Grecia, finisce l’era della Troika con costi sociali altissimi. Quale futuro per l’Europa?

On. Luigi Morgano
Europarlamentare

Luigi Morgano
Eurodeputato PD

Dopo otto anni dal primo prestito e tre programmi di salvataggio, da lunedì 20 agosto, la Grecia è uscita dal “controllo” della Troika e si appresta, come dichiarato dal primo ministro Alexis Tsipras, «a camminare di nuovo sulle sue gambe». In questi anni, Atene è stata costantemente al centro del dibattito politico europeo. Opinioni contrastanti sono emerse e continuano ad emergere su come si sarebbe potuto o dovuto affrontare la crisi. Oggi, a otto anni di distanza, è decisivo non ignorare il quesito relativo a quanto la Grecia e i greci abbiano beneficiato, o meno, delle misure di austerità che sono state imposte loro.

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A tale proposito è opportuno partire dalla situazione del maggio 2010, quando l’ex primo ministro Papandreu, dopo che era stata presentata una situazione economico-finanziaria non rispondente alla realtà, chiese aiuto all’Unione Europea. Non era la prima volta che uno stato membro chiedeva un intervento dell’Unione per superare una crisi. Già tra il 2008 e il 2009, lo avevano fatto Lettonia, Romania e Ungheria. In quella occasione le istituzioni UE avevano attivato i programmi di aggiustamento previsti dai Trattati, erogando prestiti per un totale di 13,4 miliardi di Euro, cifra consistente ma certamente sostenibile per il bilancio settennale dell’Unione. Nel caso della Grecia, invece, la cifra da stanziare era ben più elevata e l’Unione non era dotata degli strumenti per rispondere a questa richiesta di aiuto. In più, le banche francesi e tedesche erano esposte per cifre rilevanti e il governo di Atene non era in grado di ripagare il proprio debito. Data la situazione, in assenza di strumenti europei adeguati e in grado di rispondere a questa, gli stati dell’Eurozona decisero di creare un fondo internazionale, denominato inizialmente Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e diventato successivamente Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), con la capacità di elargire i prestiti necessari. Prestiti, tuttavia, condizionati ad un ferreo programma di riforme strutturali per risanare le finanze pubbliche. In cambio del salvataggio, la Grecia è stata quindi costretta ad attuare le ben note misure di austerità.

Ad otto anni di distanza dal primo prestito, possiamo dire che l’esito di queste riforme è stato duplice.

Da un lato, i dati relativi al capitolo della crescita economica. Rispetto al 2017, la Grecia sta crescendo del 1,9%, le imprese hanno aumentato l’export del 15,7%, le vendite al dettaglio sono cresciute del 4,5% e il turismo continua a trainare la ripresa, rappresentando circa il 25% del Prodotto Interno Lordo. Si tratta di dati certamente positivi, ma ancora insufficienti per parlare di una vera normalizzazione dell’economia greca, per la quale si dovranno vedere i risultati tra qualche anno.

Dall’altro, come ben documentato dai recenti dati di Eurostat, la crisi sociale in Grecia resta allarmante. La disoccupazione è al 20%; il 35% della popolazione vive in condizioni di povertà; la spesa sanitaria è stata dimezzata rispetto al 2008; le pensioni hanno subito un taglio del 14%; il potere di acquisto delle famiglie greche è crollato, con conseguente crollo della domanda interna. In più, ogni anno dalla Grecia emigrano circa 120 mila persone, il triplo rispetto al 2008, di cui la maggior parte ragazze e ragazzi, spesso laureati, che non hanno una prospettiva lavorativa nel proprio paese, dove il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 50%.

In sintesi, la Grecia ha evitato il default e il Paese sta timidamente tornando a crescere, ma la ripresa è avvenuta a spese della coesione sociale. È chiaro che una situazione simile non possa andare avanti a lungo. Una politica fatta di soli tagli, privatizzazioni, cessioni a società estere di servizi e infrastrutture pubbliche, e nessun investimento sul lungo periodo, continuerà ad ostacolare e minare un possibile sviluppo inclusivo. Ad ammetterlo, anche in una recente intervista rilasciata ad un quotidiano tedesco, è stato lo stesso presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, sottolineando gli errori dell’Unione Europea nella gestione della crisi Grecia.

Quanto avvenuto in Grecia e a quali costi sociali va dunque attentamente considerato a livello di dibattito politico ma soprattutto di opportune decisioni, da adottare nel quadro della discussione attualmente in corso su come riformare la governance della zona Euro. La debolezza per la carenza di alcuni necessari strumenti in grado di contrastare shock asimmetrici, che potrebbero ancora colpire alcuni Paesi, va affrontata con realismo, velocità di decisione e dotazioni adeguate. La scelta peggiore sarebbe quella di stare in mezzo al guado mentre il quadro internazionale, in maniera particolarmente rapida, va procedendo con grandi cambiamenti. La prospettiva che quanto avvenuto in Grecia si ripeta, perché siamo incapaci di adottare soluzioni adeguate a problemi comuni, è del tutto inaccettabile. Dalla consapevolezza di questa situazione dipende ed è legato il futuro dell’Europa. Le elezioni europee del prossimo anno saranno in buona parte determinanti.


Redazione
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