Il mistero della Salomé del Moretto

Un filo di perle e nastri intrecciati fra i capelli, un abito di velluto rosso e verde ed una veste di pelliccia. Ecco la Salomé di Alessandro Bonvicino, in arte Moretto, che ci osserva con sguardo intimo e sottilmente vibrante. Sullo sfondo scuro, un intreccio di rami di alloro. Il ritratto è datato 1540 circa, ed è conservato alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

«Salomé» del Moretto: analisi dell’opera

Il Moretto decide di non presentarci gli elementi iconografici tipici di Salomé, come il piatto su cui poggia la testa sanguinante di San Giovanni. L’identità di Salomé è invece svelata dall’epigrafe incisa sulla lastra di marmo che ci conferma di essere di fronte a colei «che danzando ottenne il sacro capo di San Giovanni Battista». Misteriosa rimane la presenza dello scettro dorato.

Esempio di pittura colta, potremmo dire quasi fiamminga, l’opera era conosciuta in passato anche con il titolo Tullia d’Aragona, anche se l’identificazione con questo personaggio storico è frutto di uno studio di fine Ottocento ritenuto oggi errato. Numerose restano attualmente le ipotesi sull’identità e sulla valenza simbolica della giovane ritratta, che rimane dunque sospesa in un’aura di mistero. Forse un soggetto devozionale? Oppure un’opera che, partendo da una suggestione biblica, rimanda ad interpretazioni laiche sui rischi della seduzione?

salomé moretto
Alessandro Bonvicino detto Moretto, Salomé

Bresciano, di Rovato, del Moretto non abbiamo troppe notizie. Quasi ignoti rimangono i primi anni della sua vita, spesi nella bottega del padre Pietro, anche lui pittore. È invece insolitamente ricco di date e documenti, per un artista lombardo, il curriculum della sua attività e l’insieme delle opere superstiti, molte di queste conservate alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

La Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia

La bella Salomé del Moretto si trova a metà strada del percorso museale della Pinacoteca, fra Raffaello, Foppa, passando per il Seicento, fino al mondo settecentesco del Pitocchetto. Il gruppo di ritratti del Moretto e del Romanino ricopre qui un notevole interesse. Sono infatti esempio di quella ripresa del “naturale”, di quel rinnovato senso della realtà post-Concilio di Trento, molto presente nella pittura bresciana. Sono ritratti più espressivi e devozionali, dai colori densi e corposi e dai marcati chiaroscuri, chiaro preannuncio della poetica caravaggesca.

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Il palazzo cinquecentesco che ospita la Pinacoteca è stato restituito alla città nel marzo 2018, interamente restaurato dopo 9 anni di chiusura. Il percorso espositivo è un gioiello di 21 sale decorate da tappezzerie di colori accesi e decisi, che vanno dal blu di Prussia al verde smeraldo al rosso carminio e che immergono il visitatore in un’atmosfera di composta eleganza.


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Sofia Schubert
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