“Ho ucciso mia madre”: se il primo Dolan incolla allo schermo

Nella trepidante attesa che venga finalmente distribuito La mia vita con John F. Donovan, ultima fatica del “cineasta ragazzino” Xavier Dolan, facciamo un salto indietro di ben otto anni e torniamo laddove tutto ebbe inizio. Torniamo al Festival di Cannes del 2009 e a quel gioiellino che è J’ai tué ma mère (per i non francofoni, Ho ucciso mia madre), arrivato in Italia in sordina e, dopo tutto questo tempo, un po’ oscurato dal successo – meritatissimo – dei film successivi, notoriamente dello splendido Mommy e di Laurence Anyways.

«Ho ucciso mia madre», ovviamente in senso metaforico. Uccide sua madre (Anne Dorval), dopo l’ennesimo litigio, il giovanissimo Hubert (Xavier Dolan), mentendo a una sua insegnante (Suzanne Clément) e dicendole di essere orfano di madre. Lo fa, come lui stesso spiega qualche sequenza dopo, perché gli piacerebbe avere la possibilità di uccidere, nella propria testa, le persone, per poi farle rinascere e ripartire da zero. Fare come se non ci si fosse mai incontrati. Lo spettatore non può non restare spiazzato dalla schiettezza di queste sequenze in bianco e nero, in cui si ritrova da solo con il primissimo piano di Hubert e il suo modo unico di esprimere il proprio disagio adolescenziale. Resta spiazzato per poi accorgersi che in fondo quei pensieri e quei desideri li ha avuti anche lui.

Ho ucciso mia madre

Xavier Dolan sul set di E’ solo la fine del mondo

Opera prima, ma già matura

Il vero pregio di questa opera prima (ispirata alla sceneggiatura in parte autobiografica Matricide, scritta da Dolan a soli sedici anni) è la sua capacità di trattare tematiche potenzialmente trite e ritrite, come il rapporto conflittuale con i genitori o la difficoltà di confessare loro la propria omosessualità, in modo mai scontato o banale, riuscendo a toccare qualcosa nell’anima dello spettatore. Per non parlare della grande cura riservata a ogni inquadratura e ogni dettaglio, che fa dapprima dimenticare che il regista ha soltanto vent’anni, per poi lasciare lo spettatore meravigliato non appena se ne ricorda.

Ci si incanta di fronte al colloquio di sguardi fra Hubert e la professoressa Julie Cloutier, di fronte a un rapporto così autentico che riesce a nascere fra due persone che all’inizio del film erano solo un’insegnante e un suo alunno. Si ripensa a tutte le persone con cui – nei turbolenti anni dell’adolescenza, ma non solo – siamo riusciti a creare qualcosa di viscerale, alla complicità che può esistere tra due ex perfetti sconosciuti, e nel contempo a quanto possano esserci estranee persone che hanno il nostro stesso sangue. Ci si commuove di fronte al modo in cui Hubert dice a Julie di non sapere se Dio esiste, ma di avere la certezza che chiunque ci sia lassù gli ha dato la madre sbagliata. Julie sa vedere oltre le apparenze, oltre gli accessi d’ira di Hubert. Si prende, a sorpresa, cura di lui, e lo accompagna a suo modo nel lungo percorso che potrà portarlo a non essere più un ragazzino collerico e infantile e diventare un uomo.

Ma forse la vera chicca è la scena di sesso tra Hubert e il suo ragazzo Antonin (François Arnaud), verso la fine del film. Girare scene di questo tipo è sempre un rischio, figuriamoci se il regista è così giovane: il pericolo di scadere nella volgarità è dietro l’angolo, ma ancora una volta il cineasta ragazzino stupisce lo spettatore regalandogli una sequenza coloratissima e, soprattutto, straordinariamente raffinata che, sulle note di Noir Désir dei Vive la Fête, lascia l’impressione di avere appena visto una vera e propria opera d’arte.

A questo punto, mentre aspettiamo di tornare al cinema per vedere il prossimo – ça va sans dire – capolavoro di Xavier Dolan, chiudiamoci per un’ora e mezza in casa, in questi freddi giorni di gennaio, e ritiriamo fuori J’ai tué ma mère. Godiamoci, nove anni dopo, il gioiellino ingiustamente trascurato ai suoi tempi, primissimo tassello di una delle più folgoranti carriere del panorama cinematografico internazionale.

 

Francesca Cerutti
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