I marmi Torlonia: una collezione di collezioni

Avrebbe dovuto aprire il 25 marzo 2020, nella nuova sede espositiva dei Musei Capitolini di Palazzo Caffarelli, a Roma, la mostra I marmi Torlonia. Collezionare capolavori e presentare così per la prima volta al pubblico gli antichi tesori della collezione Torlonia. Vista la situazione, però, l’inaugurazione dovrà aspettare.

Il progetto aveva iniziato a prendere forma nel 2016, sotto la cura di Salvatore Settis e Carlo Gasparri, con la collaborazione di enti pubblici e privati, fra cui la casa di gioielli Bulgari. Secondo il disegno di allestimento di David Chipperfield Architects, il percorso espositivo si doveva svolgere secondo una narrazione storica attraverso le fasi del collezionismo privato di arte antica, fino alla fondazione rinascimentale del museo come lo intendiamo oggi.

Grande casata romana, i Torlonia iniziano la loro fortuna come mercanti di tessuti e come sarti in Piazza di Spagna. Col tempo, grazie all’attività commerciale, sviluppano una serie di relazioni e conoscenze tali da permettere loro di ingrandirsi, fino a fondare una banca. Sono stati una delle ultime discendenze romane con il titolo ducale, creato ex novo dai papi, in virtù dell’enorme ricchezza accumulata, in seguito tramutato in titolo principesco. Una ricchezza, quella dei Torlonia, talmente esibita e ostentata da trasformare nel lessico popolare romano il nome della famiglia in un sinonimo di ricchezza tanto smisurata quanto imbarazzante.

Torlonia

Come ogni grande casata romana che si rispetti, furono anche grandissimi collezionisti. Il primo nucleo della collezione che porta il loro nome risale all’800 ed è niente di meno che la collezione privata di Bartolomeo Cavaceppi. Quel Cavaceppi, scultore e principale restauratore antico del Settecento, protagonista con Joachim Winckelmann della riscoperta del classico.

Di grande gusto, ricchezza e qualità, le opere della collezione le permettono fin da subito di imporsi come una delle più grandi raccolte, pronta a sfidare anche le più antiche collezioni, Capitoline e Vaticane, italiane ed internazionali, creando intorno al nome dei Torlonia quell’aura di mito che è giunta fino ai nostri giorni.

Leggi anche:
«Le Tre Grazie» del Canova, mitologica armonia

E così, ai primi marmi antichi, terrecotte, bronzetti, modelli e calchi, sparsi a decorare le varie dimore della famiglia, si aggiungono anche i pezzi di alcune ricche collezioni romane del Cinque e Seicento, ormai in corso di dispersione. Inoltre, nel 1816 entrano a fare parte della collezione anche le circa 270 opere della galleria del marchese e banchiere Vincenzo Giustiniani, grande collezionista di Caravaggio, una delle più ricche del Seicento, che conta fra gli altri la serie di busti imperiali e ritratti.

L’Ottocento vede anche l’intensificarsi degli scavi archeologici su tutto il territorio della capitale. Fra le numerose proprietà della famiglia alcune coincidono con antiche residenze di età imperiale, come la Villa di Massenzio e la Villa dei Quintili, fonti di pezzi unici che vanno ulteriormente ad arricchire la già preziosa raccolta. 

Giunta a fine Ottocento, la collezione conta ormai un numero così straordinario di marmi antichi da superare di gran lunga quello che poteva essere necessario per decorare gli interni delle numerose residenze. Il Principe Alessandro decide quindi di fondare un Museo di scultura antica. Riutilizzando un vecchio magazzino su via della Lungara a Trastevere, le opere vengono per la prima volta ordinate e catalogate così da renderle visitabili da piccoli gruppi di visitatori.

All’epoca, nel 1875, le sculture sono circa 517 e raggiungono il numero di 620 qualche anno dopo, quando verranno anche riprodotte da Carlo Ludovico Visconti in I Monumenti del Museo Torlonia riprodotti con la fototipia, uno dei primi esempi di catalogo fotografico di una collezione di arte.

Torlonia

Preservata e custodita intatta fino ai nostri giorni, la collezione Torlonia è diventata, nel suo processo di formazione, una collezione di collezioni, gioiello ed esempio della riscoperta dell’Antico che a partire dal Rinascimento si sviluppa in tutta Italia, dando origine al gusto antiquario ed al collezionismo d’arte antica.

Oggi giunge a noi quasi avvolta nel mistero, dato che nessun comune cittadino ha mai potuto ammirarla nel suo insieme. Si racconta che perfino Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel 1947, dovette travestirsi da spazzino e raggirare a parole il custode per entrare nel museo in Trastevere, che non era mai stato inaugurato nonostante esistesse da più di settant’anni. Con l’inaugurazione a Palazzo Caffarelli si darebbe quindi inizio alla definitiva redenzione e restituzione di questa collezione. Noi ci speriamo davvero.  E speriamo che, finito questo periodo, l’arte possa tornare ad arricchire la nostra quotidianità e che il nostro patrimonio artistico, a volte fin troppo ricco ed esteso, diventi centrale nella rinascita che ci attende.


Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra Newsletter

 

* * *

Sì, lo sappiamo. Te lo chiedono già tutti. Però è vero: anche se tu lo leggi gratis, fare un giornale online ha dei costi. Frammenti è una rivista edita da una piccola associazione culturale no profit, Il fascino degli intellettuali. Non abbiamo grandi editori alle spalle, anzi: siamo noi i nostri editori. Per questo te lo chiediamo: se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci con una donazione. Libera, a tua scelta. Anche solo 1 euro per noi è molto importante, per poter continuare a essere indipendenti, con la sola forza dei nostri lettori alle spalle. 

Sofia Schubert
Condividi: