso. A Dallas, col capo sanguinante del marito sulla gonna, vede tramontare definitivamente un finto orizzonte di gloria. Cinque anni dopo, con una clausola vantaggiosissima, sposa Aristotele Onassis abbandonando l’America. «L’unica principessa delle fiabe che prima ha baciato il principe e dopo ha baciato il rospo», titolerà il “Sunday Times”.

Faye Dunaway e Marcello Mastroianni

Faye Dunaway, «gli zigomi più sensuali del cinema», dirà che Mastroianni «è il primo uomo che ha sognato di sposare»[7]. Rievocando il primo incontro con l’attore si lascia andare alla malinconia, ne rammenta il magnetismo «irresistibile», l’andamento sornione e intrigante. Si amano con baci che vanno oltre lo schermo, lei gli chiede di lasciare Flora (la moglie tradita ma mai abbandonata), lui dice no, «sapevi benissimo che ero sposato». Federico Fellini funge da consigliere, confida alla diva che Marcello la perderà «e questo lo renderà molto infelice». Mastroianni infatti si dispera, la vuole, lo lega a lei un profondo rimpianto. A Oriana Fallaci confiderà che «Faye, da buona americana, desiderava che questo rapporto si concludesse con il matrimonio. Ma io non sono mai stato capace di queste decisioni: nutro affetto nei confronti di mia moglie». Il tormento cede allora il passo a una placida rassegnazione: «Mi dispiace averla perduta. Mi dispiace proprio. Mi dispiacerà sempre». The show must go on: arriverà Catherine Deneuve, una figlia – Chiara – e un nuovo tormento. Nel mezzo sempre Flora, punto d’approdo e conforto di un maschio immaturo.

Note

[1] M. Bachtin, Estetica e romanzo, trad. it. C. Strada Janovic, Torino, Einaudi, 1974, p. 231 e ss.
[2] T. Carlyle, On Heroes, Hero-Worship, and Heroic in History, London, Ed.Centenario, 1896-1899, V, p. 13.
[3] Carlo Levi, Daphne Casorati (presentazione della mostra Daphne Casorati tenutasi alla galleria La Bussola di Torino), Torino, 1954; ora in Daphne Maugham, cat. mostra, Torino, Marianna Ferrero Editore, 2004, p.117.
[4] L. Laurenzi, Amori e furori. Le grandi passioni del XX secolo fra cronaca e storia, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 154-155.
[5] Ivi, p. 203.
[6] G. Bisiach, Il Presidente. La lunga storia di una vita, Roma, Newton Compton, 1990.
[7] E. Biagi, Come si dice amore, Milano, Rizzoli, 2000, p. 165.


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Ginevra Amadio
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