I consigli dei filosofi: il pugnale di Epitteto

Epitteto era uno schiavo. Difatti, significa questo il suo nome: “colui che è stato acquistato”. Visse più o meno 70 anni, a cavallo tra la metà del primo secolo dopo Cristo e il secondo. Era zoppo, forse perché, da schiavo, le buscava con una certa regolarità, ed era pure di salute cagionevole. Magari era anche brutto, non lo sappiamo. Ad un certo punto, fu sciolto dalla sua condizione di schiavo. Ma, noi crediamo, questo non dovette fargli un gran effetto.

Epitteto: schiavo e filosofo

E ciò per una semplice ragione: Epitteto, schiavo de jure, era filosofo de facto. Frequentava la, ed apparteneva alla, scuola degli Stoici. Gli Stoici si chiamano così perché ai tempi del suo fondatore, Zenone di Cizio (non il Zenone della tartaruga, l’altro) usavano riunirsi nei pressi della stoà di Atene, del portico della città. Non potevano, infatti, fondare alcuna scuola, poiché Zenone, essendo straniero (si dice di origine fenicia), non deteneva i diritti del cittadino ateniese – tra i quali, appunto, quello di riunirsi in scuole all’interno delle mura della città.

Gli Stoici

Stoico è una parola che avrete spesso sentito usare. Lo si dice di qualcuno che sopporta con serenità tutte le botte della vita, e resiste. Stoico è chi soffre, ma con moderazione. Stoico è, anche, chi gioisce, con moderazione. Stoico è chi non lascia che gli eventi esterni abbiano la meglio su di lui, perché consapevole che unico è il suo vero possesso: se stesso. Tutto ciò, tutto questo modo di vita, è il riflesso di una raffinata filosofia della natura: il cosmo, l’universo, il mondo è indipendente dall’uomo, e più forte di lui. Gli eventi a volte propiziano, altre sconvolgono, il corso dell’esistenza umana. Il fato conduce chi vuole esser condotto, trascina chi non vuole. Lo stoico è colui che non si lascia trascinare, ma aspetta di esser condotto.

Il Manuale di Epitteto

Così, ad Epitteto, vivere da schiavo non doveva cambiare poi tanto. Si trattava di un segno del destino che, da buono stoico, avrebbe accettato ed amato. C’è un libro che scrisse Epitteto (in realtà non lo scrisse lui, ma fu compendiato da un suo allievo, Arriano), nel quale sono sintetizzati i principi della filosofia. Il suo titolo greco è Enchiridion, che significa, oltre che Manuale, come tutti sappiamo, anche pugnale. Il libretto lo si porta sempre in tasca come un’arma pronta per l’uso, difesa utilissima contro la vita.

Teoria e prassi

Come per tutti gli Stoici, anche per Epitteto la visione del mondo, per dirla in filosofese, la metafisica e la pratica del mondo, l’etica, sono strettamente correlate: il pensiero del mondo determina l’azione nel mondo. Da ciò segue che, se la felicità è la strada giusta da seguire nel corso della propria esistenza, un’esistenza felice non potrà che accompagnarsi ad una retta visione del mondo.

L’incipit del Manuale è giustamente famoso. Dice così:

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere. In nostro potere sono il giudizio, l’impulso, il desiderio, l’avversione e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, ogni attività che non sia nostra.

Felicità e possesso

Secondo Epitteto, per ottenere la felicità, è necessario innanzitutto liberarsi dalla pretesa di possedere ciò che, oggettivamente, non può essere nostro possesso. La realtà, per questa ragione, si divide in due grandi categorie: ciò che è nostro e ciò che non lo è; ciò su cui abbiamo potere, e ciò che non possiamo controllare.

E ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni, ostacoli, mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo.

Da ciò, la conseguenza è evidente:

Ricorda, allora, che se considererai libere le cose che per natura sono schiave, e tuo personale ciò che è estraneo, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dèi e degli uomini; se invece riterrai tuo solo ciò che è tuo, ed estraneo, come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti potrà mai coartare, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non ci sarà cosa che dovrai compiere contro voglia, nessuno ti danneggerà, non avrai nemici, perché non potrai patire alcun danno.

Ciò di cui disponiamo

Sembra facile, purtroppo non lo è. Siamo così tremendamente legati ad un’idea di felicità costruita sul possesso, che in continuazione dimentichiamo questa semplice verità. Fateci caso. Disperiamo se ci ritroviamo senza qualcosa di acquistato, un oggetto, un bene prezioso, e questo solo in virtù del fatto di averlo, come si dice, comperato. Ma che possesso otteniamo poi della cosa in questione? Nessuno. Perché potrà rompersi, potremmo perderla, potrebbero rubarcela. La gente piange perché dimentica sul treno gli anelli, i cellulari, gli orologi, ma il principio è lo stesso applicato alle persone. Quando amiamo qualcuno noi crediamo di possederlo, o meglio, noi vogliamo possederlo (non a caso in italiano possedere è sinonimo di fare sesso). E, se mai per sventurata sorte dovessimo perderlo, ecco che ci pare la più atroce delle calamità. Ma, ci dice Epitteto, l’unico vero possesso che deteniamo è quello dei nostri pensieri, nemmeno del nostro corpo, bensì della nostra mente, di ciò che possiamo pensare delle cose. Ed è qui che si assurge ad uno stato di vera libertà, e, conseguentemente, di felicità.

Se leghiamo la nostra felicità a ciò che nostro non può essere, ci condanniamo ad una vita di rancore. Va fatto il contrario, certo sforzandosi, per impadronirsi, invece, di noi stessi, e per godere di questo possesso come nostra unica vera proprietà. Tutto il resto non è che una conseguenza – sì, anche una vita, come si dice, degna di essere vissuta.

Giovanni Fava

23 anni, studente di Filosofia presso l'Università di Bologna.
Giovanni Fava
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